Dopo l'esperienza di "Tunnel", esperimento autentico per ammissione dello stesso autore, Franco Festa torna al teatro con cinque nuovi personaggi che prenderanno vita da domani 6 febbraio a domenica 8 al Teatro 99 Posti di Torelli di Mercogliano, ancora una volta grazie alla messinscena e alla regia di Federico Frasca.

Un sodalizio che si ripete e suona già come un successo, tanto che lo spettacolo è tutto esaurito a due giorni dalla prima.
Vincenzo Albano, Maria Iprino, Maurizio Picariello, Samantha Rossi e Elena Spiniello daranno invece voce e corpo ai protagonisti dell'atto unico, per il quale Gianni di Nardo ha curato scene e luci e Antonella De Angelis le coreografie, insieme per una notte in una stanza all'interno di una villa durante le feste natalizie, mentre l'esterno è imbiancato dalla neve.

«E' un ritorno sulla scia di "Tunnel" al piacere per un tipo di scrittura scoperta per caso e che due anni fa era, appunto, a un livello sperimentale e ancora molto legata alla scrittura narrativa. Questo testo, invece, è una vera prova per me. In questi due anni ho anche studiato sul serio, in un certo senso, specialmente Harold Pinter, che per me resta una maestro insuperato, leggendo e assistendo a tante rappresentazioni drammatiche attraverso le quali ho cercato di cogliere la regola dei testi teatrali. E' ancora un cammino in itinere, ma devo ammettere mi piace molto. In futuro vorrei scrivere una commedia, ma senza nulla di facilmente consolatorio come oggi il mercato richiede, senza risata per se stessa, ma cercando a quel saper ridere di sé della commedia italiana di un certo spessore. Vorrei far ridere della città, ad esempio, ma sempre da un punto di vista diverso, almeno con un po' di sarcasmo».

 

Una scoperta un po' a sorpresa che però l'ha affascinata, segnando il passaggio inaspettato dalla narrativa al teatro. Cos'è che l'ha conquistato?


«Il teatro mi è piaciuto in particolare per due aspetti. Innanzitutto, per il fatto che tende a restituire la vita per come la vivi, è una rappresentazione concreta della vita anche nel linguaggio, nella realtà del linguaggio parlato, per cui puoi misurare subito sulla scena se il personaggio appare finto o reale. Ma questo è un cammino sul quale devo compiere ancora una lunga strada. L'altro aspetto è legato al fatto che i personaggi sono veri, sono persone che realmente si muovono in uno spazio e questo pone il problema dell'azione, della posizione del corpo e della relazione tra i corpi, che è necessariamente diversa.
Con "Tunnel" non mi ero proprio posto la questione, ma stavolta, anche se c'è un rigida divisione di ruoli fra me e Federico che ha curato la regia dello spettacolo, ho anche provato ad aprire una discussione. La messa in scena, però, è sua, e le sue sono scelte felici, per cui direi che il nostro è un binomio che funziona».

 

Da cosa nasce il titolo, "Le mani"?


«In origine avrebbe dovuto essere "Le mani e la città", ma l'ho cambiato perché da un lato aveva un'assonanza troppo forte con "Le mani sulla città" di Rosi, creando un'allusione troppo alta, dall'altro ho preferito dare rilevanza all'azione piuttosto che al mondo di cui si parla, più centralità alla scena rispetto all'esterno. Le mani, quindi, si ritrovano in scena attraverso diversi riferimenti: ad esempio una delle protagoniste è una giovane estetista e il suo rapporto con le mani è essenziale. Un altro personaggio femminile invece le usa come una sorta di ornamento: una donna borghese che passa la vita a curare a se stessa, diversamente dall'altra che delle mani coglie il valore costruttivo, il lavoro, la capacità di produrre. Ma le mani diventano anche uno strumento di verità alla fine, acquistando un valore anche simbolico».

 

La città, però, resta uno sfondo importante, anche se del tutto esterno all'azione drammatica. In "Tunnel" era intesa come il luogo dell'indifferenza e dell'egoismo. Qui la immagina ancora così?


«Direi di sì, perché ne sono accentuati gli elementi di crudeltà e da parte mia non c'è mai un atteggiamento consolatorio. La città è ancora il luogo della violenza, dell'ipocrisia fondamentalmente. Dietro le sue apparenze, sempre un inferno da cui vengono e dove torneranno i personaggi, forse ognuno in qualche modo diverso. Già in partenza, comunque, ciascuno si pone in modo differente rispetto all'esterno. Dei tre personaggi più giovani, uno vive sempre chiuso in casa, le altre due sono sostanzialmente due sbandate. Poi ci sono due adulti, di estrazione borghese, che fanno i padroni della città e, per tornare al titolo, usano le mani come leve del potere.
Certamente il testo si presta a una chiave di lettura sociale, ma c'è anche una mia scelta precisa nel mettermi da parte, perché non ho voluto fornire io una chiave di lettura e una soluzione. E' un lavoro di natura meno ideologica, nel quale delineo un universo, ma non mi schiero apertamente. Non c'è illusione nel dramma, né forse basta l'amore per affrontare quella realtà esterna, ma ciò che vorrei è che almeno in qualche momento lo spettatore si riconoscesse in qualcuno dei personaggi e sentisse un'empatia, una pietà. Credo che in questo senso la vera posizione che ho scelto è stare dalla parte di chi guarda».

 

Ci sono differenze fra la stanza in cui si ritrovano i suoi nuovi personaggi e il "Tunnel" immaginato due anni fa?


«Lì si trattava di una decisione volontaria delle tre donne protagoniste che avevano relegato se stesse in un mondo sotterraneo; qui, se volessero, i personaggi potrebbero uscire. A tenerli dentro è solo il caso che fuori nevica, ma la stanza stessa diventa uno strumento di scelta per ognuno, un luogo in cui ciascuno si cerca. Si creano relazioni, si scatenano passioni e a tenerli insieme sono una sensualità a volte molto forte, tensioni e anche speranze. Tutto è legato a dinamiche interne, alla passione e alla sensualità che è l'elemento scatenante che muove la notte. C'è un cammino che ognuno prova a fare nel corso di quella notte e nessuno si sente prigioniero».

Non resta che aspettare l'alba, per scoprire le decisioni e le fughe, come scrive lo stesso Festa, di cinque persone capitate insieme per caso, fra attese che non si realizzano, destini che pesano, scelte che si consolidano o mutano.

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