L’ultima assemblea del Partito democratico si è conclusa con un nulla di fatto. La tanto sbandierata sfiducia al segretario Carmine De Blasio alla fine non c’è stata. I numeri hanno dimostrato in maniera aritmetica che il partito è, però, comunque esattamente spaccato in due.

Bove, lei come commenta la vicenda?

«Ieri è accaduto ciò che qualsiasi bambino di 5 anni avrebbe intuito. Si è voluto imbarcarsi in un’operazione per cercare di sgambettare il segretario provinciale, prescindendo da un’alleanza di natura politica, ed è evidente che quando si prova solo con la logica dei numeri questi non sono facilmente governabili, in quando dietro quei numeri ci sono persone che pensano. Si è ottenuto solo l’effetto di una colossale figuraccia agli occhi della gente, che fortunatamente è molto più avanti di noi dirigenti del Pd rispetto a questo modo di gestire le cose. Abbiamo solo certificato una spaccatura a metà del partito che non lascia presagire nulla di buono rispetto agli appuntamenti futuri che ci vedranno impegnati per le prossime amministrative, per le scelte di governo degli enti e per rispondere ai bisogni del territorio».

Ad ogni modo tra i proponenti della mozione di sfiducia ci sono i riferimenti istituzionali del partito irpino, dalla delegazione parlamentare a quella regionale. Questo non rende la crisi ancora più profonda?

«Quella dell’ultima assemblea provinciale è stata una pagina da chiudere nel più breve tempo possibile. E’ stata una pagina brutta per tutti, al di là dei livelli istituzionali, anche per i semplici militanti. Quando parlo di esercizio di resipiscenza penso proprio a questo: ognuno di noi deve essere in grado di guardare all’interesse generale e collettivo, anche perché in tutta onestà, alla gente dei riposizionamenti di riferimenti istituzionali del Pd non interessa più di tanto. Dobbiamo parlare di contenuti».

Tuttavia il Partito democratico irpino è nel caos e non c’è una maggioranza che garantisca la governabilità. Secondo lei come se ne esce?

«Con un esercizio di resipiscenza e di responsabilità da parte di tutti, nessuno escluso. Con un esercizio di resipiscenza su quelli gli errori che sono stati compiuti e rimettendo al centro la politica, intesa come capacità di immaginare soluzioni condivise ai problemi. Sono un militante del Pd e credo che questo partito ha ancora l’opportunità di dare un senso all’agire politico. Immagino che concretamente questa storia delle anime, dei dirigenti, ma anche aree delle componenti, delle subcomponenti, per qualcuno direi anche spifferi, finisca. Bisogna guardare all’interesse generale del partito.
C’è una spaccatura, ma non la si supera con le gestioni commissariali o i colpi di mano, neppure con i governi straordinari, piuttosto mettendosi intorno ad un tavolo e condividendo non un percorso, ma la soluzione dei problemi con adeguati aspetti contenutistici. Il Pd oggi ha ancora un segretario e sono convinto che De Blasio deve ora sfidare l’intero partito sul piano dei contenuti. Basta con questa storia delle conte, delle ripicche, basta con i personalismi. Il limite di questa vicenda è che si è consumata in un’ottica solamente di scontro personalistico e quando diventa questo la politica non è entusiasmante. Bisogna fare altro».

Da diverso tempo il segretario Carmine De Blasio sottolinea la presenza costante del partito sul terreno di questioni quanto di vertenze aperte sul territorio e richiama alla responsabilità in questo senso. Pensa che questa possa essere la strada giusta?

«C'è sicuramente un segnale di cambiamento, dei tentativi di confronto e questo è un dato da evidenziare in termini positivi. Senza entrare nel merito, ma restando sul metodo, penso alla vicenda dei forestali nella quale c'è stata una volontà di confrontarsi in modo diverso rispetto alle questioni. Non giudico quanto è stato fatto, ma ci sono segnali incoraggianti che vanno colti. Se De Blasio continua sulla strada di una sfida al partito, a tutto il partito, su questa metodologia, che per noi rimanda al metodo della partecipazione condivisa che abbiamo sperimentato e sperimentiamo quotidianamente, penso che qualcosa di positivo possa nascere. Di qui a costruire il partito, però, c'è ancora tanto da fare, ma ci auguriamo che con la brutta pagina di ieri si segni definitivamente una svolta. Immaginare anche una segreteria che sia in grado di cogliere nuove istanze e ragionare su come strutturare il partito sul territorio può essere un ulteriore elemento. Non vedo motivi per cui De Blasio debba sottrarsi rispetto a un fronte ampio che lavora sul piano dei contenuti. A questo punto andiamo in provincia e facciamo una mappatura di quello che c'è, dei circoli; facciamo ad Avellino quello che è stato fatto a Roma, verifichiamo quanto c'è di buono e scartiamo cosa c'è di cattivo nel partito. Probabilmente le cose miglioreranno».

Alla segreteria provinciale, però, viene ancora contestata la scelta dei candidati alle regionali di quest'anno, interpretata come un segnale invece di mancata condivisione. Ma è proprio quella la radice di tutti i mali?

«Credo che quella sia già una conseguenza dei mali. Il problema è che oggi non abbiamo ancora costruito il Pd, e non è un problema di Avellino, ma del partito in tutta Italia. Oggi il Pd è ancora una coabitazione forzata tra due tradizioni differenti e dobbiamo cercare di renderlo partito. Questo significa anche prendere atto degli errori e probabilmente quello delle candidature è stato un errore, ma non per la persona esclusa dalle liste, quanto per il metodo utilizzato senza tener conto di tutte le anime. Personalmente sono pronto a rifare la battaglia in nome di un'idea di giustizia, a mettere la faccia per un'idea giusta, per un partito che tenga dentro tutti e non escluda nessuno. Quella battaglia però non la rifarei per la persona che è stata esclusa, alla luce anche degli eventi che maturano, perché ritengo che la politica sia altro».

Ma la situazione attuale non è un po' la stessa? Sembra che si tratti sempre di due muri che si contrappongono ciclicamente, di due anime che non riescono a incontrarsi anzi si scontrano e molto duramente. Le condizioni secondo lei ci sono ancora o è il progetto del Pd che è fallito?

«Questi livelli di scontro avvengono quando c'è una personalizzazione. La questione qui è puramente politica, ma se si riduce a uno scontro personale, non se ne caverà mai nulla. Si va avanti invece attraverso la condivisione del metodo su contenuti specifici. Non crediamo che il Pd sia un partito palestra, un partito di militanti, di gente che non viene chiamata solo per fare tre assemblee in tre settimane, di persone in carne e ossa che hanno una loro dignità, che pensano e non rispondono a capibastone. Questo deve essere fatto a livello nazionale, regionale, provinciale e anche di circolo. E tornando alla coesistenza delle due anime, dobbiamo anche intenderci su cosa sia la sinistra e la parte di centro all'interno del partito. Io credo che il tempo per un superamento di questa dicotomia sia abbondantemente maturo, perché oggi non esiste una idea di sinistra che in qualche modo sia contrapposta alla vecchia idea di centro. Oggi esiste un modo con cui noi facciamo vivere i valori della solidarietà sociale, attraverso i quali scegliamo di aprire le strutture di governo alla cittadinanza attiva. E’ il modo attraverso cui decidiamo di rapportarci alle istanze che ci vengono dal basso. Il partito deve essere questo e quando noi pensiamo alla sinistra e al partito palestra intendiamo esattamente questo. Non intendiamo la classica sinistra che si consuma passeggiando per il Corso o che si chiude nei piccoli vicoli di centro. Intendiamo una sinistra ben diversa rispetto a questa idea di sinistra e credo che ci sia spazio per tutti».

Tornando all’assemblea provinciale, Francesco Todisco, colui che ha consegnato materialmente la mozione di sfiducia alla presidente Santaniello, oggi sostiene la necessità di sperimentare la possibilità di soluzioni condivise, per quanto transitorie…

«Non mi piace parlare delle posizioni altrui. Preferisco parlare di politica. Ciò che a noi interessa evidenziare è che questa operazione è nata in modo sbagliato in quanto è mancata la politica sin dall’inizio, tanto è vero che il presentatore della mozione ha pubblicamente affermato che dietro non c’era la volontà di un ragionamento politico a questo sistema di gestione. Non ne usciamo con i comunicati stampi o con i cambiamenti di umore. Se ne esce tornado alla vera politica, con la capacità di abbandonare le logiche settarie o di appartenenza, mettendo al centro l’interesse generale e collettivo. Se fosse stato fatto questo come ragionamento, prima della presentazione della mozione di sfiducia, probabilmente qualcuno avrebbe evitato figuracce. Da quello che mi sembra di capire è mancato qualche delegato. Il vero sconfitto di questa vicenda, oltre ad essere la politica in termini generali, è chi non è stato in grado di portare neanche i delegati che hanno firmato. Io mi farei qualche domanda. E quando parlo di resipiscenza non la intendo nel senso di emanare un comunicato stampa con cui torni indietro rispetto a quello che hai fatto fino a ieri sera. Resipiscenza significa prendere atto di un errore, di un fallimento, e ragionane sulla condivisione di contenuti».

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