Doveva esserci proprio lui in persona all’anteprima nazionale della mostra che racconta la sua vita e il suo lavoro a 360°. Ma quel settembre il regista era convalescente e così all’Abbazia del Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi a tagliare il nastro di “Piacere, Ettore Scola” venne sua figlia Silvia.


Un titolo che anticipa la semplicità del personaggio, che si rapportava ai suoi interlocutori innanzitutto come uomo prima che come artista, e che ne fa intuire l’aspirazione: esporne la vita e l’opera in tutte le sfaccettature e non limitarsi all’attività di regista.
L’Irpinia, terra che gli ha dato i natali e che ha sempre fatto di ciò un affettuoso vanto, rispose all’evento con partecipazione e orgoglio, registrando un elevato numero di presenze all’esposizione per tutta la sua durata.
Adesso che il Maestro non c’è più spetta all’associazione Show Eventi Arte e ai curatori Marco Dionisi e Nevio De Pascalis farsi ancora più convintamente portavoce della storia di uno dei più grandi cineasti al mondo e permettere a quanto più pubblico possibile di conoscerne tutte le poliedriche sfumature.

Una bella responsabilità?

«D’istinto, dico di sì. Ma pensandoci meglio non parlerei di responsabilità, perché quella c’è sempre stata, giacché mettere insieme una mostra monografica su un personaggio vivente ti espone innanzitutto al giudizio del diretto interessato più che degli esperti: non puoi davvero sbagliare quando è lui che supervisiona il tuo lavoro. Adesso che Scola non c’è più, sapere di portare in giro la sua vita attraverso il nostro impegno è più un onore, un privilegio».

Come ha cominciato ad organizzare mostre e com’è arrivato a lavorare con e su Ettore Scola?

«Ho iniziato per puro caso. Presi una multa molto salata e io, che all’epoca ero solo uno studente di Lettere e Filosofia, non avevo i soldi per pagarla. Un mio amico gestiva il Circolo degli Artisti, un locale molto famoso a Roma e gli chiesi di lavorare lì. Dopo qualche tempo mi affidò le chiavi di una galleria che lui possedeva, ma che era chiusa da un po’, dandomi la responsabilità di cominciare ad organizzare delle mostre. All’epoca fu un salto nel buio, adesso curare esposizioni ed organizzare eventi culturali è la mia occupazione principale. Ho imparato in fretta perché non è un ambiente privo di squali. Lungo il mio percorso ho incontrato una donna straordinaria: Bruna Bellonzi, moglie di Sandro Curzi. Dirigevamo insieme un giornale del I Municipio di Roma e preparai una mostra dedicata al marito. Conosceva Scola e propose a me e al mio socio di organizzare una monografica su di lui. Così è partito un lavoro durato diversi mesi che ci ha portato ad incontrare varie volte il Maestro, a leggere tantissimi testi e a selezionare fotografie tra centinaia di scatti. Bruna purtroppo ci ha lasciati prima che la mostra fosse completata, per questo ci teniamo che si dedicata a lei, senza la quale non sarebbe stata possibile».

Com’è stato incontrare Scola e qual è stata la sua reazione all’idea di organizzare una mostra che parlasse di lui ad ampio spettro?

«La prima volta che ho incontrato Scola la mostra non era nemmeno in programma. Era il 2012 e nella mia galleria romana inaugurammo le celebrazioni della Giornata della Memoria con la proiezione di “Roma Città Aperta”. Scola avrebbe dovuto introdurlo e io non ho mai avuto il coraggio di dirgli che quando organizzammo quella serata conoscevo poco o nulla di lui e del suo lavoro, e immaginavo che non sarebbe venuto nessuno. Nel preparare la sala mi dissi “20 sedie basteranno”. Quando vidi il pienone, un sacco di pubblico in piedi e la fila di gente fuori in strada, capii di aver fatto davvero male i miei conti! Mesi dopo mi è arrivata la proposta di Bruna di organizzare la mostra e nel giro di poco tempo sono diventato quasi un esperto delle sue opere e della sua vita, e lui è stato subito felice di affidare i suoi racconti a me e a Nevio, due perfette sconosciuti. Ci siamo trovati davanti ad una persona molto gentile e umile, che non ne voleva sapere di essere chiamato “Maestro” e continuava a chiedere perché stessimo facendo questa cosa. “A chi interessa una mostra su Ettora Scola?”, ripeteva sempre. Abbiamo iniziato a lavorare che lui stava terminando il film “Che strano chiamarsi Federico” e di tempo ne aveva veramente poco, ma ci siamo visti più volte per sottoporgli i nostri progressi e la soddisfazione più grande l’abbiamo avuta quando ci ha ringraziato perché, a suo parere, siamo riusciti a raccontare non soltanto ciò che aveva fatto, ma anche ciò che non ricordava di aver fatto. Ci ha confidato che con il nostro lavoro gli abbiamo stimolato la memoria e fatto tornare alla mente momenti che aveva messo nel dimenticatoio e di questo è stato molto contento. Ne è nato un rapporto aldilà della sfera lavorativa che custodiremo con grande affetto. Quando andavamo a casa sua per parlare di lavoro, finivamo a discutere di tutto. Donne, politica, cinema, per ore».

Com’è arrivata l’opportunità di esordire con la mostra all’Abbazia del Goleto e siete rimasti soddisfatti della risposta irpina?

«Se di tutta questa esperienza a contatto con Scola c’è una cosa che mi dispiace è proprio che lui non sia riuscito a venire alla prima della mostra che per pura casualità fortuita è stata fatta in Irpinia, e di questo era davvero contento. Lo stimolo è arrivato da Maria Savarese che stava preparando un festival sulla cultura irpina e, venuta a sapere di questa mostra, ci chiese di inaugurarlo con il nostro lavoro. Ci è sembrata una bellissima occasione che abbiamo colto al volo e siamo rimasti davvero soddisfatti di tutto. Dall’organizzazione alla disponibilità, dalla risposta del pubblico ma, soprattutto, alla location. In tutta la nostra esperienza di curatori non abbiamo mai trovato un luogo più suggestivo e adatto dell’Abbazia del Goleto ed è una cosa che abbiamo ribadito in varie occasioni. Strutture nate appositamente per ospitare mostre non si sono rivelate alla sua altezza e anche se porteremo la mostra in luoghi e città importanti (sono in programma delle date a Roma e a Milano), nessuno spazio sarà altrettanto “magico”. I (pochi) dubbi che avevamo sulla riuscita, legati più che altro alla difficoltosa raggiungibilità del posto, sono stati fugati dal pubblico irpino che ha risposto con affetto e partecipazione. Non è mancata un po’ di fortuna la sera del taglio del nastro, grazie ad un clima mite e sereno che era mancato nelle settimane di preparazione e che ha contribuito alla folta adesione».

Adesso che Scola non c’è più si è creata una piccola “rivalità mediatico-geografica” su chi possa vantare il maggior legame con il Maestro. Roma, che lo ha accolto da piccino e lo ha formato, lo commemora da figlio naturale e l’Irpinia, che gli ha dato i natali, ne rivendica orgogliosa la paternità. Nel corso dei suoi incontri con Scola che idea si è fatto del suo legame con la terra di origine e cosa ne pensa di questa piccola diatriba?

«Ettore Scola era profondamente legato all’Irpinia, affettivamente parlando. In Italia celebriamo sempre chi non c’è più, io ho avuto la fortuna di ricostruire i pezzi della sua vita dai suoi racconti, da lui in persona. Nei libri si celebra maggiormente lo Scola romano, ma a sentir parlare il Maestro si capisce subito che Trevico è stata un pezzo fondamentale della sua esistenza. Sì, è vero, è andato via a 5 anni, ma è a Trevico che ha conosciuto il cinema, con le proiezioni di piazza. È a casa dei familiari rimasti in Irpinia, che lui andava a trovare d’estate, che si è appassionato al giornale satirico Marc’Aurelio (della cui redazione entrerà a far parte “da grande”), perché gli viene chiesto di leggere per il nonno che inizia a non vederci più tanto bene. E i richiami alle sue radici nel suo lavoro non mancheranno: il bambino di “Splendor”, ad esempio, è Scola piccino in piazza a Trevico. Certo, è fuori discussione che se fosse rimasto nel paesino non sarebbe diventato il regista che tutti noi conosciamo, ma si sarebbe dedicato ad altre attività. Roma ha permesso a Scola la crescita professionale e le possibilità in campo cinematografico. Ma senza Trevico non ci sarebbe stato questo Ettore Scola, per come l’abbiamo conosciuto e per il tipo di lavoro che ha prodotto e che abbiamo amato».

  • Foto archivio della mostra "Piacere Ettore Scola" - Scola, Troisi, Mastroianni su set di "Che ora è", 1989

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