Enza Ambrosone

«E' sempre molto triste e non dà assolutamente alcun senso di soddisfazione, ma suscita un sentimento di grande amarezza e di tristezza, aver dovuto ascoltare e vedere un sindaco, che prima che essere sindaco è innanzitutto un uomo con la sua sensibilità, consegnarsi all'emozione e alle lacrime a fronte di atteggiamenti che sarebbe stato giusto la politica chiarisse in altre sedi».

All'indomani della seduta consiliare andata deserta quando sarebbero stati in discussione Debiti Fuori Bilancio e soprattutto la rinegoziazione dei mutui, la consigliera di "Irpinia di base" Enza Ambrosone non risparmia innanzitutto un commento che ritiene doveroso su quanto è accaduto in aula consiliare.
Sotto il profilo politico, però, non può che ribadire quanto dichiarato a caldo.
«Aggiungere parole a quello che è successo ieri sera diventa un esercizio retorico difficile, perché si commenta da solo.
Tra l'altro la seduta consiliare di ieri sera la seconda che non ha visto la presenza della maggioranza, questo a conferma che la difficoltà che ha determinato le dimissioni del sindaco rimane tutta intera. Per cui, a nulla è valso lo sforzo di riflessione che il sindaco ha fatto, se poi il risultato è questo.
Ovviamente per chi vive come noi la realtà di Avellino, per i problemi che ci sono, per le richieste pressanti di risposte che vengono dai cittadini, questo, anche se siamo all'opposizione, non può determinare un sentimento di soddisfazione e questo non ha nulla di interpretabile con il metro dell'ambiguità. E' un sentimento oggettivamente autentico, però, a fronte di questo, c'è la necessità di capire come si va avanti, perché nulla è più pericoloso che continuare a galleggiare da mesi».

 

Consigliera Ambrosone, cosa ci si aspetterebbe a questo punto?

 

«Servirebbero gesti di grande chiarezza, perché non solo il consiglio comunale, ma il consiglio in quanto megafono della città, ha necessità di capire come si va avanti. Le soluzioni tampone, volte ad affrontare il "giorno per giorno" oggettivamente rischierebbero di diventare un pannicello caldo molto peggiore del guardare con brutalità in faccia la realtà».

 

Una realtà complessa, evidentemente, dal momento che il sindaco si ritrova a fare appello all'opposizione consiliare...

 

«La chiarezza dei ruoli istituzionali presuppone la chiarezza anche nell'assunzione della responsabilità. Ho già spiegato ieri sera che un conto era assicurare il numero legale per poter discutere dell'Isochimica, perché si trattava di un ordine del giorno che impegnava in maniera stringente l'amministrazione per affrontare la soluzione di un problema che riguarda tutti, indipendentemente dal colore politico. Un conto è invece sostituire nel proprio ruolo la maggioranza negli atti di ordinaria amministrazione. E' diverso, però su questo il sindaco ha dimostrato miopia, seppure nella solitudine che gli ha consegnato il suo partito, questo lo dobbiamo riconoscere, e una incapacità di saper leggere messaggi chiari in un contesto che è mutato e non è più quello del 2013, neanche nei banchi del consiglio comunale».

 

Pensa si sia avverata, alla fine, la previsione delle opposizioni che hanno definito i numeri della maggioranza come il "Vietnam del sindaco"?

 

«Volersi trincerare dietro numeri che hanno dimostrato a più riprese la fragilità, perché non sottendono all'individuazione di un disegno che consegna un'idea chiara della città, mostra i segni che noi poi vediamo quotidianamente.
Potremmo dire, con un'iperbole, che se i numeri rappresentassero la sostanza della politica, Foti dovrebbe correre come un treno. Invece, la politica si fa con idee che vengono corroborate dai numeri.
Se ci fosse un'idea forte di tensione verso il cambiamento che conserva una matrice di solidarietà sociale, probabilmente intorno a questa idea Foti potrebbe anche diversificare rafforzando i numeri che sostengono la sua maggioranza».

 

Lei però, si accinge a partecipare alla Conferenza Programmatica del Partito democratico. Come vive questo momento, giacché avvicinarsi al Pd significa avvicinarsi a un partito che mostra una certa confusione?

 

«Significa che se quello che dice è vero, come è vero, il consiglio dovrebbe essere quello di rimanere dove sono. Ma io sono abituata a vivere il tempo che ho a disposizione, nella complessità che il tempo ci consegna. Irpinia di Base è un'esperienza che assolutamente rimane in piedi e veicola un messaggio. Ovviamente, essendo noi in questo tempo e avendo noi dato una lettura di quello che sta succedendo e riconoscendoci in un perimetro politico, con il contributo di idee del quale siamo capaci e dei valori di cui siamo portatori, guardiamo legittimamente al Partito Democratico, un'esperienza che in prima persona ho contribuito a far nascere. Ovviamente guardiamo al Pd avendo a riferimento le difficoltà che il partito vive, con un'ambizione neanche tanto velata di contribuire a fare in modo che il Pd nella chiarezza venga fuori dalla difficoltà».

 

Come si traduce questa scelta in Consiglio Comunale?

 

«Non c'è nessun automatismo rispetto all'Assise cittadina, perché diciamo e continueremo a dire in consiglio le cose che abbiamo detto e se non c'è la voglia e la capacità di saper leggere quello che si muove da parte di chi ha responsabilità, non si può immaginare che noi si vada a coprire buchi che si sono creati o a occupare poltrone che nel frattempo si sono liberate. Sarebbe ben poca cosa e avrebbe ben poco senso e, se avessimo voluto fare questo, ci saremmo risparmiati un bel po' di lavoro».

 

Portare nel Pd il contributo di Irpinia di base significa aggiungere una voce al dibattito in un partito in cui il vocio, per restare in metafora, è già abbastanza carico e oltre tutto in molti lamentano proprio una mancanza di comunicazione interna. Perciò significa intervenire in una discussione complessa. Come immagina possa il prosieguo?

 

«Non anticipo il futuro e non mi spingo a fare previsioni. Noi abbiamo valutato l'appuntamento della conferenza programmatica come un'opportunità per poter dare un nostro contributo e poter dire quello che dal nostro punto di vista il Partito Democratico dovrebbe sforzarsi di essere o tornare ad essere».

 

Secondo lei nel Partito democratico lo spirito giusto si è già perso o non si è ancora colto?

 

«Il Partito ha avuto un percorso travagliato dalla nascita ad oggi, questo è indiscutibile, non ha mai navigato in acque tranquille. Probabilmente lo spirito che ha portato i Democratici di Sinistra e la Margherita, la cultura cristiano democratica e quella progressista, a immaginare un percorso comune non si à mai veramente realizzato. Un po' per il peso degli apparati e dell'appartenenza, un po' perché la realtà è andata ad un ritmo più veloce di quanto si immaginasse. Però, quella tensione originaria è quella che va recuperata, inverata, praticata. Il Partito Democratico oggi corre un rischio serio di implodere ed è rispetto a questo che noi ci poniamo in campo, non perché siamo convinti che questa sia la strada più semplice, tutt'altro. Questa probabilmente è la strada più difficile, ma è in questa difficoltà che ci vogliamo misurare, perché non vogliamo rimanere spettatori indifferenti. L'ho sempre detto: ci vogliamo sporcare le mani, dando il nostro contributo di proposta, di idea, ma anche di esperienza e di analisi. Quanto all'ipotesi di unire la nostra voce ad altre, noi immaginiamo di dire, non di contraddire».

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