Il deputato del Movimento Cinque Stelle Carlo Sibilia commenta tra ironia e critica la decisione del sindaco Paolo Foti di rimescolare le carte nell’esecutivo cittadino.

«Mi chiedo quali siano le vicende recenti per cui si parla di rimpasto al Comune. Se il motivo deve essere che alle regionali il voto ha premiato per esempio Gianluca Festa, tanto per fare un nome, e si devono posizionare alcune pedine nell’amministrazione, allora il Movimento Cinque Stelle che ha raccolto il 25% dei consensi dovrebbe avere dei ministri. Non funziona così: funziona che se voti un sindaco per un progetto, quel progetto dovrebbe durare cinque anni. Questo si aspetta la gente, ma dopo due anni dalle comunali nulla di quello che era stato prospettato alla città in campagna elettorale è stato realizzato. Perciò, oggi, si dovrebbe piuttosto ammettere il fallimento e tornare alle elezioni».

Sibilia come giudica lo stato della città e di conseguenza l’operato dell’amministrazione Foti?

«Alcuni dei cantieri aperti hanno la mia età, mi viene in mente quello dell’autostazione per esempio, e gli esercenti vengono da me perché non trovano risposte nell’amministrazione, ma trovano una porta aperta con noi che non abbiamo nemmeno un consigliere comunale e giustamente si lamentano perché sono costretti a chiudere, dal momento che ci sono zone della città del tutto impraticabili. Eppure il sindaco di una città come Avellino, che non è una megalopoli, dovrebbe poter realizzare non dico tanto ma quattro cose…».

Seguendo il suo ragionamento, non crede che già il primo rimpasto fosse in un certo senso un segnale di fallimento, visto che in quel caso sono stati sostituiti assessori che il sindaco aveva scelto addirittura prima del ballottaggio, presentandoli come colonne portanti della sua politica di governo della città? Oltretutto si trattava di figure tecniche che sulla base delle proprie competenze avevano cominciato a lavorare probabilmente nell’ottica di un cambiamento.

«E’ questo il punto. Cosa diciamo alla città di quel programma iniziale? A che punto è? Il progetto illustrato anche con volantini lasciati nelle cassette della posta dei cittadini dove sta? Dov’è l’annunciata fruibilità delle opere pubbliche? Dove la mobilità e il trasporto cittadino?».

Qual è l’elemento sul quale secondo lei il sindaco avrebbe dovuto essere più risoluto?

«Il primo atto di un sindaco credo debba essere illustrare il bilancio alla cittadinanza, perché la prima cosa che devi spiegare ai cittadini è come utilizzi i loro soldi. Invece, non sembra esserci nulla di chiaro all’interno del bilancio comunale. I fondi europei che dovremmo avere e devono essere sbloccati dalla Regione, i 72mln di euro di Europa PIU, che dovevano servire a riqualificare una città, come sono stati utilizzati? Ma mi chiedo anche per quale motivo continuiamo ad avere cantieri aperti senza una progettualità complessiva, perché anche quando le opere in corso saranno finite, non si sa Avellino che città sarà. Si dovrebbe considerare, invece, che Avellino con una produttività di appena il 3% vive essenzialmente di commercio, ma come li si protegge i commercianti? Con quali misure? Non c’è nulla in questo senso e la percezione dei semplici cittadini deve essere ancora più negativa di chi bene o male comprende i meccanismi amministrativi. Per questo abbiamo chiesto strumenti di partecipazione che diano spazio anche alle istanze che provengono direttamente dalla cittadinanza».

Come giudica la capacità di comunicare dell’amministrazione?

«Con dei bellissimi cartelli sui cantieri che pubblicizzano "La volta buona" e hanno avuto la geniale risposta dei cittadini che hanno scritto su uno striscione "Se’ se’". Eppure esistono altri sistemi e abbiamo dei tabelloni per i quali sono stati spesi 52mila euro che ci ripetono "-5 punti se guidi senza cintura" e invece potrebbero avvertire che da un certo giorno una certa strada chiuderà al traffico. Ma al di là dei cantieri, abbiamo una zona completamente abbandonata, nei dintorni del vecchio ospedale, rispetto alla quale non si dice nulla e dove non c’è un’assistenza. Non a caso, come abbiamo fatto a Cagliari e stiamo attivando a Ferrara, apriremo uno sportello anticrisi. Lì abbiamo consiglieri comunali di opposizione, che hanno messo a disposizione i loro uffici e alcuni volontari fra commercialisti, avvocati e psicologi che danno assistenza al cittadino e grazie a questo lavoro che è anche di monitoraggio delle necessità, ovviamente dove c’è un’amministrazione che ascolta i cittadini e anche la minoranza, siamo riusciti ad attivare interventi di sostegno al reddito».

Qui però non siete a Palazzo di Città, come contate di rendere operativa questa iniziativa? Anche appoggiandovi a qualche esponente dell’amministrazione, magari a qualche consigliere di minoranza?

«Non lo siamo neanche a Cagliari, ma in una città sana se i cittadini propongono delle iniziative che appaiono attuabili, l’amministrazione le può tranquillamente accogliere e vagliare in consiglio. Ad ogni modo abbiamo sempre detto, ogni volta che facciamo una proposta, di essere contentissimi se c’è qualcuno che la vuole fare propria e portarla all’ordine del giorno del Consiglio Comunale. Ma ci sono nostre proposte protocollate in Comune, che ormai sembra solo un "protocollificio", da 10 anni, come il caso dei contenitori per la raccolta degli olii esausti che pure si trovano anche nei paesi con poche migliaia di abitanti e non sono nulla di eccezionale, ma danno un segnale chiaro rispetto a una politica che si vuole attuare, in termini di risparmio sia sui rifiuti sia sull’inquinamento ambientale. Perciò, in tutto questo, continuo a domandarmi Foti dove sta».

Passando dal piano più strettamente amministrativo a quello politico, qual è la sua opinione sulla situazione politica in città?

«Devo dire che non la leggo bene, perché quando il voto è di prossimità conta anche il contatto diretto, ma se poi questo ti fa chiudere gli occhi anche di fronte al fatto che c’è un presidente del consiglio comunale che ha ricevuto un avviso di garanzia, e mi riferisco alla vicenda dell’assegnazione dei parcheggi, c’è qualcosa che non va. E’ vero che nessuno è stato condannato, ma la percezione ad esempio di un ragazzo che voglia provare a creare una cooperativa sperando di concorrere per la gestione dei parcheggi è tale che desiste, pensando che le assegnazioni procedono per consuetudine, secondo una sorta di ingiustizia consolidata. Un po’ come chi decide di non tentare nemmeno un concorso pubblico, certo che tanto non lo vincerà. E’ per questo che come Movimento 5 Stelle abbiamo fatto approvare una norma perché non ci fosse discriminazione sulla base del voto di laurea e dell’università di provenienza, altrimenti chi ha preso 105/110 in un ateneo non considerato di primo piano sarebbe stato spacciato. Ed è una proposta nata ad Avellino, dal basso, a dimostrazione che qui c’è chi cerca di praticare il cambiamento rendendo concreta la cittadinanza attiva di cui pure De Sanctis parlava oltre 100 anni fa. Atteggiamento ben diverso da chi invece pensa solo a posizionare pedine, banalizzando di fatto la politica, e in un certo senso alimenta il sistema dei favoritismi e scoraggia la partecipazione. Un po’ come il caso della Commissione Statuto, che si è riunita stamattina ritengo anche perché il 29 luglio c’è il nostro ricorso al Tar in merito al regolamento per il referendum comunale, cosa non fatta e che sembra dire ai cittadini "tu stai a casa tua, nonostante la città sia tua, ogni 5 anni metti una croce su una scheda e il resto ce lo vediamo noi"».

In sostanza lei sembra ritenere che l’amministrazione tende ad agire quando è messa alle strette dalle circostanze?

«Per me sarebbe già una grande vittoria, se fosse così. Se questo è il meccanismo, sono disposto ad autotassarmi e fare ricorso su qualsiasi cosa. Ma dubito che basti, perché sugli strumenti di partecipazione abbiamo lavorato a lungo e c’era stato un avvio in commissione, sulle altre cose li vedo assolutamente fermi. Ci sono proposte come il wi-fi pubblico e gratuito o il bike sharing che risalgono addirittura all’amministrazione precedente, eppure significano mobilità e informazione, ma non è successo nulla».

Oggi, però, gli enti locali hanno anche problemi di cassa. Lei crede che la mancanza di incisività sia dovuta a una questione di risorse o soprattutto alla mancanza di volontà politica?

«Il problema dei soldi c’è sempre, ma credo che qui prima dei soldi c’è una mancanza di idee. Se anche avessero un miliardo di euro, aprirebbero altri cantieri ma senza aver recuperato o immaginato un’identità per Avellino. Che ci sia una questione aperta per il patto di stabilità che crea problemi è innegabile, ma insisto che non è quello il punto, è l’assenza di un’idea».

La definizione del Piano Strategico mira proprio a ragionare su una vocazione per la città di Avellino. Secondo lei quale potrebbe essere?

«Lo sostengo da sempre: Avellino e la provincia irpina possono vivere di cultura, turismo e agricoltura, per me sono questi i tre assi fondamentali».

Su questo, per certi versi, pare concordare con le dichiarazioni del sindaco che da mesi parla di Avellino come "porta della ruralità irpina"…

«Quello che esce dalla bocca del sindaco non lo prendo per buono, perché i fatti mi dicono che non posso. Vorrei tanto avere un sindaco affidabile, ma i fatti in questo momento mi dicono che non è così».

Se dovesse fare una previsione, direbbe che Foti ce la farà ad arrivare a fine mandato?


«Non lo so, ma spero di no. Non so cos’altro bisogna vedere e ci deve capitare…».

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