"Qualcosa non ha funzionato", ma ancora non funziona se le donne complessivamente accolte dai centri antiviolenza attivi sul territorio nazionale nel 2017 sono 20.137, 13.956 delle quali alla ricerca per la prima volta di una via di uscita dalla violenza. E per lo più i protagonisti di atteggiamenti vessatori nei confronti delle donne sono ancora coniugi e compagni attuali oppure ex, che nel 73% dei casi attuano violenze di tipo psicologico e nel 63% di tipo fisico.

Vernicefresca conf stampa 13 nov 18

È il quadro ricostruito dai dati presentati ieri al Senato e raccolti nei centri antiviolenza della rete D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) che, come si legge sul sito ufficiale, riunisce in un unico progetto 80 organizzazioni di donne che affrontano il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere.
Ed è in questo quadro che, in vista della Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza Contro le Donne che ricorre quattro giorni più tardi, Vernicefresca Teatro ripropone lo spettacolo intitolato appunto "Qualcosa non ha funzionato", in scena presso l'Auditorium del Conservatorio "Domenico Cimarosa" di Avellino mercoledì 21 novembre in 3 repliche: due la mattina, alle 9.30 e alle 11.30 esclusivamente per gli studenti delle scuole secondarie di II grado e i loro insegnanti; la terza replica la sera alle 20.30, aperta a pubblico più ampio di adulti.
Titolo non nuovo, dal momento che lo spettacolo di teatro civile è stato portato sulla scena già nel 2015 come evoluzione di una pièce risalente a tre anni prima, ma è nuovo lo spirito della ricerca delle origini dell'aggressività, lungo un percorso di crescita che ha visto gli stessi attori della compagnia avellinese mettersi in gioco in prima persona.
Né è stata una scelta indolore, nel tentativo di trovare innanzitutto in sé stessi le radici della violenza, lavorando su «cose sentite e vissute – chiarisce il regista Massimiliano Foà -, cosa che in principio ha anche generato una certa opposizione da parte degli attori».
Lo spiega bene Rossella Massari, attrice e presidente dell'associazione Vernicefresca, quando parla della difficoltà provata «nell'indagare la violenza al nostro interno» durante il lavoro di improvvisazione svolto sui temi "Massima violenza", "Vita tranquilla" e "Siamo tutti colpevoli".
Anche l'attore Nicola Mariconda non nasconde il disagio iniziale nel «fare propria quella violenza e manifestarla», ma ammette che dopo tutto «la massima potenza del teatro è quella di lasciare storditi per un attimo». Ma è un po' anche la nota caratteristica del lavoro di Vernicefresca, compagnia sempre impegnata direttamente a scavare ben oltre la superficie delle cose, per scrostare insieme ai luoghi comuni l'apparente normalità dietro cui spesso si trincerano comportamenti riprovevoli. Stavolta, spiega ancora Foà, questo lavoro tende a evidenziare «come anche in una carezza fatta in un certo modo c'è già un controllo».
Questo il segno del nuovo sviluppo del lavoro compiuto d Vernicefresca che ha voluto guardare al tema della violenza contro le donne con occhi ancor più consapevoli, con uno sguardo più adulto sul problema.
D’altra parte, è forse questa la chiave per scardinare preconcetti e aprire quanti più occhi possibile sulla necessità di partecipare, ognuno di noi come può. A cominciare dai ragazzi, che non a caso saranno i primi spettatori di "Qualcosa non ha funzionato" e che, ne è certo Foà, vanno coinvolti ad ogni età, sebbene naturalmente con modalità e linguaggi diversi.
Lavorando al tema da anni, il regista, sottolinea innanzitutto che «la vita di uno spettacolo non dovrebbe essere di un anno o una stagione, perché gli attori crescono – osserva – e lo spettacolo cresce. Anzi – continua -, riprenderlo dopo tre anni ha significato per noi sentire quelle parole con un altro valore, perciò lo spettacolo ha assunto in modo attivo un altro valore che è più attuale. E quello che ci sta preoccupando come compagnia e scuola di teatro – commenta – è vedere negli ultimi cinque anni una fragilità sempre crescente dei ragazzi che non hanno punti di riferimento, con la famiglia, la scuola e la società che non sono più un sostegno. I ragazzi sono spaventati e la fragilità si rifugia in una capacità enorme di mettere emozioni in uno smartphone ma quando poi gli occhi si incontrano non si sa cosa fare. Bisogna allora affrontare questa difficoltà di relazione da parte dei più giovani e non scappare dalle nostre responsabilità come esseri umani ed è questo il nuovo sapore dello spettacolo oggi. Siamo anche noi responsabili, non si può semplicemente dire è successo».
Sullo sfondo dello spettacolo, non certo solo al livello scenografico, l'elenco purtroppo sempre più lungo di nomi di donne vittime di violenza di diverse età e «se ci fa specie leggere 20 o addirittura 4 anni – continua Foà –, ci fa specie specialmente leggere 93 anni e pensare da quanto tempo una donna così anziana doveva essere oggetto di violenza e fino a morirci, perché è il segnale di una perversione infinita».
Non sorprende che le stesse operatrici impegnate nei centri antiviolenza necessitino di aiuto a loro volta, per affrontare il compito di affiancare donne in difficoltà estrema senza lasciarsi trascinare dalle emozioni che questo comporta. Mentre illustra le attività di sostegno a cui si è aggiunto anche uno sportello lavoro a supporto di donne non indipendenti finanziariamente e dunque vittime anche di una violenza economica, Caterina Sasso, coordinatrice del centro antiviolenza di Avellino "Alice e il Bianconiglio" non nasconde infatti il «carico emotivo per cui è necessaria una supervisione costante». Poi, però, subito rilancia anche lei sul piano della comunicazione ai ragazzi, anticipando che il mese prossimo partiranno alcuni incontri mirati alla prevenzione per l'attivazione di percorsi nelle scuole di ogni ordine e grado.
Sulla necessità di incidere soprattutto a livello culturale e non soltanto fra i ragazzi, anche attraverso la scelta delle parole associate ai casi di violenza, specialmente dai mezzi di informazione, interviene anche Rita Nicastro del Coordinamento "Ni una menos", che dice senza messe misure: «Non capiamo di chi sono figli quelli che compiono questi atti». Nicastro parla, inoltre, di «un lavoro che deve proseguire senza scadenze, non solo perché c'è una ricorrenza o quando succede qualcosa, perché tutti insieme dobbiamo fermare queste scie di sangue. Non vorremmo parlare di cifre, per noi si tratta di realtà e sofferenze concrete e per questo diciamo alle donne di non accettare la violenza fin da quando questa si manifesta per la prima volta, di scappare, di non permettere che accada di nuovo e di non illudersi di poter cambiare chi le rende vittime».
Anna Montuori de "La casa rifugio Antonella Russo" non a caso parla di «una quotidianità che passa per normalità, fatta di azioni che diventano ripetitive e mirano a fare terra bruciata attorno alla donna oggetto di violenze» e spiega che, dopo la presa in carico prevede diverse azioni di supporto, di consulenza psicologica e legale per accompagnare le donne lungo il percorso fuoriuscita, spesso occorre anche aiutare le vittime di violenza «a ricostruire relazioni anche con la famiglia». «Ma un cambiamento culturale ci può essere – aggiunge -. Un cambiamento che nasca da attività di prevenzione e sensibilizzazione per pensare alla donna in modo diverso, superando gli stereotipi di genere».
E se è un cammino ancora incompiuto, purtroppo, questo accade anche perché per diverse ragioni le stesse vittime rischiano di cedere a una rassegnazione che le immobilizza e le rende incapaci di opporsi. Perciò, la coordinatrice del centro antiviolenza dell'Ambito A02 che ha sede a Mercogliano, Giusi Pamela Valcacer, ci tiene a ricordare che «non è necessario aver denunciato per accedere al centro, dove l’approccio – rassicura ancora - è sempre centrato sulla persona, per favorire l’uscita dell'isolamento e l’avvio di un percorso di consapevolezza che porti finalmente le donne ad a vere la capacità di autodeterminarsi senza più dipendere».

«Se qualcuno mi chiedesse "cosa si prova ad essere una donna" io risponderei "chiedetemi prima di tutto cosa si provi ad essere una persona"».
JayBlue

Testo: JayBlue
Regia: Massimiliano Foà
Attori: Nicola Mariconda, Rossella Massari, Antonio Melissa, Arianna Ricciardi
Scenografia: Fabio Santucci
Disegno Luci: Maurizio Iannino
Foto: Luigi Cuomo e Pasquale Foggia
Responsabile Promozione Spettacoli: Ester Iovino

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