«Le Donne devono correre, schivare, imparare a nascondersi e a morire senza morire. Le Donne corrono nelle strade. Nelle città e nelle poesie. Nelle verità e nelle menzogne. Corrono senza riposo». Perché alle donne, giudicate in ogni cultura sotto tutti gli aspetti per il solo fatto d’esser nate donne, non è consentito distrarsi, mai.


Donne che corrono” è il secondo spettacolo della rassegna “Il teatro visto da qui”, in programma Sabato 21 e Domenica 22 Marzo al 99Posti di Mercogliano. Sarà VerniceFresca, la compagnia organizzatrice del cartellone, a firmare questa produzione e a portare in scena i testi di JayBlue per la regia di Massimiliano Foà.
In scena, Rossella Massari e Arianna Ricciardi, due talentuose attrici che con questo intenso lavoro si mettono alla prova come professioniste e come donne che, pur essendo entrambe giovani, rappresentano due fasce d’età estremamente diverse e delicate. Rossella, infatti, ha raggiunto la soglia dei 30 anni, mentre Arianna ha di poco superato i 20 e in questo lavoro, che mette in risalto la fisicità e al contempo pone grande attenzione alle parole, i rispettivi bagagli di femminilità con le dovute e naturali differenze si incontrano e si scontrano senza pausa. Perché, appunto, le donne corrono sempre…

Che tipo di esperienza è stata quella di lavorare a questo spettacolo? Cosa c’è del vostro essere donne giovani in due momenti così diversi e del vostro modo di vivere la femminilità?

Rossella: «La differenza d’età si vede in scena ed è voluta. È una cosa che abbiamo vissuto. È stato un ostacolo ma anche uno stimolo. Lo spettacolo nasce dal nostro modo di lavorare, quello di partire dalle improvvisazioni da materiale che noi portiamo al regista, e quindi c’è molto di personale, c’è tanta esperienza di vita vera. I miei amori, i miei dolori, le mie delusioni. Quello che mi dico sempre poco prima di andare in scena con “Donne che corrono” è che sto per guardarmi allo specchio, e non sempre mi piace quello che vedo».
Arianna: «È stato il primo spettacolo dove ho sentito davvero di dare tanto di me. Perché sono una donna, perché ho lavorato anche a casa mia sulle proposte da fare al regista. Ma anche perché lo sento mio nel bene e nel male. Mi colpisce questa ricerca del lato selvaggio, naturale dell’essere donna; anch’io ho fatto i conti con i muri che mi sono creata da sola, gli stereotipi, le invidie provate e subite. Inoltre quando è nato lo spettacolo avevo appena 19 anni e in questi due anni sono cambiata moltissimo e lo spettacolo con me, anzi con noi. È bello portare in scena i nostri mutamenti».

Ribaltiamo la questione: siete cambiate voi come donne affrontando questo spettacolo?

Rossella: «Per affrontare questo lavoro bisogna scavare dentro di sé e fare i conti con i proprio limiti. Succede nei giorni successivi alla replica, ma anche in scena quando in prima fila c’è una donna che piange. Lo spettacolo è un invito ad avere confidenza e contatto con la nostra natura selvaggia, che non ha niente a che fare con l’essere “selvatici”, quanto piuttosto con l’avere consapevolezza del proprio istinto di esseri umani. Non è solo una parte, è qualcosa che senti davvero. Inoltre, credo che noi siamo quello che facciamo, quindi avendo la fortuna di fare per il 90% della giornata questo mestiere, che amiamo profondamente, è automatico che una prova del genere ti lasci dentro qualcosa».
Arianna: «Per me è proprio impossibile affrontare un lavoro teatrale senza studiarlo a fondo e quindi senza farmi colpire da qualcosa che lo riguarda. A maggior ragione questo accade se, come in questo caso specifico, lo spettacolo non nasce da un testo teatrale già pronto, da personaggi già scritti, ma viene fuori innanzitutto da noi».

Com’è nato “Donne che corrono”?

Rossella: «Mi è capitato di leggere “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés e quando ci è stato chiesto di presentare un nostro spettacolo per una rassegna ho avuto il desiderio di lavorarci su. Un’idea difficile, perché il libro è formato da un insieme di storie che parlano di donne e dall’interpretazione che ne fa la curatrice. Nelle librerie si trova sugli scaffali di psicologia ma noi ci siamo allontanate da questa chiave di lettura, però leggendo ci siamo ritrovate in moltissime pagine e, spesso, ci capitava di dire “ma anche io sono così, ho fatto questo, pensato quello. Allora forse non sono sola. Allora sono le donne che agiscono in un certo modo e per questo motivo”. E capisci la natura di quello che fai, la radice profonda. Ma è un lavoro che non finisce mai, che si evolve continuamente. Sono stati due mesi di lavoro quotidiano estremamente intenso ma ancora oggi, dopo ogni replica, ci riuniamo e ci diciamo cosa funziona e cosa non va».
Arianna: «Soprattutto, capisci quante cose sei, quante donne ci sono in ognuna di noi, anche in storie che sembravano apparentemente lontanissime da noi, come “Barbablù”. Siamo partite proprio da questa favola (che doveva anche essere inclusa nello spettacolo e poi è stata tagliata), abbiamo cercato materiale video sul tema, addirittura scovato un lavoro di Pina Bausch sulla favola. Poi sono spuntate delle poesie. Ogni giorno era una nuova scoperta,leggevamo una storia e iniziavamo ad improvvisare».

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Come descrivereste “Donne che corrono” ad un possibile pubblico, visto che non c’è una trama canonicamente intesa?

Rossella: «Io racconterei che in scena ci sono due donne di età diversa che si scoprono ma soprattutto si scontrano. All’inizio il nostro rapporto è molto conflittuale, io in lei vedo un pericolo. È più giovane, è bella, e non so che cosa vuole da me. L’idea di partenza è “che cosa è venuta a fare qui e che cosa mi vuole togliere?”».
Arianna: «Io direi che è un percorso che porta a svelare le relazioni. A suo modo è una storia d’amore, è un visualizzare il ciclo di vita di un rapporto personale. Noi cambiamo continuamente il rapporto tra noi in scena, apriamo e finiamo allo stesso modo, come un cerchio, ma in mezzo c’è tanto».

Qual è la cosa più difficile che affrontate nello spettacolo e quella che, invece, maggiormente vi godete?

Rossella: «In generale, il difficile è che le parole sono concentrate in alcuni punti, in mezzo ci sono azioni. E quindi il pubblico deve vedere che le cose effettivamente accadono, altrimenti non arriva nulla. Non c’è la storia e quindi la battuta a cui potersi appigliare. Per me, specificamente, è difficile la scena in cui canto una ninna-nanna, perché non ho un buon rapporto con la mia voce. Non è una scena che punta al bel canto ma è complessa perché è il momento in cui proviamo a liberarci della natura selvaggia, siamo rassegnate, e in più devo anche mettermi a cantare. Invece, la cosa che più mi godo è una sequenza che abbiamo montato separatamente, io su “Ho visto Nina volare” di Fabrizio De Andrè e Arianna su “Together” dei The XX, e poi congiunto con una canzone della Mannoia: ci diciamo addio, ognuna di noi rientra nel proprio spazio e io, che torno nel mio in cui mi difendo dal mondo, mi libero di tante cose e mi capita di piangere sinceramente, senza ricercarlo. E quando succede il finale è più sostenuto ed è tutto più bello».
Arianna: «È complicato fisicamente, perché cambia molto anche in relazione allo spazio dove viene messo in scena, bisogna rimodulare le intenzioni e il rapporto che si crea in scena tra noi. Per me magari è tutto chiaro, perché lo spettacolo è nato e cresciuto con me, ma il difficile è sempre arrivare al pubblico. Da un punto di vista tecnico, per me la parte più difficile è l’inizio. Partiamo con una sfida, tostissima, che dovrebbe essere la fine per l’energia che richiede, e lì se non ci sei dentro dal principio per davvero, si sente che è finto e quindi mi dispiaccio e mi porto questa insoddisfazione in tutto il resto. Invece emotivamente la parte più difficile è quando recitiamo una poesia di Brecht spalle al muro, sia perché ci siamo date quest’immagine di due donne che cadono giù da un precipizio e io sento il vuoto alla gola, e sia perché recitare mentre scendo lentamente sulle gambe richiede uno sforzo fisico enorme. Parlando dei momenti più belli, anche se non ce n’è uno in assoluto, devo dire che mi piace moltissimo uno sguardo che ho con Rossella in un momento particolare. C’è un punto dove avviene un rituale in cui affrontiamo due forme diverse di reazione: la mia è la rabbia mentre la sua è la serenità data dalla diversa consapevolezza dell’età. Lì sento tutto i miei 21 anni e il peso dei suoi 30. E quando, dopo questo momento, ci guardiamo, lei per me è come una mamma, mi tranquillizzo un sacco e sento di non essere sola».

Com’è stato, in questo spettacolo così femminile sotto tutti i suoi aspetti, affrontare la regia di uomo, Massimiliano Foà?

Rossella: «Foà è l’uomo dall’animo più femminile che io abbia mai conosciuto, ha una sensibilità incredibile. Lui è il tipo che durante le prove si ferma e ci dice di guardare il tramonto, e siamo noi a richiamarlo perché vogliamo finire presto e andare a casa».

Quindi “Donne che corrono” è uno spettacolo anche per gli uomini?

Arianna: «Oltre al titolo e al fatto che ci siamo anche noi due in scena, proprio la parola “donna” è estremamente presente nel testo, quindi ci teniamo molto che gli uomini non si sentano esclusi. È qualcosa che chiediamo sempre a chi ci viene a guardare e siamo felici che le risposte finora sono sempre state positive, ma non è scontato e continuiamo a lavorarci».
Rossella: «Anche perché in scena il tipo di fisicità che usiamo non è propriamente femminile. Abbiamo lavorato sulla forza, sulla dinamica, i movimenti sono di potenza più che di grazia».

Com’è stato quindi il rapporto con le parole di questo spettacolo, molto letterarie e che non si reggono ad una storia precostituita?

Arianna: «È stato bello e interessante il fatto che siano state costruite in base a quello su cui avevamo già lavorato. È stato messo su carta, con parole che non so dire, quello che avevamo già trovato. Inoltre i testi di JayBlue hanno la capacità di suscitare sensazioni diverse in ogni persona che li ascolta. Sono difficili a volte, ma quando in alcuni punti compare una certa parola, una certa frase, che per qualche motivo colpisce chi sta ascoltando, basta da sola a dare un senso allo spettacolo intero. Infatti spesso chi commenta la pièce ne cita dei pezzi e per noi è estremamente interessante valutare che cosa ha colpito di più e perché, sia come strumento di lavoro che come scoperta delle emozioni».
Rossella: «Non è un linguaggio facile, ma sono un po’ di anni che lavoriamo con i testi di JayBlue quindi abbiamo confidenza questo tipo di scrittura. Avevamo la matrice comune del libro come punto di partenza e poi un altro grande lavoro che facciamo con Massimiliano Foà è quello di lavorare sul peso specifico delle singole parole che quindi, quando vengono pronunciate in scena, risuonano da qualche parte dentro di noi e viaggiano. Questo è il potere della scrittura di Jay: evocare, dare vita ad uno spazio altro. E secondo me è il potere che deve avere il teatro per distinguersi dal quotidiano e dai mezzi che lo rappresentano molto meglio di lui, come cinema, tv e web».

A prescindere dalle singole e personali reazioni, quale messaggio vorreste far arrivare a tutti quelli che verranno a vedere lo spettacolo?

Arianna: «Non c’è un modo giusto o sbagliato di fare molte delle cose che ci troviamo ogni giorno ad affrontare, ma dovremmo usare di più quel cervello pensante che ognuno di noi possiede e che è la bellezza dell’umanità: il voler fare una cosa perché lo sentiamo davvero, perché il motivo è nostro e reale. Spesso facciamo tante cose che non vorremmo non perché dobbiamo, ma solo perché non ce ne accorgiamo. Inoltre vorrei che, dopo aver visto lo spettacolo, le persone si interrogassero su quello che “Donne che corrono” possa aver lasciato in loro, a prescindere che il lavoro sia piaciuto o meno».
Rossella: «Vorrei fosse un invito a diventare coscienti che stiamo vivendo per stereotipi, per schemi, che non stiamo più scegliendo. Se vogliamo accettarli che almeno sia in modo consapevole. Massimiliano Foà ci dice sempre che uno spettacolo non cambia le persone e non cambia il mondo, ma può lasciare dei semi, degli spunti di riflessione, che possono condurre a dei nuovi stimoli. Inoltre, questo spettacolo per me è rappresentativo del modo di lavorare di VerniceFresca, che non è solo compagnia o scuola di teatro-canto-danza. È indicativo di come noi intendiamo il “fare teatro” e vorrei potessimo farlo con più tranquillità. Ciò che facciamo è onesto, il nostro spettacolo può tranquillamente non piacere, ma almeno prima di dire che è brutto venitelo a vedere».

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