Lustri Cultura in Dies, rassegna diretta da Enzo Marangelo nella città di Solofra, continua il suo percorso ad alto rischio: quello di mostrare alla provincia irpina che esiste un teatro diverso, un modo di concepire l’arte spettacolare che nel resto d’Italia è la regola e che qui rimane una piacevole, inattesa, azzardata eccezione.

Così, Sabato 26 Novembre, è andato in scena presso l’Auditorium del Centro A.S.I. “Discorso Grigio” della compagnia romagnola Fanny & Alexander. Non una pièce, ma un’esperienza. Un momento in cui nella platea si sovrappongono sia la dimensione di spettatore teatrale che quella di ascoltatore della politica e il rischio di un cortocircuito tra le due è sempre in agguato.
“Discorso Grigio” è un lavoro che ha una lunga genesi e che vede la luce la prima volta nel 2012. Nasce dal radiodramma e arriva sul palco senza l’intento di lanciare messaggi o fornire risposte, ma sicuramente con la volontà, che è quella che il teatro dovrebbe sempre avere dentro di sé, di porre una domanda: privata del contesto televisivo che apparentemente le fornisce senso, cosa accade alla nostra percezione di una comunicazione politica che riassume, taglia, cuce e mixa le frasi di ogni suo personaggio, annullandone ogni vera o presunta differenza ideologica?

Fanny Alexander lustri teatro
Il discorso del “presidente” annunciato dagli altoparlanti da una voce fuori campo all’inizio, infatti, non è altro che questo: la combinazione di frasi e gesti di tantissimi esponenti della scena politica, che trovano spazio nel corpo del bravissimo attore Marco Cavalcoli, il quale modifica istantaneamente voce, accento e, sì, anche lo sguardo, e si trasforma in Craxi, Bertinotti, Berlusconi, Monti, Grillo, La Russa, Bossi, Bersani, perfino Bertini e Churchill. C’è spazio per tutti perché i refrain tematici sono sempre gli stessi, da anni. I giovani, il lavoro, la disaffezione, i finanziamenti, i partiti, le banche. Come in un lungo Blob, un Cavalcoli posseduto da personalità multiple riversa sul pubblico i cavalli di battaglia della politica italiana, il meglio e il peggio (o il meglio del peggio?) della classe dirigente, pernacchie e calci compresi. Da un inizio multiforme e schizofrenico, in cui sono tantissimi i gesti e le espressioni che si scacciano a vicenda, e per le quali diventa quasi un gioco riconoscerle, pian piano i tempi si dilatano e il presidente prende sempre più forma, fino a diventare una maschera muta che racchiude in sé i tratti di tutti i “parlanti” predecessori. Un leader grigio, indistinto, proprio come il discorso ascoltato fino ad un momento prima, un uomo-pupazzo che è tutti e nessuno. E quando la maschera scompare e restiamo in silenzio, di fronte all’uomo sotto il feticcio, non siamo stupiti, ma solo rassegnati. Qual è la differenza con il quotidiano bombardamento di slogan a cui siamo quotidianamente sottoposti? Forse dobbiamo ammettere con estrema amarezza che la risposta è: nessuna.
«Purtroppo, quel presidente insensato esiste davvero e, a distanza di tempo, nulla è cambiato. Ci siamo accorti che, pur essendo passati anni, non serviva attualizzare lo spettacolo con nuovi innesti. Qualche personaggio politico venuto alla ribalta negli ultimi tempi, tipo Salvini, non troverà dichiaratamente spazio? È nascosto dietro tutti gli altri», racconta Cavalcoli ad Oltre la Scena, il momento di confronto con gli spettatori che a Lustri sempre segue alla visione. «Per mettere su lo spettacolo abbiamo affrontato uno studio quasi enciclopedico della politica italiana. Recuperato discorsi, frammenti di programmi televisivi, analizzato i gesti per categorie, come “la mano”. E poi messo tutto insieme». E per rendere ancora più martellante, al limite dello psicotico, il repentino cambio gestuale e vocale, tutta la prima parte dello spettacolo viene costruita attraverso la tecnica della cosiddetta eterodirezione: «ho degli auricolari funzionanti sulla testa. In una cuffia ricevo il comando su cosa dire e come, nell’altra quello di quale gesto fare», proprio come se l’attore fosse la cassa di risonanza di un dj che sta mixando sui piatti. «Sono come un vaso che viene di volta in volta riempito da altre identità. Volevamo capire se cambiando il modo di fruire certi contenuti sarebbe cambiato anche il “come” questi vengano recepiti. Il ritmo ossessivo con cui parole, voci, gesti cambiano (accompagnati da un sottofondo musicale che ne alimenta il mood compulsivo e angosciante) rappresenta proprio questo genere di comunicazione, è solo un’altra forma per qualcosa con cui abbiamo a che fare tutti i giorni. Ma non c’è un punto d’arrivo definitivo: quello che offriamo al pubblico aiuta a mettere in moto il proprio pensiero».

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