«Lo voglio dire sia a Paolo Foti sia a Enzo De Luca, Avellino ha bisogno di una iniezione di fiducia, ci sono troppe persone che hanno ritenuto di mettere i bastoni fra le ruote e in un rapporto tale che mi ha fatto pensare che c’è una riorganizzazione politica del Comune dissociata dal resto della città». C’è anche una buona dose di giudizio nel suggerimento che l’ex presidente del Csm Nicola Mancino dispensa in occasione del convegno promosso da Irpinia di Base sul tema "Irpinia tra Mezzogiorno ed Europa", convinto che per risollevare le sorti politiche del capoluogo sia necessario recuperare anche tra «quelli che se ne sono andati dal partito e non sono più militanti o hanno una visione diversa».


Il risultato, però, «dipende dalla popolazione, che sa che c'è bisogno di una organizzazione politica che si ispiri al senso di rispetto della democrazia e alla qualità intellettuale di persone da inserire in una lista. Solo allora si può dire "siamo in grado di offrire il meglio", ma dobbiamo avere un segretario cittadino e provinciale che possa fare gli interessi della città. È questo che serve per riprendere un dialogo tra la gente e chi ha una responsabilità amministrativa».
Non solo la città, ma la condizione generale del Paese inducono Mancino a ribadire che oltre alla «spaccatura tra gente e partito tradizionale, ma ci sono spinte a riprendere con determinazione – ammette Nicola Mancino - e anche con orgoglio», sono i personalismi il grande ostacolo alla riapertura «della discussione sull’organizzazione politica che in Italia non c’è».
Considerazioni che sul piano locale non possono che acquistare energia, quando Mancino sottolinea che «si discute se fare convegni, quando conviene per verificare il consenso, ma il confronto fa paura».
«Dobbiamo recuperare una classe dirigente che si è dispersa e questa è la ragione della mia venuta qui oggi – dice -, ma dico pure che occorre prepararsi a una campagna fatta prima di tutto di responsabilità. Si diventa leader – osserva -, se il corpo elettorale si mette alle spalle, sorregge, dà consigli, non se lo indica un altro».

De Luca Cucciniello 1
Mancino fa lo stesso discorso a livello nazionale, affermando che «abbiamo un presidente del Consiglio in pectore e tre o quattro che si candidano, ma senza la condivisione ampia e diffusa del corpo elettorale» e critica apertamente il modello di democrazia diretta promosso dal Movimento Cinque Stelle che, ritiene, non offra sufficienti garanzie, «con 50 persone che partecipano alle votazioni e senza che ci sia un numero minimo. Guai – avverte - a ritenere che 50 persone possano determinare la scelta di un sindaco e poi essere disarcionati».
Ulteriore ostacolo da abbattere il populismo, che «significa vivere alla giornata o ingannando», anche nel panorama più ampio della Comunità europea che per Mancino ha allargato troppo i propri confini e dove «è diffuso e sostenuto e voluto anche da elementi della destra oltre che da schegge della sinistra».
Mettendo più a fuoco il tema dell’incontro, Mancino rileva che «c'è un abbandono del significato di Europa e il Mezzogiorno registra di non esserci in Europa. Quando abbiamo faticosamente conquistato la nostra appartenenza alla moneta unica – dice -, non ci siamo resi conto che le nostre prospettive erano quelle di andare verso la federazione, che dovevamo costruire l'Europa diventandone cittadini». Preoccupante anche la sua valutazione del rapporto fra l’Irpinia e il quadro più generale: «Attraversiamo un periodo in cui siamo piccola cosa – dice -, i giovani non partecipano o scelgono diversamente, quando non vanno via».
È infatti in una maggiore partecipazione dei giovani alla politica che Mancino individua un elemento necessario per la ripartenza su cui punta l’attenzione anche il sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro, convinto che «il Mezzogiorno sia fermo, né in salita, né in discesa. È esattamente dov'era».
Del Basso De Caro concorda con l’opinione espressa dal giornalista Gianni Festa che introducendo il dibattito sottolinea come lo stallo non dipende da una mancanza di risorse, troppo spesso non utilizzate, restituite o finite in perenzione: «Si tratta di uno sforzo corale che tutti devono fare – dichiara il sottosegretario -. È una scommessa di non lunga durata, tra dieci anno sapremo se le nostre comunità avranno avuto una rinascita, per questo non servono politiche degli annunci a cui non è mai stato dato seguito, ma dobbiamo metterci intorno a un tavolo per definire interventi che non siano il rifacimento della piazza del paese, ma che abbiano il respiro ampio di un'area vasta».

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Incalzato sul suo ruolo nel panorama politico della provincia Irpinia, dove è spesso presente, Del Basso De Caro afferma: «Non mi sento né straniero, né invasore perché i rapporti sono così intensi tra Avellino e Benevento e penso che legittimazione a essere presente dipende dal lavoro che si fa. Si è stranieri e invasori, se si vuole imporre la presenza "toto modo", a ogni costo. Io sono stato sempre presente nel dibattito e non mi interessa avere primati, sono per la costruzione di una classe dirigente orizzontale, ma non ho mai sopportato prevaricazioni da parte di nessuno. Sono leale in una maniera sconosciuta all'80% della politica ed essendo tale soffro della slealtà».
A contare è insomma il concreto e con concretezza «è necessario mettersi a lavorare – dice -, sapendo che certi interventi possono creare le precondizioni per lo sviluppo, ma non sono lo sviluppo in sé, come nel caso della Lioni–Grottaminarda. Dobbiamo cercare di essere attrattivi come territorio – prosegue Del Basso De Caro - e non accontentarci di veder passare un treno dalla stazione Hirpinia di Grottaminarda e dobbiamo guardare le merci, che portano le persone in contatto».
Il sottosegretario spiega che occorre guardare alla grande opera che ha appena citato necessariamente in funzione della piattaforma logistica, poi insiste ancora sulla necessità di stringere i tempi, perché «l'orizzonte che ci rimane è piccolo, l'anno prossimo o staremo votando o già avremo votato e avremo un nuovo governo – afferma -. Non ho la certezza che avremo vinto, ma temo che il populismo e la demagogia possano sostituirsi a una classe dirigente che con mille difetti ha però sempre avuto rispetto per la democrazia e ha prodotto sviluppo».
Il partito che immagina è quindi «aperto e inclusivo, che sappia andare oltre la commissione di verifica o "un quarto di tessera" e atteggiamenti da "attenzione, Annibale è alle porte", ma che sappia parlare alla società tutta. Posizioni di rendita non ce ne sono più – avverte -, ed è giusto, e chiunque deve saper nuotare in mare aperto senza ciambelle di salvataggio. Sarebbe anche ridicolo rispetto a quello che accade in Europa e nel mondo e non ci sono altre condizioni che queste: la disponibilità di mettersi tutti insieme per raggiungere un obiettivo unitario che solo la concordia può dare».
Su questo stesso punto si ritrova Enza Ambrosone, che inquadra il tema dell’incontro tenuto al Viva Hotel al quale hanno presenziato numerosi amministratori ed esponenti del Partito democratico: «Anche nei nostri dibattiti immaginiamo di trovare soluzioni all'interno del bilancio comunale, così per l'occupazione o i trasporti, ma noi da soli non bastiamo. Nessuno può pensare di immaginare le linee dell'orizzonte da solo. C'è la necessità di politiche di amministrazioni che non rischino di cadere sul marciapiede, anziché definire politiche di contesto. Su questo abbiamo urgenza di smetterla di guardare alla nostra singola, anche legittima, ambizione per cercare di creare consenso sulla solidarietà e sulle questioni».
Ambrosone richiama, quindi, a un confronto necessario, «anche in caso di contrapposizione forte. Quando questa si fonda sulle idee – dice -, ognuno cresce e noi dobbiamo crescere anche se comporta una contrapposizione forte, se è finalizzata alla crescita della città».

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