Mentre le opposizioni consiliari serrano le fila in vista dell'incontro pubblico di domani pomeriggio alle 17 davanti alla sede di Palazzo di città, il gruppo di Possibile si prepara ad un momento istituzionalizzante, l'assemblea costituente che formalizzerà la trasformazione in partito del movimento promosso da Giuseppe Civati e dunque non potrà essere presente all'appuntamento con la città.

Tuttavia, il portavoce di Possibile Avellino Nino Sanfilippo conferma l'adesione morale all'iniziativa organizzata per sollecitare le dimissioni del sindaco Paolo Foti.

«Ci saremo idealmente e faremo di tutto per esserci anche di persona, per esprimere il nostro disagio di fronte a un'amministrazione che non riesce a dare risposte adeguate perché non riesce a trovare una sintesi al suo interno e a distanza di tre rimpasti, 14 assessori rimossi, abbiamo un "Foti ter" che non è stato adeguatamente spiegato e approfondito e ancora oggi la città è ostaggio di beghe che sono solamente interne al Partito democratico. C’è un tentativo di ricomporre le fratture fortissime all'interno del PD attraverso l'amministrazione comunale e un casellario a cui qualcuno si è sottratto mentre qualcun altro invece paventa scenari in cui ci potrebbe essere un interessamento. Ma c'è un problema enorme nel partito avellinese, in cui il quadro è assolutamente balcanizzato e non si riesce ad arrivare ad una sintesi. E gli appelli che sento, anche da figure sicuramente degne di rispetto per la loro storia, il loro impegno, come il senatore Enzo De Luca, rimangono lettera morta. Si continua a fare appello a un senso di responsabilità, ma secondo me è soltanto un non voler guardare in faccia la realtà, che invece ogni giorno mi sembra sempre più chiara.

Ci sono delle componenti che non si interessano, almeno in questa fase, della città: penso alla posizione di attesa della componente che fa capo a Rosetta D'Amelio, il cui orizzonte probabilmente è spostato alle future elezioni, nonostante l'importantissimo ruolo che riveste in consiglio regionale, come consigliere anziano oltreché presidente dell'assemblea. Mi sembra a questo punto impensabile che si possa ricomporre una maggioranza in grado di lavorare in maniera serena. Né può essere il completamento dei cantieri l'orizzonte ultimo di un'amministrazione. È sicuramente un fattore importante, l'impegno dell'assessore Preziosi non è qualcosa che non riconosciamo, resta il fatto che però ci sono degli atteggiamenti, comportamenti e dichiarazioni che fanno trasparire che c'è una parte di PD che guarda oltre Foti, ma guarda secondo noi nella direzione sbagliata, con un certo strabismo e con un tentativo di proporre se stessi. Bisognerebbe anche ricordare a Gianluca Festa che già si muove come un candidato che è stato vicesindaco del Galasso bis e aveva chiuso un accordo per Foti al ballottaggio e ora cerca di tirarsi fuori, rifarsi una verginità, contestando un'amministrazione su tutta la linea. Secondo noi Foti è superato per le difficoltà in cui si trova e non è una questione ad personam: Foti è solo la punta dell'iceberg. Il sindaco sicuramente in alcuni frangenti non ha spiegato abbastanza, forse anche per motivi caratteriali non intende sottoporsi ad approfondimenti invece necessari, è una persona probabilmente schiva che viene da un mondo dove la sua figura istituzionale veniva riconosciuta, ma la politica richiede modi diversi. Crediamo che chiunque nelle condizioni di Foti avrebbe grosse difficoltà e la posizione molto critica assunta dalla consigliera Nadia Arace nei confronti del primo cittadino è dettata anche dalla frustrazione di essere consigliera comunale e vivere ogni giorno la mortificazione del ruolo che ricopre e del luogo del Consiglio».

Cos'è che ha rimproverate maggiormente al sindaco?

«Non ho visto una linea e non si è riscontrata un'idea di città. Ci sono stati impegni disattesi, ma sono impegni che chiaramente non potevano essere portati avanti se non con una coesione forte di tutte le componenti. Ci sono anche persone che sono state elette in liste non del PD e che poi dettano la linea. Già quando eravamo nel PD eravamo scettici su alcune alleanze, lo siamo ancora di più oggi, nel momento in cui alcuni assessori dettano la linea, per esempio, sulle casette di Natale e le attività produttive. Non pensavamo che dovesse essere quello l'orizzonte in cui il PD si muoveva».

Tornando su una questione che interessa da vicino il gruppo Possibile, si è registrata con grande soddisfazione l'approvazione della maggior parte delle mozioni elaborate ai tavoli di lavoro avviati lo scorso anno e presentate in aula da Nadia Arace e Giancarlo Giordano. Allo stesso tempo, però, l'unica mozione che non è passata in consiglio riguardava la gestione partecipata di Parco Manganelli, un modello spesso evocato ma che poi si fa fatica ad attuare quando si arriva al punto della concretezza. In quell'occasione si è parlato di una sfida non raccolta dall'amministrazione, ma lei come interpreta questa situazione? Si tratta di un limite in termini politici?

«No, credo che convenga. Sono abbastanza certo che sia i consiglieri, sia gli assessori abbiano tutte le capacità per capire lo spirito di una gestione di questo genere, ma semplicemente non si è accettata una sfida sicuramente impegnativa su cui bisognava utilizzare delle piattaforme di accordo con le associazioni sportive, immaginare che a ognuno venisse chiesto un impegno sulle aree verdi, aspetto che nel progetto era spiegato in maniera molto dettagliata e mi auguro che i consiglieri abbiano speso un po' di tempo a leggere. Si è preferita, in maniera assolutamente legittima, una opzione più conservativa, motivandola con il fatto che il Comune ha bisogno di fare cassa. Mi fa piacere sapere dal consigliere Nadia Arace che molti si sono messi in regola, sarebbe bello se venissero espletate le procedure di riapproprio dei locali gestiti da morosi. Perché una ricognizione delle morosità che dura in eterno mi sa tanto di un tentativo di procrastinare, spostare il problema fino a farlo cadere nel dimenticatoio. Sulle strutture pubbliche serviva più coraggio, in quelle strutture dove il percorso di Possibile si è focalizzato, ma è chiaro che in ultima istanza l'amministrazione a questo punto faccia seguire le parole ai fatti e che riesca ad introitare quanto più possibile».

Come interpreta le dimissioni da vice capo gruppo di Salvatore Cucciniello?

«Forse la componente dameliana vuole avere un peso e probabilmente si è resa conto che così non si va avanti. Non vorrei però che si riproponga il solito schema, che ci stiamo già apprestando a una ricomposizione per interessi e posizionamenti futuri e non vorrei che ci fosse uno schema per il quale si baratta la città per avere poi agibilità rispetto a nuove elezioni nel 2018 o, nel caso in cui la Regione dovesse avere problemi, visti i recenti fatti di cronaca giudiziaria che coinvolgono il governatore Vincenzo De Luca, il solito scambio al ribasso sulla pelle della città di Avellino».

Crede, vista la gravità della situazione, ci possa essere invece uno schema alternativo?

«No, però a leggere le dichiarazioni che circolano sembra piuttosto che qualcuno voglia il piatto. Sembra che non ci si accontenti e che la posta si sia alzata, Che non è più questione di accontentarsi di un paio di assessori. Probabilmente il manuale Cencelli poteva funzionare, se tutti fossero stati comunque sulla linea di voler ricomporre, di voler aiutare il sindaco Foti. Ma a me sembra che da molte parti, si giochi a distruggere. Ognuno gioca la sua partita personale e il PD non è più presidiato, oltre ad aver perso la sua base sociale, essendosi allontanato da quel mondo che prima lo vedeva come il proprio partito, con riforme come la buona scuola che non arriva a nulla e non risolve i problemi. Il PD e quindi un partito in cui, poiché il sistema elettorale è stata voluta così, ognuno ha interesse a massimizzare la propria posizione e c'è un potere irresponsabile. Ma il Pd doveva assolvere delle funzioni che richiedevano lo sforzo di donare la propria esperienza, il proprio consenso e c'è gente che si è spesa per il Pd, come Caterina Barra, Marietta Giordano, Stefano La Verde per citarne alcuni, gente che ha usato la sua riconosciuta professionalità, la sua esperienza, la sua credibilità, raccogliendo i voti, facendo campagna elettorale e forzando anche i propri lati caratteriali, perché l'esposizione non è una cosa che ricercano, ma sono abituate a lavorare».

In sostanza si tratta di un equilibrio saltato?

«Sì, c'è sicuramente un equilibrio che si fa fatica a ricomporre perché il partito, dopo il risultato alle regionali, vede i rapporti di forza cambiati, ma ribadisco che noi siamo usciti dal PD proprio perché riteniamo si possa fare politica in modo diverso, partendo dalla prossimità, dai bisogni del territorio, cercando di intercettare il consenso delle persone su quelle che sono anche delle modalità, un metodo in cui si riconoscono le persone anche nella loro individualità. Qui, purtroppo, si continua a parlare di componenti nel momento in cui tra l'altro il PD romano non riesce a governare i processi. Marino e De Luca sono due facce della stessa medaglia con esiti differenti: mentre si raccolgono le firme dal notaio nel caso di Marino si glissa in vece su dei Luca, si adottano espressioni di comodo, ci si defila e qualche ministro, nello specifico quello della Giustizia, ha detto "non era un mio candidato". Ma alla fine ci si ricompone sempre attorno al potere, il che è un problema enorme soprattutto nel momento in cui manchiamo di classe dirigente. E dietro non c'è nulla al di là dei potentati locali, soprattutto al sud».

Qual è la sua opinione sul coinvolgimento della responsabile enti locali del partito, Valentina Paris, che da un lato ha accolto questa investitura, ma dall'altro ne ha anche preso un po' le distanze?

«L'intelligenza politica dell'onorevole Paris sta proprio nell'espletare una funzione che le è data dal ruolo in segreteria nazionale, ma nel rendersi conto che in questo quadro il suo impatto può essere marginale, aldilà della grande capacità di mediazione e della buona volontà. Probabilmente, ripeto, qui ci sono in gioco interessi elettorali che lei può semplicemente cercare di ricomporre, ma non governare. Ribadisco però la posizione espressa già qualche mese fa per cui se la ricomposizione deve essere ottenuta al solo scopo di trovare una tregua più o meno armata per sei mesi e poi continuare ad attaccare Fopti, questo stillicidio continuo non ha senso. Il comportamento di certe persone che fanno ancora parte della maggioranza, seppure in maniera critica, seppure non votando il bilancio, mi fa propendere per un tentativo di accordo che più o meno si sta componendo, di cui sapremo l'entità».

Secondo lei l’amministrazione riuscirà a superare l’imminente fine dell’anno?

«Non ci saranno passaggi nei quali questa amministrazione a trazione PD potrà andare in difficoltà entro fine anno, certo è che un passaggio sulla città va fatto e se il dissenso è così forte, come si legge anche sulle piattaforme digitali, sabato sarà un'occasione per mostrarlo. Noi probabilmente non ci saremo, perché abbiamo tre delegati di Avellino e uno di Benevento che parteciperanno alla votazione dello statuto e dunque saranno impegnati in un momento decisivo della nascita di questo nuovo soggetto politico, ma è chiaro che quella piazza la sentiamo, pur nelle sue differenziazione. I cittadini però sono chiamati a rendere visibile il loro dissenso e anche a motivarlo, perché il lavoro di opposizione non è solo quello che si compie in consiglio comunale e se ci sono tante cose che non vanno, sabato sarà il momento per manifestarlo. Mi preoccupa però ancora di più l'atteggiamento di certi consiglieri che temono questa manifestazione come se fosse quello il turning point su cui pensare quelli che devono essere gli ultimi due anni e mezzo di amministrazione. Ci sono passaggi ulteriori e se non ci saranno condizioni di agibilità, la lettera che Foti tanto accoratamente ha indirizzato alla segretaria regionale e alla deputazione deve diventare realtà, soprattutto per lui. Noi siamo usciti dalla PD nazionale quando abbiamo capito che aveva preso una deriva che non ci piaceva, lui asserisce di essere un uomo libero e noi ci auguriamo che sia così e secondo noi deve sottrarsi a questo stillicidio. Perché così non riesce a governare e soprattutto per la sacralità del consiglio comunale, è anche una questione di rispetto per un luogo deputato in cui invece non si decide nulla, la maggioranza viene messa in fuga alla minima incertezza e sembra che non ci si aspetti altro che occasioni per cercare di fiaccare ulteriormente questa amministrazione. Ci sono stati dei consiglieri che coraggiosamente hanno detto "o si ricompone o si va a casa", altri invece traccheggiano non capisco in attesa di cosa, ma l'amministrazione comunale non può essere la stanza di compensazione delle beghe del PD. Ci sono stati degli errori del PD che hanno fatto assurgere a paladini di un nuovo modo di fare politica persone che invece hanno gestito il potere con posizioni apicali e probabilmente la città non è più disposta nelle sue varie articolazioni e nella sua eterogeneità a sopportare che in due o tre stanze, che siano provinciali, regionali o cittadini, si decide il destino di tutti. Anche di quelli che non ti votano, perché poi la democrazie quello».

Quale atteggiamento secondo lei sarebbe auspicabile?

«Ci vuole un atto di coraggio dei consiglieri, aldilà dell'appartenenza alle varie componenti e sotto componenti, di quanti vanno in consiglio comunale e ci mettono la faccia, che lo facciano in un senso o nell'altro e appunto nel luogo deputato. Le prossimità politiche solite sono saltate e, dal mio punto di vista, il comitato di salute pubblica non è un'idea completamente folle. Nel momento in cui devi garantire professionalità in alcuni ruoli non sono uno che chiude aprioristicamente a tutto e la peculiarità avellinese richiede, secondo me, uno sforzo di venirsi incontro sul programma e io sarei disponibile ad aprire verso altri mondi e altre esperienze».

 

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