Gli avellinesi Andrea Agatiello e Adolfo Pilunni sono rientrati dal 1° Torneo Mondiale dello stile Hung Gar di kung Fu tenutosi lo scorso novembre a Foshang, in Cina, con due medaglie d'argento al collo e in qualità di unici italiani presenti ad una competizione che ha richiamato atleti da ogni angolo del pianeta.

Per celebrare questo importante risultato, ma anche e soprattutto per divulgare conoscenza in materia di Kung Fu e dei suoi stili, i due premiati atleti e i loro compagni di allenamento, insieme al loro maestro, Sifu Massimo Iannaccone, saranno al Circolo della Stampa di Avellino Domenica 11 Gennaio a partire dalle 20.00
Nell'immaginario collettivo occidentale parlare di arti marziali significa soprattutto parlare di film dove un uomo si batte a suon di calci spettacolari. Steven Seagal, Bruce Lee, Jean Claude Van Damme e tanti altri, hanno monopolizzato grandi e piccoli schermi e trasmesso un'idea di arte marziale come sport nobile ma tendenzialmente violento, che vede nella mera forza fisica e nella supremazia sull'altro le sue principali caratteristiche. Inoltre, per un occhio poco allenato, le arti marziali sono tutte uguali. Karate, Aikido e, appunto, Kung Fu. Lo sa bene chi le pratica con dedizione e deve scontrarsi ogni giorno con questi ed altri preconcetti, come il Maestro Iannaccone, avellinese di nascita ma allievo diretto del Gran M° Lam Chun Fai di Hong Kong (attuale caposcuola mondiale dello stile Hung Gar), primo ai campionati mondiali del 2000 e doppio oro alle Olimpiadi del 2004.

 

Innanzitutto, com'è nata la passione del kung fu in un ragazzo di Avellino, dove a farla da padrone sono da sempre calcio e basket?


«Sono nato ad Avellino e ho vissuto fino ai miei 17 anni a Como, ma a prescindere uno dei miti della mia generazione era proprio Bruce Lee. Per desiderio di emularlo, perché mi ero appassionato attraverso il cinema, e anche per imparare a potermi difendere decisi di avvinarmi al kung fu. Quando ho scoperto la Cina, iniziato a viaggiare per l'Oriente e conosciuto i grandi maestri, ho abbandonato l'idea di Bruce Lee e capito presto che quello era solamente cinema, e che il kung fu era ben altro che il pugno e il calcio. Oggi, guardando anche a quello che è strato il mio percorso, mi sento di dire che ero un predestinato. Tutti i miei coetanei, quando eravamo adolescenti, parlavano davvero solo di pallone e non c'era internet che potesse attirare verso discipline e concetti così diversi quindi, volendo applicare a me stesso un po' di filosofia orientale, mi sento di dire che era già scritto da qualche parte che io mi occupassi di kung fu in questo modo, unendo alla parte sportiva anche quella filosofica e medica, visto che sono laureato in tuinaologia e chiropratica».

 

Le è mai capitato di dover fronteggiare qualcuno venuto a prendere lezioni per il puro gusto di "imparare a picchiare"? E come si è comportato?


«I preconcetti che vengono dal cinema li demolisco appena un allievo entra per la prima lezione e, in genere, avviene una selezione naturale: la violenza, l'incitamento al picchiarsi, non appartengono al kung fu che è, invece, impegno e sacrificio, e di solito i soggetti che hanno questa testa non hanno voglia di spendersi in quel senso. Non nego che ci sono stati in passato casi in cui ho fermato la frequenza di alcune persone perché apprendevano le tecniche e poi le mettevano in pratica, se così si può dire, scatenando risse, ma è molto raro».

 

Quest'anno festeggia il ventennale dalla fondazione nel capoluogo di una sua scuola, che oggi si chiama Lam Chun Fai Association e i cui traguardi sono noti. Ma come spiegare cos'è il kung fu a chi non l'ha mai praticato e cosa consiglia a chi si approccia e questa disciplina?


«Kung fu significa, etimologicamente, cura del corpo. Effettuare qualcosa in cui tu credi nella vita e metterla in pratica con cuore e amore. Fare il proprio mestiere con queste premesse è fare kung fu. Anche quando parliamo della disciplina, il primo obiettivo è praticalo per la propria esistenza, fortificare se stessi ma utilizzarlo nella vita quotidiana, nello studio, in tutto ciò che sono le avversità della vita perché ti sostiene, questo è il suo spirito. Il kung fu nasce a Shaolin e dal cardine della filosofia taoista, e parliamo di 7000 anni di storia. Chi si avvicina a questa disciplina come sport deve sapere che è un'arte marziale completa, che si pratica a mano nuda ma può prevedere anche l'uso di armi, come sciabole o bastoni. Forma a 360° e prevede aspetti sia fisici, che riguardano la cura del corpo e il rapporto con la mente, che strutturali, come gli strumenti e i combattimenti. È adatta e adattabile a tutti, anche agli over 60, e si integra bene anche con la pratica di altre discipline. Io, ad esempio, tengo in tutta Italia lezioni ai danzatori sull'uso del centro e della respirazione».

 

Resta un sport prevalentemente maschile?


«Ho allenato tante ragazze e tante campionesse nei centri di Roma, Firenze, Milano e anche ad Avellino. Certo, è più facile che nella città di provincia attecchisca maggiormente sui maschietti, perché sono loro che vogliono imparare "a combattere" e "a difendersi", ma non è più un'esclusiva da molto tempo».

 

Cos'ha di particolare lo stile Hung Gar e come si sono preparati i ragazzi che hanno portato a casa questo grande risultato?


«È lo stile della tigre e della gru e nasce direttamente dalla tradizione. Tutto è frutto degli studi che i monaci shaolin compivano sul comportamento degli animali, di come interagivano tra di loro, di come cacciavano e combattevano. I monaci ne hanno emulato ed assorbito le movenze e hanno dato vita a questo stile che è tra i più antichi. Gli allievi che hanno partecipato ai campionati hanno sostenuto un allenamento fisico con i vari esercizi e poi hanno preparato la performance da gara, una sequenza di circa 2 minuti che è una sorta di combattimento simulato a mani nude e che è stato ripetuto anche 20 volte al giorno, durante un lavoro quotidiano che è arrivato anche a 6 ore. Il risultato che hanno raggiunto assume ancora più valore alla luce del fatto che Andrea, che ha 20 anni, studia da 4, e Adolfo, che ne ha 18, da 1 anno e mezzo. E si sono confrontati con coetanei provenienti da tutto il mondo che hanno alle spalle anche più di 10 anni di preparazione. Per partecipare ai campionati hanno fatto enormi sacrifici, anche i termini economici, perché si sono autofinanziati. Io sono felice di averli aiutati a dimostrare il loro grande talento».

 

Cosa vedremo domenica al Circolo della Stampa?


«Le gare che hanno affrontato i ragazzi in Cina, il viaggio documentato ad Honk Kong e anche qualche performance dal vivo, spiegheremo cos'è il kung fu e presenteremo i prossimi progetti. Da quest'anno riprendo ad insegnare full time ad Avellino e con il gruppo porteremo il kung fu, gratuitamente, nelle scuole. Spero che la città supporti le nostre iniziative perché l'obiettivo è quello di divulgare un'arte nella sua pura tradizione. Quello che ho sempre cercato di fare è stato importare il modello orientale qui e che veda nello spirito, e non nel business, il motore del fare le cose. Ho girato e giro ancora tanto, ma il cuore per Avellino c'è perché è la mia città, e adesso c'è anche un bel gruppo di allievi che si merita che questa città che ne capisca il valore».

 

Nel documentario realizzato per l'occasione dei mondiali da una rete televisiva nazionale cinese, spendi delle bellissime parole per il tuo maestro (dal min 50.00, ma è possibile vedere il Maestro e i suoi allievi all'opera già dal min. 28.45) e affermi che è una persona che insegna in qualunque momento del giorno e non solo in palestra. Qual è il più grande insegnamento che hai ricevuto da lui, dalla pratica delle arti marziali e che cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?


«Sorridere al mattino da quando ti svegli e fino a quando vai a dormire, qualunque cosa accada il sorriso è la cosa più importante. E poi affrontare tutto con umiltà e respirare, non inseguire la vita in modo troppo affannato».

 

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