All’indomani di un passaggio elettorale che definisce «anomalo per la quantità di voti espressi a favore e non si capiva per chi, perché ha diviso il Paese secondo circostanze diverse ma soprattutto perché chi ha vinto non sa perché ha vinto», Ciriaco De Mita ammette: «una spiegazione sulle cose che sono accadute non riesco a darmela».

  Ma subito Ciriaco De Mita richiama i popolari irpini su un percorso di continuità: «A noi spetta soltanto ripigliare il discorso laddove lo avevamo interrotto – dice alla folta platea raccolta al Viva Hotel -, perché la politica, a differenza di quello che si immagina, è pensiero. Solo un pensiero ci aiuta a guardare al futuro e solo la mancanza di pensiero – aggiunge - rende superbe le persone, che diventano ricattatori in una città che era civile».
Un intervento più breve del solito, in cui l’ex presidente del Consiglio si limita a poche considerazioni. Innanzitutto, ancora sull’anomalia dell’esito delle urne, ma anche sulla «posizione del Movimento Cinque Stelle, di desiderare la solidarietà per formare un governo» che ritiene «la cosa più assurda» e che interpreta, mentre «vogliono solidarietà, si scopre De Gasperi, si mette da parte il reddito di cittadinanza», come il segnale di un convincimento per cui «si pensa che stando insieme probabilmente ci si aiuta a non morire».
«Ma guai a immaginare quello che sta capitando nel nostro Paese come una vicenda locale – è il suo appello ai popolari -. È ciò che sta avvenendo nel mondo e l'ordine nuovo nel mondo condiziona anche la nostra posizione. Dobbiamo stare attenti a non immaginare di risolvere i problemi solo qua da noi e far crescere, come è stata nel dopoguerra, la straordinaria intuizione che il mondo più largo è e più siamo sicuri. La riflessione su questo – insiste - non dobbiamo mai perderla: un orizzonte lontano e la grande memoria della nostra storia, la storia del popolarismo italiano».
De Mita invita, quindi, a «riprendere la nostra lettura perché non ce n’è mai una che comincia dalla fine, ma una che afferra un punto possibile del movimento e bisogna partire di là» e non nasconde di trovare conforto nelle numerose adesioni all’assemblea: «Per questa iniziativa la vostra presenza incoraggia anche me, che esco da uno stato di grande incertezza da quando ho letto i risultati elettorali».

Ciriaco De Mita 13032018 19
Le parole più sentite sono, però, rivolte al nipote Giuseppe De Mita, di cui dichiara di condividere il punto di vista, espresso in un lungo discorso, e al quale riconosce: «Ha scelto la strada giusta, quella di chi di fronte alle difficoltà dice la sua opinione e chiede solidarietà per provarci. Un discorso che condivido – afferma - e, visto che gli ho fatto sempre appunti, consentitemi di dire stavolta che ha fatto un gran discorso. La risposta a un gruppo di avventurieri che voleva spiegare perché non doveva essere candidato. Stasera c’è la distinzione tra le persone perbene e gli avventurieri, e gli avventuri qua non ci sono».
Da parte sua, lo stesso candidato uscito sconfitto dal confronto elettorale nel collegio uninominale Ariano Alta Irpinia, dove il voto ha decretato l’ingresso alla Camera del grillino Generoso Maraia, chiarisce di aver adito le vie legali per diffamazione nei confronti di alcuni mezzi di informazione e, soprattutto, segna una distanza sul terreno dei toni usati nella campagna appena conclusa, come unica risposta possibile nel contesto di forte sfiducia con cui i cittadini guardano alla politica.
Giuseppe De Mita parla, infatti, di una campagna condotta con modalità inconsuete, meno a contatto con gli amministratori e più alla ricerca di un dialogo direttamente con gli elettori: «Ho incontrato persone mai viste prima – racconta - ed è stato un rapporto molto dialogante, a partire dai problemi e non dalla propaganda. Abbiamo rifuggito dal dire le cose che avevamo fatto e quelle che intendevamo fare, perché non c’è nessun merito da richiamare e nessuna illusione per il futuro, in queste condizioni. Ma questo ci ha dato l’idea di un via possibile, una strada che rifugge l'insulto. Abbiamo usato parole di gentilezza – ribadisce -, perché credo vada prima recuperato il calore della solidarietà umana, anche tra persone che la pensano diversamente».
Se gli incontri territoriali miravano a una «presa d'atto di considerare il disagio diffuso che attraversa le persone e genera profondo senso di disorientamento», il risultato delle urne per l’ex deputato «non è inatteso, ma lo sono le proporzioni».
Ad ogni modo, se non è riuscito il tentativo di aiutare la spiegazione attraverso la conoscenza, parafrasando le sue parole, De Mita sostiene: «La nostra sconfitta sarebbe stata segno di insufficienza, se fosse maturata in un contesto che dava una via di uscita dalla difficoltà. Ma in una condizione di ordine più generale, con forme diverse tra il Mezzogiorno e nord Italia, è figlia di una dinamica lunga e non è un episodio».

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La disfatta, per De Mita, giunge «all'esito di lunghi anni in cui si è sommato un progressivo screditamento delle istituzioni, vero o creato, per cui gli amministratori sono accompagnati da questo giudizio negativo. Poi, l'insicurezza che alimenta l’angoscia esistenziale e prende le persone al collo, che ha assunto la forma dell’insicurezza verso l'altro al nord, dove si è affermata la Lega, mentre al sud è prevalsa la percezione di insicurezza legata agli strumenti di protezione sociale, come lavoro o sanità, alimentando un rancore individuale. Ogni persona ha come maturato questo rancore contro qualcosa e questo ha dato vita al voto così come si è manifestato. Oggi chi non si identifica nelle istituzioni cerca risposte altrove e si affida al Pincopallino che passa. Abbiamo in Irpinia una classe parlamentare che dovrebbe rappresentarci… insomma, che Dio ce la mandi buona. L’altro elemento che ha condizionato in questi anni – continua - è che gli appigli a cui la gente si è rivolta si sono rivelati inefficaci».
Si riferisce al governo Monti prima e agli esecutivi Pd poi e osserva che «i due perdenti nel 2018 sono le forze politiche che nel 2008 avrebbero dovuto essere quelle che davano al nostro sistema una sua compiutezza. Che quella articolazione bipolare non era funzionale a risolvere, ma costruiva un meccanismo finto di alternanza – prosegue -, noi lo avevamo detto, poi siamo rimasti travolti in una valutazione generica».
«Le elezioni ci consegnano due perdenti, il Pd e Forza Italia, che in realtà è stato lo strumento che ha legittimato la presenza della Lega – procede la valutazione di De Mita -, e due vincenti, M5S e Lega, che non hanno raccolto consenso su una motivazione positiva volta a risolvere la condizione di crisi. Se ci fosse una forza in grado di dirci come se ne esce, ne saremmo anche noi beneficiati, ma quello che mi pare emerga è, invece, come se queste due posizioni siano stati due grandi contenitori in cui sono confluite tante singole condizioni individuali, rabbia, invidia, odio, che hanno generato una condizione stagnante, perché siamo in uno stato delle cose fermo. È questo – sostiene - che è preoccupante. Rischiamo di confondere le ragioni giuste della protesta e dell’insofferenza con le vie individuate per risolvere la sofferenza».

De MIta Petracca pubblico 13032018 14
«Ognuno di noi, se messo in una condizione di difficoltà, è evidente che reagisca – commenta ancora - e ci sono ragioni giuste che vanno comprese. Il punto è come questa moltitudine di insofferenze trova una via di suscita. La soluzione fonda la sua grammatica sullo scontro tra le persone, ma la stessa storia dell'umanità ci dice che quando si cerca a chi tagliare la testa, il problema resta lì. Io non faccio una lettura che assolve, ma mi preoccupa che possa esserci una lettura normalizzante dei movimenti populisti, che è estremamente pericolosa perché sottovaluta la circostanza che la soluzione non ha sbocchi e l'esasperazione può solo aumentare. Oggi è la stessa condizione del voto al Pd del 2008 che non era consenso e poi non ha trovato risposta: senza uno scatto in avanti, la situazione può solo esasperarsi e non migliorare».
La strada indicata da De Mita è, quindi, innanzitutto l’individuazione di «una diversa interlocuzione con la quale può esserci adesione a un modo di intendere la politica, perché «esiste un altro mondo, o si potrebbe dire "il mondo è lo stesso, ma dipende da come lo si guarda e si stabilisce l'interlocuzione". Sono dell'idea di continuare ad insistere con le nostre parole – prosegue -. Avevamo detto che non avremmo smesso dopo le elezioni, perché la politica non si concepisce in ragione di un ruolo, e abbiamo il dovere di portare avanti questo discorso. Però, non possiamo sostenere che non è accaduto nulla e abbiamo il dovere di misurarci con un fatto: la reazione democraticamente violenta contro la politica e le istituzioni. Quindi, pur immaginando di muoverci in una certa linea di continuità, abbiamo il dovere di cambiare perché quello che oggi ci chiede la gente è una esigenza di radicalità. E il cambiamento ha la necessità di tradursi immediatamente in un gesto».
Non solo a livello di gruppo dirigente, suggerisce, mentre di sé dice «io non faccio il parlamentare, perciò faccio un passo di lato, c'è l'area di rappresentanza e c’è l'area del governo che non coincidono necessariamente, perché dare voce al bisogno non può coincidere con il potere», ma ancor più rispetto alla «esigenza di darci una dimensione nazionale, se intendiamo incarnare la tradizione del cattolicesimo popolare e costruire una prospettiva». «Non si tratta frettolosamente di fare un partito – precisa -, dobbiamo costruire un movimento che abbia la radice definita del cattolicesimo popolare che mette al centro la persona».

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Citando da Moro «questo è il tempo che ci è dato di vivere» e convinto che «ogni tempo è una condizione di arricchimento», De Mita ribadisce l’esortazione a una «maggiore radicalità nei nostri comportamenti», ma ammette anche, all’esito del voto, una sensazione di «grande libertà, dopo essere stato identificato con il potere e la sua dimensione estetica e teatrale, da ogni forma di equivoco e pienamente libero di fare quello che penso: provare a riconfermare la vostra fiducia nei miei confronti, oppure no. Non siamo sconfitti una condizione: se cogliamo questo senso dei tempi per riscattare i nostri limiti, senza chiudersi nel proprio perimetro, ma sforzarsi di fare sempre un passo avanti. Abbiamo il dovere essere all'altezza dei tempi con spirito di carità e la nostra provincia – conclude - non ha bisogno di livore, ma di ritrovarsi e noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi».
Il consigliere regionale Maurizio Petracca guarda, poi, alle amministrative di maggio e dichiara in modo esplicito: «Noi proveremo a costruire un progetto per la città di Avellino». Facendo riferimento al Pd, il presidente della Commissione regionale all’Agricoltura puntualizza, inoltre: «Quel partito a vocazione maggioritaria non esiste più» e invoca «un passo indietro o di lato per creare le condizioni per restituire alla città una sana amministrazione, a patto che tutte le forze politiche ammettano che gli ultimi cinque anni sono stati un disastro. Senza quelli che il disastro lo hanno generato – precisa ancora -, o con quelli che hanno creato le macerie le difficoltà saranno maggiori».

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Del Partito democratico il segretario provinciale dei popolari irpini Giuseppe Del Giudice dice, invece, chiaramente: «Abbiamo riabbracciato il Pd nel momento peggiore. Ma evitiamo di colpevolizzarci, la piena ha travolto tutti e tutti – aggiunge – e a me è parso un salto nel buio perché dietro la casa bruciava, ed evitiamo anche l’altra tentazione, quella di auto-assolverci. Dobbiamo impegnarci tutti soprattutto nei passaggi fondamentali come le elezioni amministrative. Dimostriamo di essere una comunità politica. In campagna il presidente De Mita è stato impegnato ovunque e Giuseppe De Mita ha parlato sempre con un tono di spiegazione, senza mai urlare anche quando magari lo faceva la gente. Questo è il nostro patrimonio e sono convinto che avremo ancora molto da dire».

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