Quando un personaggio piace e ha successo tendiamo ad assimilarlo completamente alla persona che lo interpreta, confondendo i piani tra finzione e realtà. Ciò vale ancora di più se si tratta di fenomeni nati sui social network, dove la presenza fisica per ottenere consensi è praticamente un optional.

È successo così con Luca Auanasgheps, blogger napoletano, che ha quasi totalmente preso il posto di Luca Fiorentino, il suo "portatore sano d'umanità". Ogni giorno in centinaia commentano e condividono i suoi post conditi di "allò, cià, popio e gugol", e poco importa che viso si nasconda dietro la foto profilo della melanzana sistemata ad asso di bastoni.
Eppure Luca Fiorentino esiste eccome, e Sabato 15 Novembre alle 21.00 sarà in carne ed ossa al Godot Art Bistrot di Avellino a presentare il secondo libro del suo alter-ego Auanasgheps: "Merò - È facile smettere di dire jastemme, se sai come ammacchiarle". E se Auanasgheps è irriverente e sboccato, Fiorentino è disponibile e cortese. Ma entrambi sono, questo è certo, diretti e appassionati.


Partiamo dalle origini. Chi è Luca Fiorentino senza Auanasgheps?


«Un ragazzo napoletano che studiava ingegneria informatica. Può sembrare di poco conto, ma in realtà è stato importante per il mio percorso personale. Mi sono trovato in un ambiente un po' "inquietante", senza donne e circondato da gente che giocava a Magic con lo sguardo fisso su schermi di portatili da 23 pollici. Dopo una decina di esami sono scappato e ho cominciato ad organizzare eventi soprattutto legati alla musica live, e contemporaneamente anche a scrivere su Facebook con delle incursioni sui cartacei. Ho iniziato ad avere i primi consensi, da lì è venuto un libro e adesso è arrivato l'altro».


Ed ecco che è spuntato Auanasgheps. Cosa significa?


«È una parola che nello slang delle mie zone, non so se anche da altre parti, indica qualcosa di bello, ricercato. Credo tragga origine dall'auanagana di Alberto Sordi e si usa quando non sai come definire una cosa, però sai che ti piace: si dice è "un fatto auanasgheps"».


Anche questo secondo libro è una raccolta di storie, molto ironiche, che traggono spunto dalla quotidianità. Sono tutte ispirate a fatti veri o c'è qualcosa di totalmente inventato?


«Qualcosa è certamente romanzato ed enfatizzato, però in gran parte sono cose che vedo affacciandomi al balcone, camminando per strada, frequentando mercatini e negozi».


Ci sarà in futuro un racconto, sempre a suo modo, ma organico, unico, con una storia dall'inizio alla fine?


«Più che di un romanzo sono più orientato verso la scrittura di una web serie, della quale ho scritto già il trattamento. Non so se andrà mai in porto, ma mi interessa più quest'ambito».

 

Com'è è nata l'idea del linguaggio che usa (il dialetto, lo slang, i termini stranieri scritti proprio come si pronunciano)?


«Mi sono reso conto che dal vivo parlavo in un certo modo, e quindi ho provato a non cambiarlo quando scrivevo, usando gli stessi intercalari e termini. "Allò" con l'accento e non con l'apostrofo (come vorrebbe la corretta ortografia del dialetto) rende di più, è più vicino a come parlano i ragazzi napoletani di oggi. In altre zone della Campania non esistono certo le stesse sfumature, ma rientrano in un panorama comune che le rende comprensibili».


A chi si ispira (se ispiratori ci sono)?


«Più che di ispirazione, direi che ci sono dei personaggi che hanno segnato la mia vita: dagli Squallor a Kafka passando per Pirandello, i comici americani come George Carlin o Emo Phlips, oppure gli italiani Massimo Troisi, Antonio Rezza, Alessandro Bergonzoni, Maurizio Milani. Fondamentale è stato il libro di Giobbe Covatta "Pancreas – Trapianto del libro cuore", che lessi all'età di 13 anni, e i primi film di Paolo Villaggio su Fantozzi».


Perché, nonostante il successo, non le piace essere definito una "web star"?


«Le star sono altre, come quei ragazzi che hanno milioni e milioni di follower. Io sono semplicemente uno che scrive cose su Facebook. Non discuto che senza la rete non avrei avuto questa risonanza, infatti non metto in dubbio, in questa definizione, la parola "web". È la parola "star" che proprio non mi si addice».


Ha fan dal resto d'Italia o il suo pubblico è solo campano/meridionale?


«Lo so che è strano, ma ho avuto dei riscontri da tutto il Paese, anche dal Nord o da persone che vivono all'estero. Mi leggono e anche se non riescono a cogliere tutti i dettagli con precisione, soprattutto i riferimenti alla realtà strettamente napoletana, mi capiscono e gli piace. Mi ha molto colpito questo tipo di feedback e non me lo aspettavo».


Chi sono, invece, quelli che la criticano di più?


«I fanatici del calcio e della città, quelli che credono in questo "orgoglio napolegno" fondato su non si sa cosa. Il mare e il sole ce li abbiamo da sempre, e anche tutti i vanti che questi personaggi inseriscono nei loro discorsi, io non li capisco. Mi parlano dell'Università Federico II e della stazione ferroviaria di Portici, entrambe le prime del Paese, ma io non comprendo quali siano i meriti dei contemporanei in relazione a questi simboli. Non dico che di queste qualità e opere non possiamo goderne, ma non possiamo sentirci orgogliosi perché non sono una nostra creazione. Per la Napoli di oggi, a parte questi riferimenti nostalgici, che cosa stiamo facendo? Il presente napoletano è pieno di patatinerie, mentre si continua a dirsi grandi per i fasti di un passato ormai lontano. Io amo la mia città ma non riesco a vantarmi di cose delle quali non sono stato artefice».


Dietro i suoi post irriverenti si nasconde, quindi, la voglia di lanciare un messaggio?


«Il mio scopo è quello di dimostrare che oggi siamo poco protagonisti nella vita della città, o meglio che lo siamo in peggio. Non stiamo facendo nulla per migliorare Napoli, neanche sfruttare quelle cose di cui ci vantiamo. Abbiamo la fortuna di essere nati in un posto pieno di storia, ma non lo sappiamo valorizzare: non mi risulta che riusciamo a vivere di turismo eppure potremmo. Capisco qualche giornalista, che crea il caso per cavalcare l'onda, ma io tutta questa fierezza che viene sbandierata la trovo roba da creduloni, almeno finché non si fa qualcosa di concreto».


Per anticipare la tua presentazione ad Avellino hai scritto che gli irpini sono il tuo "popolo favorito". Da dove deriva questa tua predilezione?


«Gli irpini, soprattutto gli avellinesi, sono una delle maggiori espressioni di genuinità mondiale. Almeno questa è stata la mia impressione quelle volte che sono stato ospite in quelle zone. Sono persone discrete, a differenza di noi napoletani che spesso siamo invadenti nei rapporti umani. Però questa discrezione non è sinonimo di freddezza, sono anzi persone molto naturali nell'approccio. Mi ricordano molto come si comporta mia madre: "non ci conosciamo, ma tu non ti preoccupare ti aiuto io, vieniti a mangiare una fetta di pane e caciocavallo". E qui introduco un altro argomento a me caro quando parliamo d'Irpinia: ho mangiato sempre benissimo, e il sapore del caciocavallo sciolto sul pane bruschettato è tra i miei ricordi più cari».

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