Chiudete gli occhi e immaginate un clown. Al netto delle personali differenze, il risultato sarà più o meno lo stesso per tutti. Naso rosso, scarpe grosse, capelli arruffati, molto cerone e bocca disegnata a smorfia radiosa o triste.

L'idea comune del clown è quella del personaggio che gira il mondo insieme ai circhi, le cui esibizioni sono dedicate per lo più ad un pubblico di bambini, e che in fondo nasconde, sotto la superficie ironica e buffa, una profonda tristezza.
«La verità è che il clown non è una persona, è un linguaggio». E se lo dice Guido Nardin, uno dei tre italiani della compagnia di Slava Polunin, in scena in questi giorni al Teatro Carlo Gesualdo con il planetario successo dello Slava Snowshow, c'è da crederci.

Che cosa spinge un attore ad indirizzarsi verso il mondo della clownerie rispetto al teatro di prosa, la prima scelta di chi si approccia a questo mestiere?

 

«Sicuramente c'è stata una predisposizione personale. Studiando, formandomi, mi sono indirizzato verso un percorso che privilegiava il corpo. È quel che usiamo normalmente, la parte di noi con cui occupiamo lo spazio e l'aria, eppure spesso non ne siamo consapevoli. Ho deciso di approfondire quest'ambito proprio per acquisire consapevolezza e ogni giorno è una sorpresa. Il corpo permette di comunicare universalmente, a differenza della parola che un po' confina la comprensione a coloro che parlano la tua stessa lingua. Molte convenzioni gestuali sono comuni a tutte le culture, ci sono movimenti che vengono compresi allo stesso modo dagli eschimesi come dagli africani, e per questo raggiungono anche tutte le fasce d'età, dai bambini agli anziani».

 

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Quindi sfatiamo definitivamente il mito che i clown facciano spettacoli destinati unicamente ai bambini?

 

«È lo stereotipo italiano, perché non c'è molta cultura circense. Qui il clown è quello con il naso rosso e le scarpe grosse che combina guai e piange. Ma la colpa è al 50% degli spettatori e all'altro 50% degli addetti ai lavori, che continuano a portare avanti solo questo cliché. Ci sono un sacco di spettacoli che fuori dall'Italia riempiono i teatri con i bambini e hanno un enorme successo nelle scuole, mentre in Italia non trovano mercato, perché trattano tematiche forti. Allo stesso modo, gli spettacoli di clownerie vengono considerati "semplici" e adatti solo ai bambini, che i grandi clown ormai neanche li conoscono. Prendiamo Stanlio e Ollio: i loro film sono pieni di sketch tipici delle tecniche di clownerie. Non ci sono pagliacci truccati e fanno ridere tutti».

 

Anche Slava, con il suo Snowshow, ha rotto questa diffidenza, diventando un grande successo apprezzato da tutti. Qual è il segreto?

«È una vera e propria magia che lascia estasiata tutta la famiglia. È uno spettacolo forte, interattivo, coinvolgente, usa un linguaggio che punta a stupire e lascia con gli occhi pieni».

Com'è arrivato a far parte del cast di questa meravigliosa messa in scena?

«Vidi lo show quasi dieci anni fa e ne rimasi folgorato. L'ho visto altre tre volte in una sola settimana e decisi che avrei voluto farne parte, che non mi bastava solo guardarlo. Tre anni dopo mi sono trovato al posto giusto al momento giusto, e sono entrato in squadra. Sembra che tutto sia avvenuto per caso, ma io sono convinto che quando vuoi fortemente una cosa e ci convogli, anche inconsciamente, tutte le tue energie, allora questa accade».


Quali sono i suoi impegni oltre la produzione con Slava Polunin?

 

«Ho un alter ego, Ugo Sanchez Jr, con il quale ho realizzato tre mie produzioni. Una si chiama Burrasca, ispirata al personaggio di Gianburrasca, ambientata in una classe. Ugo è come un bambino che ripassa le lezioni nell'ora buca e gli spettatori sono i compagni di scuola. L'altra ha avuto due versioni, perché con il tempo ho rivisitato la regia e modificato dei dettagli. Ormai la porto in giro nel suo ultimo adattamento, Ugo Sanchez Wants to Play , in cui metto in scena un musicista che deve esibirsi ma che improvvisamente rimane completamente nudo e per coprirsi ha a disposizione solo i suoi strumenti. È un modo per affrontare attraverso il fisico, una nudità metaforica. Siamo nudi quando il benzinaio ci risponde male, il casellante ignora un nostro sorriso, ancora di più quando un politico decide qualcosa contro i nostri interessi. Siamo nudi quando siamo disarmati, perché spesso le guerre che accadono all'estero e che ci inorridiscono ce le abbiamo anche in casa nostra, sotto altre forme».

 

Quando è ad Avellino tiene spesso dei workshop presso la scuola VerniceFresca Teatro. Come si impara l'arte della clownerie?

 

«Diciamo che non la insegno. I miei workshop sono più l'esposizione e la dimostrazione del mio percorso, di ciò che mi ha portato dove sono e che ancora continua. Il linguaggio del clown è una forma di espressione che si può manifestare attraverso la danza, il mimo, la parola, ognuno sceglie la sua. Io condivido la mia esperienza sul corpo e do, ad attori ma anche a semplici curiosi ed appassionati, degli strumenti per diventarne più consapevoli. Con i ragazzi di VerniceFresca affrontiamo ogni volta un piccolo progetto. Ad esempio, stavolta loro sono alle prese con dei testi e io gli dico di esporli cambiando il personaggio. "Ditemi come lo direbbe il vostro fruttivendolo", ed ecco che cambia la postura, mutano le pause, i termini, il respiro, ma soprattutto il ritmo, che è alla base di tutto e che va pensato nell'insieme, sia quando si lavora in gruppo che quando si è da soli, perché c'è comunque il pubblico. È bellissimo per me confrontarmi ogni volta con realtà come quella dai ragazzi di VerniceFresca. Un gruppo che dal basso porta un'idea diversa di cultura e aiuta a formare il pubblico del domani».

 

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I suoi progetti dopo la fine della tournèe con lo Snowshow?

 

«Riprendo il mio alter-Ugo perché ho già delle date fissate in estate con Burrasca. Continuo con i workshop e in pentola bolle un grosso progetto, ma preferisco non anticipare nulla».

 

Fare il clown è un lavoro vero. Ma non tutti riescono ad accorgersene...

 

«Con l'arte e la cultura si mangia eccome, a differenza di quello che vogliono farci credere. Anche con lo spettacolo di un solo clown lavorano i tecnici, i produttori, quelli che vendono i biglietti, l'ufficio stampa... La cultura è sviluppo, e non solo "metaforico". Per questo vorrei dire alle persone: venite a teatro, siate curiosi. I clown, e gli attori in generale, non sono extraterrestri, solo individui che fanno un lavoro diverso dal vostro e hanno tanta voglia di comunicare. Venite a scoprire cosa, e vi accorgerete che a teatro si può essere protagonisti anche se non si è sul palcoscenico».

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