«A questo congresso il nostro gruppo è rimasto compatto e unito astenendosi dal parteciparvi. Per noi vengono innanzitutto legalità e trasparenza, parole cancellate dalla commissione di garanzia. Nei fatti abbiamo dimostrato di aver ragione, tanto che ha votato meno di un terzo degli iscritti ai congressi di circolo. Il dato principale è quello di un circolo Pd di Avellino che, pur contando 1.200 iscritti, ne ha visti partecipare al voto meno di 300».


A snocciolare le cifre emerse dalle assemblee dei circoli è Michelangelo Ciarcia, che questa mattina ha convocato gli organi di informazione presso la sede provinciale del Partito democratico.
L’ex tesoriere del Pd prova a spegnere gli entusiasmi che arrivano da quanti hanno appoggiato la mozione di Giuseppe Di Guglielmo. Ciarcia parla di numeri deludenti, e si spinge oltre: «Non possiamo consegnare il partito in mano a una minoranza». Poi si rivolge diretto a Tony Ricciardi: «Sono fuori luogo le sue esternazioni rilasciate alla stampa, mi fa pensare a Nerone che suonava la lira mentre Roma bruciava. Dovrebbe invece ricordare che noi tutti ci siamo spesi a sostegno della sua candidatura alle elezioni politiche tra gli italiani all’esterno».
Da qui Ciarcia entra nel dettaglio di una serie di «situazioni compromettenti» nelle fasi del voto congressuale. Cita il “caso Taurano”, «dove il Circolo non ha aperto i battenti, eppure Di Guglielmo avrebbe preso il cento per cento dei voti. Situazioni simili si sono registrate a Rotondi – prosegue Ciarcia – dove hanno partecipato anche persone di paesi diversi e addirittura della provincia di Napoli». Il tesoriere fornisce anche i dati sui collegi: «Dai numeri in nostro possesso ha votato il 32,20% della platea congressuale, che fino ad oggi è stata mobile, in quanto il dato non è stato mai fermo a 8.536 e ieri sera è arrivato a 8.629, perché sono state ammesse a votare persone che non erano neppure iscritte nelle liste. Mentre a Lioni e a Castelfranci i nostri rappresentanti, con regolare delega, sono stati messi alla porta ed esclusi dalle operazioni elettorali».
Per Ciarcia, e qui passa alla lettura politica, «chi ha tentato la scalata al partito, chi ha tentato l’OPA con il tesserificio, ha fallito. La politica non si può conquistare attraverso tessere farlocche». Ciarcia ribadisce che, anche alla luce di quanto emerso nella due giorni di votazioni, si andrà avanti con una serie di ricorsi. «Da oggi e fino al 15 maggio – puntualizza - apriremo discussioni con Roma, ma anche con i nostri competitor, sempre al fine di riavviare un percorso di legalità e trasparenza. Oggi non possiamo far finta che non sia successo nulla».
Particolarmente deluso «dal comportamento di Roma» è Enrico Montanaro (area Famiglietti). «Con Renzi avevamo immaginato un partito diverso, nuovo, capace di superare anche la logica delle tessere. Ma a distanza di qualche anno abbiamo avuto la delusione più grossa. Un partito che da Roma se ne è fregato di un grido di allarme che viene dalla base per denunciare grosse irregolarità che sono state commesse da chi non voleva altro che mettere le mani sul partito, immaginando un qualcosa per le prossime amministrative: in questi giorni noi ci siamo battuti innanzitutto per il rispetto della legalità, delle regole. Non possiamo consentire che tutte le irregolarità denunciate non vengano prese in considerazione. Qui, purtroppo, si è persa la bussola e a chi avrebbe dovuto avere un ruolo da arbitro, e mi riferisco a David Ermini, ma anche ai due sub commissari, arbitro non lo è stato più, anzi ha parteggiato per un candidato soltanto. A questo punto non possiamo far altro che prendere atto di tutto questo e presentare riscorsi. Guarda caso – sottolinea ancora Montanaro - i dati di maggiore affluenza ci sono stati nei circoli dove non ci è stato consentito di verificare. La speranza è che ora si possa salvare il salvabile e che Roma possa fermare tutto questo».
Ancora più perentorio l’intervento di Enza Ambrosone, riferimento in consiglio comunale del deputato Umberto Del Basso De Caro. «Per analizzare quanto accaduto al Pd, nella sua totalità, servirebbe una tavola rotonda, non una conferenza stampa. Abbiamo bisogno di una riflessione seria su che cos’è, chi è e soprattutto dove vuole andare questo partito. Nel puntare il dito verso la luna, dobbiamo necessariamente guardare ai numeri e al quadro sconcertante che questo congresso ci consegna. Una partecipazione ridotta a una percentuale che si attesta al 30% che da sola, con più liste, potrebbe anche consegnare un risultato, ma che con un solo candidato in campo necessariamente parla di un processo congressuale che non ha dato a chi oggi viene ad esultare dalle colonne della stampa l’esito sperato. Se al voto vanno meno di 3mila persone – incalza Ambrosone - su una platea di 9mila, quando a Roma qualche esponente autorevole, sempre ridente, che sosteneva Di Guglielmo, ha parlato delle necessità ineludibile di svolgere un congresso in queste condizioni, vuol dire che il popolo del Partito democratico di questa provincia rappresenta altro e vuole che il partito racconti un’altra storia. Una comunità di persone – prosegue - si tiene insieme anche su delle regole e queste regole in questo congresso sono state calpestate. Poi ci sono gli aspetti specifici, esemplificativi della realtà del momento. Leggo il riferimento dell'area Iannace (Tony Ricciardi ndr.) che interpreta questo 30% facendolo diventare un plebiscito a favore di un candidato, la stessa persona che nel collegio di Castelfranci non ha consentito al rappresentante delle liste di Ciarcia di essere presente al seggio. Se noi dobbiamo stare insieme, dobbiamo farlo sulla responsabilità. Il buonsenso avrebbe consigliato a tutti quanti di fermarci. Abbiamo provato a dirlo a Roma, che avrebbe dovuto assumere una decisione, non per proteggere una parte, ma il partito stesso. Roma avrebbe dovuto fermare tutto questo, essere arbitro, ma ha voluto abdicare a questo ruolo importante. Così facendo, andiamo avanti tutti verso il burrone, perché non ci rendiamo conto della gravità delle nostre azioni».
Le fa eco Ida Grella. «Oggi lo definirei un "day after" e non solo metaforicamente – dice l’ex capogruppo del Pd al Comune di Avellino -. Riflettere su quello che è stato ieri l'atteggiamento di chi con una forzatura ci ha costretto per amore della legalità e di questo partito, per amore dei suoi principi, a non partecipare, questo atteggiamento denuncia quanta irresponsabilità vi è dall’altra parte. Inconsapevolezza di una realtà che dopo il voto del 4 marzo, richiederebbe ben altri leader politici. Qualcuno continua a dire in Irpinia che il Pd ad Avellino è una comunità senza pensiero. È sulle nostre spalle la responsabilità di far emergere questo pensiero, una proposta politica, un progetto che sia sotto la bandiera del Partito democratico. Io non ho nessuna intenzione di consegnare il Pd a chi dimostra e ha dimostrato nelle istituzioni di non avere il senso della responsabilità e il comportamento etico e politico che il nostro partito richiede. Non possiamo consegnare questo partito a chi nel collegio di Avellino ha raccolto il 24,8% delle tessere registrate in un'anagrafe drogata. Abbiamo avviato più appelli a Roma, lettere sottoscritte da centinaia di militanti e segretari di circolo. Risposta zero. Ermini rappresenta quello che il Pd non deve e non può essere, in particolare in questo momento di difficoltà. Ignorare i territori ha portato il Pd ai risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Non posso immaginare che Roma voglia avallare una situazione di questo genere. Invitiamo ancora una volta il partito ad ascoltarci. A valutare politicamente le conseguenze e a rendersi conto che è arrivato il momento della responsabilità».
Un’ultima stoccata l’ex capogruppo del Pd in consiglio comunale la riserva al Governatore della Campania Vincenzo De Luca: «Questa città ha pagato sulla propria pelle con un consiglio comunale spaccato dall'inizio, non sui contenuti, ma sulla leadership sul proprio destino personale. Il prezzo pagato politicamente è stato altissimo. Avremmo potuto fare di più e tanto meglio. A queste persone che nelle istituzioni non hanno saputo rappresentare il Pd oggi dovremmo consegnare il destino del nostro partito. Credo che faremo tutte le azioni possibili, siamo pronti a qualsiasi iniziativa, nessuna esclusa, per affermare un principio: il Partito democratico è di chi vi ha militato e di chi si è candidato sotto quella bandiera e lo ha sempre sostenuto, senza fare l’elastico a seconda della convenienza. Un ultimo appello lo voglio lanciare a chi, dall’interno delle istituzioni, ha avallato questo scontro e mi riferisco ai riferimenti istituzionali. Ho sostenuto il governatore De Luca sin dalle primarie. Ho sollecitato De Luca a dissociarsi: il governatore della Regione non può mettere il cappello sul disastro annunciato nel Pd in provincia di Avellino. Chi governa le istituzioni deve stare un passo indietro. Deve governare i processi, ma certamente non inquinarli».

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