A poco più di tre anni dall’elezione tra le fila della maggioranza consiliare, Mario Guerriero ha preso carta e penna e ha rassegnato le proprie dimissioni.

Mario Guerriero, ieri, 9 dicembre, ha protocollato le dimissioni da consigliere comunale di Capriglia Irpina. Un gesto quasi rivoluzionario in un periodo storico/sociale nel quale nessuno è pronto a “lasciare la poltrona”. Da cosa è scaturita tale decisione?

«Credo che ci voglia una grande dose di coraggio e di determinazione nell’accettare di rappresentare una larga fetta della popolazione del proprio paese. Uguale dose di coraggio e determinazione ci vogliono anche per prendere una decisione sofferta come quella di lasciare senza rappresentanza istituzionale chi ti ha votato. Ma quando le cose non funzionano e si rischia di ingabbiarsi in logiche perverse, padronali, affaristiche allora meglio fermarsi. Rispetto alcuni temi bisogna stare a distanza igienica.
Ho maturato questa decisione nel tempo, nello specifico negli ultimi sei mesi, dal momento che l’Amministrazione di cui facevo parte ha iniziato prima a zoppicare e poi a prendere una piega politica preoccupante. Il Consiglio Comunale è stato esautorato di ogni funzione. Tutto è deciso dal Sindaco e subito dai suoi due fedelissimi Assessori. Tutte le decisioni sono state prese senza consultare i Consiglieri Comunali o le forze sociali vicine al gruppo politico. Non ho mai avuto il piacere di partecipare ad una riunione per stabilire la linea politica del Comune di Capriglia Irpina rispetto gli Enti come ATO, ASI, Alto Calore. Non mi hanno mai concesso di discutere con i tecnici rispetto la programmazione delle opere e tantomeno di confrontarmi con i legali rispetto ai debiti fuori bilancio».

Lei lamenta uno scarso, se non nullo, coinvolgimento del consiglio comunale nelle scelte di natura politica dell’ente. Seppur con perimetri e in contesti diversi, ciò avviene anche in amministrazioni più grandi. Penso al capoluogo. Secondo lei a cosa è dovuta questa sorta di scostamento dalla rappresentanza?

«E’ dovuto principalmente dall’inesperienza e dalla poca formazione politica. Il civismo ha permesso di spalancare le porte del governo dei territori a chiunque. Nel mio caso il Sindaco si è ritrovato, per sua immensa fortuna, a ricoprire quel ruolo alle soglie dei sessant’anni senza mai sedersi nel Consiglio Comunale, senza conoscere le procedure, senza aver fatto politica un giorno in vita sua. È chiaro che a quel punto anche l’avidità del potere, l’illusione di essere un’intoccabile fanno il resto.
Dall’alto di questo fantomatico piedistallo, e accerchiato da una cerchia magica di collaboratori e presunti esperti (guarda caso tutti estranei al paese e accumunati dalla stessa “idea”), si è permesso di dare lezioni su come si amministra offendendo, anche sul piano umano, chi invece ha maturato esperienze politiche significative da anni».

Lei è molto giovane, almeno secondo i parametri italici, ma ha un percorso politico quanto mai lineare che non si è mai scostato da posizioni prettamente di Sinistra. Ritiene la sua adesione a Sel un approdo naturale e soprattutto pensa che ci siano gli spazi, in ambito provinciale e nazionale, per arrivare ad esprimere un’alternativa di governo?

«Per me parla la mia storia di coerenza e di battaglie. Metto a disposizione sempre il mio tempo passato nelle vertenze e nella difesa del territorio, nello studio per la formazione di una nuova classe dirigente fino alla mia ultima esperienza amministrativa. Per questo il mio contributo a Sel è un passaggio naturale, anche se momentaneo, visto che a gennaio daremo vita ad un processo costituente (in cui Sel porterà la sua esperienza) che mira a costruire, in breve tempo, una soggettività politica nuova, unitaria e forte, capace di candidarsi alla guida del Paese. E quello che hanno fatto tutte le forze politiche della Sinistra Europea con risultati entusiasmanti dalla Grecia al Portogallo, passando per il Regno Unito e la Germania».

Jobs Act, la Buona Scuola, politiche ambientali. Temi che il governo Renzi e il Partito democratico ha affrontato lasciando però a molti l’amaro in bocca. Quali sono le risposte di Sel e di Sinistra italiana rispetto a riforme e indirizzi di governo fortemente contestati e avversati anche in Irpinia?

«In Italia siamo al paradosso: visto che per anni non è stato fatto nulla allora qualsiasi cosa è accettata, tanto l’importante è che si faccia qualcosa. Il Jobs Act è la nuova frontiera della precarietà perenne. È la distruzione consapevole di ogni diritto della persona e del lavoratore. Un balzo indietro di un secolo pericolosissimo. Così le politiche ambientali con le trivelle che incombono sul territorio e la Buona Scuola che ha visto mortificate l’intelligenza e la preparazione di migliaia di docenti.
Su questo le risposte da dare sono articolate, certo, ma il comportamento deve essere lineare: una sinistra che faccia la sinistra e non si mascheri da una finta destra. Una sinistra che ritorni a parlare di diritti, di uguaglianza, di sviluppo sostenibile. Il Governo Renzi incassa l’appoggio e l’endorsement della BCE, dell’Europa tecnocratica, delle Banche e dei potenti. Io immagino una sinistra di governo forte che invece incassa il sostegno dei lavoratori, delle partite iva, degli studenti e di chi oggi soffre».

In primavera molti comuni della provincia di Avellino sono chiamati al voto per il rinnovo delle amministrazioni. Come intende prepararsi Sinistra italiana per quest’importante appuntamento?

«Per quello che ci siamo detti fino a questo momento la strada che deve percorrere Sinistra Italiana è semplice e limpida: sperimentare forme di protagonismo radicalmente alternative al PD (e affini), alle sue logiche e al suo modo di trattare il territorio. Un’alternativa che sia capace di guidare processi di trasformazione con persone valide, senza incappare nelle stesse brutte sorprese che ho trovato io».

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