Tornerà la prossima settimana ad Avellino il banchetto di Possibile per la raccolta delle firme per i referendum. L’iniziativa, partita a luglio, sarà ripetuta fino al 20 settembre, prima di avviare la fase tecnica dell’autentica, ma la raccolta delle firme è attiva anche a Flumeri, Summonte, Ospedaletto, Serino attraverso rappresentanti del movimento che, come spiega il responsabile organizzativo di Possibile Alessio Nicolini, si sta sempre più radicando sul territorio irpino.

«Possibile sta andando bene, c’è stata molta curiosità e abbiamo avuto diversi incontri con persone che si sono avvicinate anche attraverso l’esperienza amministrativa che stiamo facendo con Nadia Arace, oltre che con altre persone già presenti sul territorio come Donata Ferrante e Nino Sanfilippo. Siamo una quarantina ad Avellino, nel comitato di riferimento che al momento raggruppa tutti, ma immaginiamo di espanderci fuori dalla città, con un comitato in ogni zona».

Possibile ha origine in un momento di rottura determinante rispetto al Partito Democratico, qual è la curiosità maggiore che riscontrate e l’aspetto che vi capita più frequentemente di spiegare a chi si avvicina al movimento?

«Chiaramente ci chiedono di spiegare le motivazioni che ci hanno spinto a uscire dal Pd, perché la maggior parte del gruppo è composto per lo più da persone fuoriuscite dal Partito Democratico, che in questo momento non ci sentiamo neanche di definire tale e che quindi non ci rappresenta più in nulla. A differenza di amici e compagni che continuano a proseguire la loro battaglia all’interno del partito, nella speranza di sovvertire il renzismo, noi abbiamo fatto una scelta differente, non trovando più uno spazio agibile. A livello locale, con l’apertura dei tavoli di lavoro che all’inizio di quest’anno hanno elaborato le mozioni che arriveranno in Consiglio comunale ad Avellino, siamo stati lungimiranti perciò ora abbiamo sei mesi di vantaggio e per certi versi abbiamo già completato un rodaggio. Con l’uscita definitiva dal Pd siamo semplicemente passati a un livello successivo».

Quello che viene fuori dai quesiti referendari che intendete presentare e per i quali state raccogliendo le firme, è che riguardano provvedimenti che per il Governo Renzi rappresentano proprio dei punti di forza, dal Jobs Act, all’Italicum, da La buona scuola allo Sblocca Italia e per gli oppositori invece una dimostrazione del fatto che il cambiamento avviato sia un cambiamento non rispondente alle esigenze del Paese. Sembra chiaro che è questa la posizione sposata anche da Possibile…

«Non metto in dubbio che quello di Renzi sia un Governo del fare, ma il problema è come lo sta facendo, perché lo sta facendo male e i referendum riguardano quattro leggi di questo Governo che noi reputiamo sbagliate. Quindi vogliamo demandare di nuovo al cittadino la possibilità di scegliere e partecipare. L’articolo 1 della Costituzione dice che il popolo è sovrano, ma in questo momento di sovranità ne ha ben poca, soprattutto a livello nazionale. A livello locale, anche per come sono fatte le leggi elettorali, un minimo di sovranità rimane, ma a livello nazionale per quello che è attualmente l’Italicum e per quello che si sta predisponendo per il Senato e con il fatto di aver trasformato le Province in enti di secondo livello, veramente rimane poco spazio perché il cittadino possa esprimersi. Per questo, reputiamo uno dei pochi strumenti democratici rimasti i referendum e ne presentiamo su quattro temi che sono stati approvati tutto fuorché democraticamente, perché si tratta di provvedimenti approvati con il voto di fiducia o con decreti legge d’urgenza, espropriando il Parlamento delle sue funzioni e le minoranze e chi non era d’accordo su alcuni passaggi dal presentare emendamenti per poterle correggere».

Quello che contestate quindi sono innanzitutto le modalità di approvazione delle norme che vi proponete di modificare?

«Certamente. Perché soprattutto in quello che è il nostro ex partito siamo stati messi in un angolo e ci è stato presentato un pacchetto pronto dicendo "questo è, non ascoltiamo più nessuno e dovete votarlo perché abbiamo fretta", ma questa fretta non porta a niente. Questo ci ha fatto valutare l’idea di proporre i referendum».

Cosa mirano a modificare i quesiti referendari per i quali state raccogliendo le firme?

«In particolare, in merito ad alcuni aspetti dello Sblocca Italia, vogliamo prorogare le parti che riguardano trivellazioni in mare e le trivellazioni in terra».

Questo argomento qui in Irpinia ha una rilevanza particolarissima e incrocia la lunga battaglia condotta dai comitati No triv. Avete trovato sostegno su questo punto?

«Onestamente, su tutti gli otto quesiti abbiamo chiesto a tutti, dai sindacati alle associazioni ai partiti, di collaborare a livello provinciale, ma abbiamo ricevuto un due di picche. Perciò, ostinatamente, stiamo portando avanti questa battaglia da soli. Abbiamo un consenso spesso personale, ma non ufficiale. A livello nazionale, invece, i quesiti sono sostenuti da Green Italia e dai Verdi e dal movimento di Ingroia oltre che dai Radicali. L’unico partito che sta collaborando non noi, su Altavilla, è Sinistra al Lavoro».

In concreto, in cosa potremmo sperare in Irpinia se la battaglia del referendum sulle trivellazioni si chiudesse con un successo?

«Se per le trivellazioni in mare chiediamo il blocco totale, per quanto riguarda le trivellazioni in terra, c’è una parte dello Sblocca Italia che demanda tutto il potere decisionale al Governo centrale, esautorando Regioni, Province e città. Vogliamo abrogarla perché chi vive il territorio deve poter decidere su una materia del genere, che non può essere calata dall’alto, perché riguarda aspetti importanti dell’ambiente. Basta guardare la Basilicata, che non mi risulta sia una tra le migliori regioni d’Italia in questo momento, quindi non vediamo né l’utilità né grandi benefici legati alle trivellazioni. Dovremmo piuttosto iniziare a evolverci da questo punto di vista, invece di restare legati al fossile, dal momento che ci sono tante altre forme di energia da sviluppare».

Rispetto all’Italicum, invece, cosa chiedete?

«Abbiamo due quesiti sulla legge elettorale. Da un lato l’abrogazione totale della legge, dall’altro l’abolizione di quella parte della legge che definisce i capilista bloccati e le candidature plurime fino a 10 collegi. Perché a differenza di forse due formazioni politiche, se consideriamo il Pd e il Movimento Cinque Stelle, che inseriranno nelle liste i 10 capilista bloccati e che per il consenso che hanno a livello nazionale potranno eleggere anche deputati con le preferenze, tutti gli altri partiti non hanno la stessa forza elettorale, per cui eleggerebbero solo i capilista e verrebbe meno la possibilità di scelta dei cittadini».

Altro tema decisamente caldo, anche nella nostra provincia, è quello della riforma della scuola…

«Direi che è quello che ha dato il polso a questi referendum. La gente si ferma innanzitutto per questo: insegnanti, ma non solo, che vengono e dicono espressamente che intendono votare per il referendum contro la buona scuola e poi firmano anche per gli altri sette. In particolare chiediamo di modificare l’istituzione della figura del preside manager».

E’ anche l’aspetto più contestato dagli insegnanti che hanno protestato contro la riforma, anche in provincia, nella convinzione che questa novità riduca a zero la collegialità delle scelte e soprattutto possa dar spazio a ingiustizie nelle assunzioni dirette…

«Se la meritocrazia in Italia fosse un valore, non ci porremmo neanche il quesito, perché sapremmo che le scelte sarebbero fatte per il bene della scuola e dei ragazzi. Per questo c’è un’adesione molto sentita e c’è anche chi induce altri a firmare».

C’è anche chi intende lavorare sui referendum con tempi più lunghi rispetto a quelli scelti da Possibile, ci spiega le ragioni per cui avete invece preferito stringere i tempi?

«E’ una questione che è stata valutata sia da Pippo Civati sia da Andrea Pertici, che è il costituzionalista che ha steso i referendum, ed è parsa la decisione migliore, dal momento che i referendum si possono presentare dal 1 gennaio al 30 settembre di ogni anno per votarli l’anno successivo. La nostra urgenza è dettata dalla volontà di votare per i quesiti referendari in primavera, tanto più che nel 2016 il voto avverrebbe in concomitanza con le elezioni amministrative. Inoltre, ed è il motivo fondamentale, su tre dei quattro temi toccati, si andrebbe a votare prima dell’entrata in vigore di queste leggi. Qualcuno obietta che si potrebbe votare nel 2017, ma la Costituzione prevede che l’anno precedente alle elezioni politiche non si facciano referendum, perciò questi ultimi slitterebbero al 2018 se tutto va bene, se non al 2019. Ma noi siamo stanchi di limitarci a parlare e abbiamo fatto un’operazione molto semplice, realizzando qualcosa di concreto di cui nemmeno ci prendiamo la paternità, perché i referendum sono dei cittadini, di chi li firma e che potrà esprimersi su qualcosa che reputa sbagliato».

Come il Jobs Act, che pure ha sollevato diverse polemiche e che è l’ultimo dei provvedimenti contro i quali Possibile ha preso una posizione, ma con quali obiettivi precisi?

«Rispetto alla riforma del lavoro, attraverso due quesiti distinti, ci proponiamo l’abrogazione del demansionamento e quella del licenziamento senza giusta causa, cercando di recuperare un po’ di quello che era il buono dell’articolo 18, che è stato cancellato da questa legge pessima di cui già si vedono gli esiti. I temi in sostanza sono questi e sono temi che nel programma del Partito Democratico apparivano in un modo che è stato completamente stravolto dall’arroganza del presidente del Consiglio, ma fanno parte del nostro bagaglio di valori e vogliamo ristabilirli».

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