Martedì 24 febbraio si chiuderà a Quindici, con l'uscita organizzata per visitare il Maglificio 100Quindici Passi, il ciclo di dieci lezioni di legalità organizzate da Libera, Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie e Camera di Commercio che con cadenza pressoché settimanale ha accompagnato gli studenti degli istituti superiori irpini...

lungo un percorso di conoscenza dedicato a mafia e antimafia. Vittime di mafia ma anche pentiti, donne e mafia e inoltre usura e racket, e poi le radici della mafia e il suo rapporto con la religione o con la politica e il potere economico, per finire alle ecomafie: temi differenti, ma affrontati sempre attraverso l'esperienza diretta dei numerosi relatori che si sono avvicendati, dai primi di novembre dello scorso anno fino a circa un mese fa, per offrire testimonianze autentiche a tanti giovani chiamati innanzitutto al ragionamento e al confronto, come sottolinea il referente di Libera Avellino Francesco Iandolo.

 

«Il progetto era proprio quello di avvicinare i ragazzi, in quanto persone interessate, che si prendessero la briga di venire quasi una volta a settimana, con la curiosità per un'informazione più approfondita. Perciò non gli abbiamo semplicemente consegnato una sorta di pacchetto di strumenti, ma li invitavamo alla riflessione, attraverso una serie di spunti e di argomenti che pensavamo una persona che si avvicina a questo mondo dovesse conoscere.
Ma il passaggio successivo non è solo verificare che cosa gli è rimasto. Non siamo interessati a cercare persone, in questo caso ragazzi, che come i nostri ospiti vadano nelle classi e facciano lezione, ma persone che conoscendo almeno un po' qual è il fenomeno riescono a capire anche quali sono i meccanismi quotidiani di autodifesa e, facendo un passo in più, di promozione di un'altra cultura, di un altro modo di operare e di agire. Crediamo di aver raggiunto l'obiettivo, almeno in parte, in occasione dell'uscita a Castel Volturno dove gli studenti hanno potuto toccare con mano l'esperienza di una cooperativa che riutilizza per finalità sociali un bene confiscato, attraverso l'opportunità di conoscere in maniera diretta le difficoltà, ma soprattutto l'entusiasmo, lo spirito, la voglia di riscatto di quei cooperanti. Lì hanno potuto verificare che c'è altro sul territorio, anche molto vicino casa loro, e speriamo che riusciranno a cogliere lo stesso spirito il 24 febbraio a Quindici».

 

Fin dagli appuntamenti con la Scuola di Legalità la conoscenza diretta è stata un elemento fondamentale di questo percorso. Quanto è importante questo approccio per comprendere che per quanto non ci sia una percezione così diffusa della criminalità organizzata, come nel casertano o nel napoletano, quella criminalità ce l'abbiamo non alle porte ma qui, nella nostra provincia?


«Finché non ti ci scontri non riesci a percepire il fenomeno, ma direi anche finché non riesci a riannodare i fili della storia del territorio che vivi. Se apro un giornale e leggo una notizia trattandola in maniera asettica, per me quella resta la notizia di qualcosa che è accaduto un certo giorno e finisce là. Se invece riesco a riprendere i fili di quella storia, riannodarli e metterli in ordine, allora riesco non soltanto a farmi un'idea mia, ma anche a capirne l'origine e comprendere quali conseguenze porta, dove ci porta. Questo probabilmente ci aiuta a ricondurre tutto a un fenomeno che viviamo. E poi è un discorso più generale di territorio: se consideriamo il Vallo di Lauro, che non è mai stato Irpinia, né per loro né per noi e invece effettivamente lo è, non possiamo pensare che la violenza si sia chiusa là».

 

Il concetto di rete è importante per Libera, che si alimenta del contributo di tante associazioni anche apparentemente distanti. Spesso vi occupate anche di temi non direttamente collegati alle mafie, come nel caso delle iniziative ideate per "L'Irpinia in cammino per la speranza. I nostri 100 passi verso il 21 marzo 2015, XX Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie". Nel programma ci sono eventi che toccano questioni come il terrorismo o la vicenda Isochimica. Quindi è necessario impegnarsi su più fronti?


«Le reti sono innanzitutto una necessità. Noi sappiamo che da soli potremmo poco e lo sappiamo anche rileggendo a distanza di tempo le grandi stragi: come diciamo tante volte, Falcone e Borsellino non sono morti perché facevano il loro dovere, ma perché sono stati lasciati soli. Questa è una condizione che dobbiamo assolutamente scalzare via e non dobbiamo far sentire solo nessuno, né chi è in prima linea, né chi è in seconda, perché la solitudine non crea soltanto quell'effetto di vulnerabilità, ma diventa riduttivo in quei fenomeni che vogliamo provare a contrastare. Siamo un gruppo di cittadini il cui impegno scaturisce dalla memoria di tante vittime innocenti e crediamo che è necessario toccare temi diversi.
Principalmente facciamo educazione alla legalità, accompagniamo le scuole lungo un percorso e seguiamo anche adulti, cercando di dare concretezza a questi percorsi. Non abbiamo mai pensato di sostituirci alle forze dell'ordine, alla magistratura, però quando Libera nasce 20 anni fa è proprio per colmare quel vuoto. Se da un certo punto in poi negli anni 80 lo Stato ha iniziato effettivamente a contrastare il fenomeno criminale, ha prodotto leggi, ha creato percorsi e cominciato a intensificare una serie di indagini, l'unico tassello che mancava era la società civile. Noi proviamo a fare rete in questo senso: continuando a fornire una risposta in questo vuoto e non lo facciamo da soli, perché siamo certi che sia un tema trasversale, che coinvolge tanti. Sul terreno della legalità, anche nelle differenze, si possono incontrare associazioni, persone, percorsi che si ritrovano anche se magari nella quotidianità sono distanti».

 

Da questo punto di vista, anche la storia dell'Isochimica, a cui avete dedicato il concorso multidisciplinare #Occupiamocene, per certi versi è una storia di solitudine, tanto che ancora oggi si fa fatica a far capire a tutti che l'amianto per sua natura non contamina solo un'area circoscritta e che questo non è un problema solo di Borgo Ferrovia o degli operai che purtroppo hanno lavorato in condizioni di totale insicurezza...

 

«Quella dell'Isochimica è una storia di tante solitudini, perché l'operazione di oblio collettivo condotta rispetto alla vicenda ha costituito un pezzo, il periodo in cui si è lavorato nell'Isochimica un altro come la storia degli operai e poi ancora quella del quartiere, ma la ferita più grande ce l'abbiamo noi. Una ferita che non possiamo continuare a coprire, pensando che in questo modo non ci fa male e non ci brucia più, perché ogni volta che passiamo per Borgo Ferrovia è un colpo che ognuno di noi riceve o comunque dovrebbe ricevere. I 15 operai di cui già oggi dobbiamo ricordare la morte sono un altro colpo, come quello che ci si aspetta dopo, anche nel quartiere. Allora, secondo le nostre possibilità, dobbiamo interrompere questa spirale del silenzio.
Noi abbiamo voluto incontrarli, gli operai, ci siamo resi disponibili a provare a stargli vicini in qualunque modo. Volevamo costituirci parte civile nel processo, ma non abbiamo potuto avendo fatto una scelta come associazione nazionale, però sicuramente crediamo che questa storia che viaggia tra l'ecomafia, la malapolitica, il malaffare, ci vede coinvolti. E' un ragionamento sulle mafie fatto sull'idea di multidisciplinarietà in cui le stesse mafie operano e riteniamo non soltanto di dover fare sensibilizzazione e tenere l'attenzione alta, ma quando inizierà il processo noi ci saremo. Non solo per ascoltare e guardare in faccia chi è chiamato a rispondere di tante responsabilità, ma per dire che c'è oggi una fetta della società civile che non soltanto vuole la verità, ma vuole impegnarsi e vuole anche immaginarsi un futuro diverso di quell'area.
Ci siamo interrogati molto, anche confrontandoci con gli ex operai, con Nicola Abrate e gli altri, che ci dicevano che là è pieno di amianto e forse l'unica soluzione è tombare tutto. Ad ogni modo, però, non vogliamo limitare i ragazzi nell'immaginazione di quello che potrà esserci dopo, perché se non lasciamo la speranza, nonostante le difficoltà (che è anche nel titolo del nostro percorso verso la XX Giornata della memoria e dell'impegno a Bologna), non rubiamo il futuro, né il presente, né soprattutto ci stiamo privando di tante nostre prerogative, come la libertà e l'impegno».

 

Il ruolo di Libera nel tempo è cambiato, oggi la vostra è da un lato una testimonianza di presenza e vicinanza, dall'altro un'opera di diffusione di coscienza e consapevolezza e il concorso che avete immaginato per i ragazzi secondo le età in fondo chiede questo: il primo gradino è capire, poi è anche rielaborare, un farsi testimoni a loro volta di un racconto, l'ultimo è immaginare e dunque costruire...


«Sì, ovviamente il tutto non può non partire che dalla ricerca, dalla conoscenza di quello che è stato. Ma sapere una cosa non può bastarci, non possiamo accontentarci di aver compreso, ma deve esserci un gesto concreto che resti, perché o ci sentiamo noi promotori e motori del cambiamento o altrimenti facciamo solo chiacchiere. A volte le "chiacchiere" fanno bene, servono comunque ad affrontare temi forti, ma dobbiamo sapere che abbiamo grande forza e capacità, se non siamo da soli, se facciamo in modo che ognuno faccia la propria parte».

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