A poche ore dal confronto con il redattore europeo di Jacobin, la rivista americana che ha da poco pubblicato il primo numero della sua edizione italiana, abbiamo parlato con Rita Labruna dello stato dell’arte della sinistra nel nostro Paese e delle prospettive per una alternativa di governo.

 

Tra mesi fa, in una intervista rilasciata al nostro giornale, Lei auspicava che la sinistra costruisse «un terzo spazio tra sovranisti della Lega e l’establishment del Pd». Oggi, o meglio domani, sarà presentato ad Avellino il primo numero della rivista Jacobin Italia su cui campeggia il titolo "Vivere in un paese senza sinistra". Lei come legge complessivamente la situazione attuale nel nostro Paese?

«Jacobin nasce in America nel 2010, un anno prima dell’inizio del movimento occupy Wallet strett, contribuendo ad aprire un importante dibattito pubblico e culturale sul tema della sinistra americana e mondiale. Mettendosi in connessione con le istanze e le figure emerse in quel mondo come Alexandria Ocasio-Cortez in America e Benny Sanders, Jeremy Corbyn nel Regno Unito. Esperienze che riecheggiano di speranza e rilanciano una resistenza al trumpismo che qui in Italia vive senza Trump. Figlie di un conflitto politico non banale e strumentale, che non sfuma semplicemente in una fede cieca “a prescindere” ad una idea e ad una classe dirigente. Se pensiamo all’America, queste esperienze vengono coltivate, all’interno dei democratici, di quei riferimenti che hanno sostenuto la terza via di Clinton. Lo stesso programma radicale e socialista di Corbyn crea una profonda rottura con le politiche perseguite dalla terza via di Blair, un vero e proprio ribaltamento della prospettiva politica, in particolare riguardo alla sua proposta di nazionalizzazione dell’industria, abolita da Blair.
Questo in Italia non è avvenuto, se pensiamo a quello che doveva essere l’erede della grande tradizione del partito comunista, il Pd, per molti la sua fase fondativa è stata vissuta con questo spirito. Quando nel 2008, Veltroni annuncia: “il Pd correrà da solo alle elezioni politiche” sottolineando l’esigenza di girare pagina, lo fa utilizzando lo slogan di Barack Obama “yes we can”. Ma la storia dei democratici italiani non ha prodotto le stesse istanze di cambiamento. Negli ultimi anni il Pd ha subito una mutazione profonda, non attribuibile solo alla fase Renziana, ma il corpo collettivo di quel partito ha virato a destra, non solo nell’impianto delle riforme, ma nel linguaggio. Uno dei candidati alle primarie del 2019 del Pd è Marco Minniti, una biografia di sinistra, sostengono in tanti, ma il suo ultimo libro “Sicurezza e libertà” rappresenta la sintesi di un linguaggio, di una politica prettamente sicuritaria e improntata sulla paura. Quale è la differenza tra Minniti e Salvini? Il fatto che il primo non dice di voler utilizzare la ruspa per sgombrare le case popolari, ma introducendo il daspo vuole ottenere lo stesso risultato? Per questo ho parlato di terzo spazio, non di una terza via che impropriamente potrebbe richiamare quelle esperienze che ci hanno condotto all’anno zero della sinistra. Non è, e non sarà facile far vivere un percorso autonomo tra la narrazione dell’establishment di Macron, Minniti e quella sovranista di Le Pen o Bannon - Salvini. Il tempo stringe e il rischio è sempre quello di riprodurre a sinistra, l’ennesimo cartello elettorale, che non faccia vivere un progetto di reale cambiamento e di rottura, ma sia la solita disputa sulle candidature. Insomma, il solito album di figurine. L’America delle elezioni di Midterm mi sembra lontana».

Da un governo di centrosinistra contestato per riforme e provvedimenti considerati non di sinistra, dal Jobs Act alla Buona Scuola, l’Italia è passata a un governo del tutto orientato a destra rispetto al quale non sembra esserci una opposizione. Il Partito democratico resta piegato su se stesso, Leu si è sciolto… David Broder parla di piccoli partiti che non sanno espandersi. Secondo Lei come si ricostruisce una sinistra e ci sono le condizioni per realizzarla?

«Appunto “il daspo urbano” che viene riprodotto e ampliato nell’incivile decreto sicurezza di questo governo, viene introdotto per la prima volta da un governo di centro sinistra. Lei fa riferimento ad una fase di riforme con un impianto di destra, se penso alla Buona scuola, attraverso L’alternanza scuola lavoro ha introdotto il concetto di gratuità del lavoro, depotenziando di fatto l’istruzione e la scuola della costituzione. La buona scuola non è stato altro che l’applicazione del Jobs act al pubblico impiego. Di fatto, soprattutto l’ultimo governo di centro sinistra ha tracciato un solco profondo con i sindacati in generale, per esercitare la forza del vento rottamatore, del cambiamento veloce, pur di riportarci a condizioni lavorative ottocentesche. Più che correggere gli effetti di politiche neoliberiste e di austerità, gli ultimi governi di centro sinistra hanno contribuito ad alimentarle, senza aggredire il tema vero delle disuguaglianze. Le logiche del mercato, il dogma dello spread è sempre stato il primo punto programmatico da difendere fino in fondo, anche a costo di sacrificare le vite delle persone in carne ed ossa. Come dice Bogdanon in Proletkult, il libro di Wuming, “lo stato di salute o di benessere di una società è come quello di una catena, a partire dall’anello più debole, andare oltre il peso di quello che può reggere l’ultimo, significa spezzare la catena”. Se il governo attuale può approvare festeggiando il decreto sicurezza, domani il decreto sulle autonomie regionali è perché c’è stato un precedente. Qualcuno gli ha spianato la strada, paradossalmente lo ha fatto chi doveva rappresentare le istanze, i bisogni dell’anello più debole della nostra società. Il punto è che a me spaventa molto di più il governo che verrà dopo quello giallo verde, perché l’opposizione c’è solo nella misura in cui pensa di distruggere e far implodere i cinque stelle, di fatto consegnandoli a Salvini, alla Lega che sta egemonizzando il loro campo. Tutti uniti contro i Cinque stelle. È davvero questo il punto politico?».

Ancora il redattore europeo di Jacobin rileva l’esigenza di ricostruzione della cultura della possibilità di immaginare un’alternativa che però non vede al momento. Lei ritiene ci sia un’alternativa di governo?

«Non credo che l’alternativa a questo governo risiede nell’opposizione “speculare” parlamentare, ma vada ricostruita in modo differente, ponendosi in rapporto alla complessità del consenso che è stato consegnato ai Cinque stelle, puntare a far emergere le differenze interne a quel movimento. Dove c’è chi sostiene l’idea dell’acqua pubblica, chi si pone il tema del precariato nella scuola che emerge in alcuni punti del Def, chi parla di un’Europa fuori dai vincoli del pareggio di bilancio. Questioni eluse nel voto popolare che è emerso, anche nel referendum costituzionale del 2016, dove è emersa, la tensione di un popolo che chiedeva nuovi strumenti di partecipazione e di cambiamento in una prospettiva collettiva, di richiesta di più politica. Quale è l’orizzonte vero di una sinistra? Manca il respiro corale che parli al cuore alla testa di chi vive speranze ormai disattese da anni. La sinistra è stata troppe volte evocata e mai praticata, non possiedo tutte le risposte, in questo periodo mi soffermo molto di più ad ascoltare, a tenere le orecchie a terra. Non si può ricostruire se non facendo tutti un passo indietro, per farne due avanti, senza porci il tema di un nuovo metodo di partecipazione, in cui si restituisca la parola a tutti, fuori dai vecchi stereotipi e rituali che hanno ristretto la democrazia interna di organizzazioni partitiche, di processi costituenti tesi solo a garantire ruoli già preconfezionati, o decisi in cerchi ristretti. Aprirsi andare in mare aperto, con parole chiare, radicali come fa Corbyn. Tenere insieme l’antico e le istanze di cambiamento delle giovani generazioni, con idee chiare come l’istruzione pubblica, il welfare, il ruolo dello stato nella sanità, investimenti per l’edilizia popolare, l’applicazione della nostra costituzione e il tema del conflitto nei luoghi collettivi di lavoro. Negli ultimi anni e il 25 novembre in particolare, sulla spinta anche della messa in discussione della 194, della violenza di genere, del decreto Pillon c’è un movimento femminista che torna attivamente in campo, come ormai accade da anni. Questo attivismo ci parla di un nuovo processo di trasformazione dei rapporti sociali e che verranno, alla lotta di classe fuori dagli schemi tradizionali. Il femminismo apre uno spiraglio rispetto all’autoreferenzialità, un varco sul quale la sinistra dovrebbe interrogarsi. Rompere la società patriarcale alla quale siamo abituati, significa pervadere i vari concetti di proprietà che si dipanano a partire da quello che si esercita sulla donna. Le forme di sfruttamento, la proprietà, il dominio del capitalismo. Liberare la società da questi meccanismi significa liberarci dalla subalternità a un sistema economico che non riconosce la parità dei salari, dei diritti. Lotta all’ingiustizia dal basso, farla casa per casa, con parole chiare, mettendo al centro i più deboli e i poveri, i ricchi alle periferie dell’impero. Non basta più per la sinistra, fare riferimento ai suoi militanti storici, ma a causa della precarietà e dell’austerità si può allargare la base della popolazione che può aderire ad un progetto di trasformazione radicale della società. Questo però comporta un lavoro di costruzione di una nuova identità politica, come quella del popolo o come dice Gramsci di una volontà collettiva. Ovunque, concepire una sinistra europea, ecologista e femminista. Ma ognuno di noi “a sinistra” non può pensare ad un nuovo orizzonte, esclusivamente vivendo della sua parzialità».

L’intenzione dichiarata dalla redazione di Jacobin Italia è quella di tentare collegare il dibattito italiano a quello internazionale. Durante il nostro ultimo colloquio, Lei sottolineava anche la necessità di definire un chiaro programma sull’integrazione Europea, ma uno degli effetti della politica salviniana è un crescente isolamento dell’Italia rispetto all’Europa. Crede sia possibile recuperare su questo terreno e quanto può incidere alimentare un dibattito guardando l’Italia con un occhio più esterno?

«Ci sono esperienze positive che hanno dimostrato di contrastare il neoliberismo e le politiche predatorie delle multinazionali, agevolate dai tecnocrati liberisti europei. Esempi sono Barcellona, Napoli, solo per citarne alcune, in cui si stanno sperimentando nuove politiche sovranazionali, di accoglienza e protagonismo delle municipalità dei servizi, come l’acqua, trasporto pubblico e fronte mare. A queste esperienze bisogna guardare con interesse, sperando che assumano valore di progetto politico europeo e popolare».

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