Labruna, stando ai sondaggi più recenti, il consenso dell’esecutivo è in crescita rispetto alle percentuali registrate all’insediamento e Lega e Cinque Stelle procedono appaiati sfiorando il 30% e staccando decisamente il Partito democratico, mentre Liberi e Uguali, in calo, si attesta al 2,5%. È un segnale piuttosto chiaro che, da un lato, le politiche del governo giallo-verde hanno presa sugli italiani, dall’altro evidentemente di una incapacità della sinistra a interpretare le istanze di quello che era il suo elettorato. Lei come la vede?

«Negli anni 90, quando Berlusconi è sceso in campo, ha confermato che il nostro Paese è a tratti conservatore. Allora la sua vittoria ha certificato l’uscita a destra dalla crisi e di fatto una fascinazione trasversale nel consenso popolare. Oggi come ieri quella che si è definita sinistra è stata debole nel contrapporre e proporre al Paese e all’Europa un’altra visione, idea dell’economia e di risposta alla crisi economica che già imperversava. Agitare spettri o la paura del "mammone", non può rappresentare l’alternativa per un popolo affannato e sfruttato. Ci vogliono politiche differenti dal paradigma liberista che anche il centrosinistra ha incarnato per anni.

Il 4 marzo, ma già il referendum del 4 dicembre 2016, non hanno solo delineato il campo dei vinti e dei vincitori, ma segnato una rottura radicale del sistema, niente sarà più come prima. A mio avviso, questo processo è iniziato da tempo, quando la sinistra in tutte le sue aggregazioni, per processi semplificativi, è stata associata al Pd e alle sue riforme politiche. L’affermazione non decisiva di Italia bene comune nel 2013 è stato un segnale, perché nella testa delle persone, tutta la sinistra, non solo il Pd ha sostenuto la Riforma Fornero, il fiscal compact, il Jobs act. Certo la mutazione del Pd e l’arrivo di Renzi hanno dato il colpo di grazia. Quindi, considero la vittoria sociale dei Cinque Stelle e della Lega come la conseguenza, non la causa, di un processo più lungo che non credo possa essere arginato contrapponendo solo la retorica dell’attentato alla democrazia.

C’è bisogno di una risposta che si colleghi con la problematicità della realtà, con la vita delle persone in carne ed ossa, che si interroghi sulle disuguaglianze, sulla povertà, sulla cronicità del precariato, arrivare al cuore del disagio per sottrarre il popolo dalla falsa narrazione che i migranti sono la causa della nostra sofferenza. Se non consideriamo sufficiente il reddito di cittadinanza o altre misure sponsorizzate dall’attuale governo, dobbiamo necessariamente far vivere un’idea di sinistra sulle questioni dello sviluppo, del Mezzogiorno, del lavoro e di stato sociale. Le politiche di austerità sono state una mannaia, i vincoli di bilancio e l’impossibilità di investire in spesa pubblica hanno portato al collasso i comuni e la sanità».

Secondo Lei, può essere sufficiente quale alternativa l’esperienza di LeU?

«Le istanze, i bisogni e i sogni di un popolo smarrito, non possono essere recuperati da un gruppo di parlamentari chiuso in un fortino, che si arrampica ancora a vecchi metodi e logiche di posizionamento. Che mette insieme chi in fondo l’art 18 ha contribuito a cancellarlo e oggi fa finta di volerlo ripristinare, per una logica di apparente dicotomia. Ma è sufficiente soffermarci su quello che accade in Campania o ad Avellino dove la Mdp di Leu vuole ricostruire il centrosinistra partendo da De Luca per arrivare a Mancino. Leu mette insieme chi ha approvato la Riforma Fornero e la Buona scuola e chi, come Sinistra Italiana, si è sottratta a quella logica, ma oggi inevitabilmente, senza una vera discussione interna, Sinistra Italiana rischia di essere risucchiata da quel fronte repubblicano.

Il dibattito che si trascina da anni sul rapporto con il Pd senza Renzi, rischia di condannare Leu all’irrilevanza. Tra il fronte sovranista e dell’establishment è necessario costruire un terzo spazio e Leu inevitabilmente non ha ancora sciolto i nodi politici italiani ed europei. Soprattutto se avvia una fase costituente senza reali percorsi di partecipazione democratica, ma appaltando la leadership ancora ad ex cariche dello Stato, allarga il divario tra sinistra e popolo.

Quindi, non considero Leu sufficiente, se non solo a chi ha necessità di una sigla e cartello elettorale dove candidarsi. La sinistra ha bisogno di confronto, di impegno e di vivere nei luoghi della sofferenza, di ricongiungersi con il popolo, di ripensare ai meccanismi di relazione e rappresentanza».

Lei ha una lunga storia di militanza politica tra le fila della sinistra e ha deciso di non aderire al processo costituente di LeU? Perché? Cosa non La convince?

«Michele D’Ambrosio mi ha e ci ha insegnato che la sinistra non è una bandiera che si sventola, ma una fatica. Nel lontano 2009 quel pensiero viveva attraverso il centrosinistra alternativo, un’altra visione e idea che parlava ad un popolo di questa provincia, di una sinistra non suddita del demitismo e della democristianità. È stato faticoso far vivere quel pensiero allora e lo è tutt’ora, per questo non mi convince Leu, che rischia di essere la dependance del Pd.

La sinistra deve far vivere una speranza, un orizzonte, un pensiero autonomo, mentre tutto sembra immodificabile. In Leu ci sono tutti i limiti nazionali e provinciali di un percorso nato come cartello elettorale per le politiche, che ha parlato solo a noi stessi. Ma la sinistra dove va senza popolo? Un esempio è quello del consigliere regionale Todisco».

A livello nazionale, la sinistra appare in grande fermento: mentre alcuni in Sinistra Italiana hanno già avuto contatti con De Magistris, Potere al Popolo e con la DiEM25 di Varoufakis, non manca chi intende proseguire a LeU, uscendo da Possibile. In un quadro del genere, anche in vista delle elezioni Europee del prossimo maggio, non ritiene che la sinistra rischi una nuova se non ulteriore frammentazione? Qual è, secondo Lei, il percorso da realizzare?

«La frammentazione è quando non si riesce a fare sintesi con le istanze e i bisogni del popolo. La rottura dell’alleanza è avvenuta con il popolo e "le periferie", mentre la sintesi l’abbiamo fatta con il ceto politico. Sicuramente non basta per la sinistra avere solo una dimensione nazionale, ma europea e in questo senso DiEM25 lo sta facendo. Un esperimento importante, con una visione internazionale e transnazionale, oltre i recinti locali e sovranisti. Perché, se siamo per "Più Europa", non bastano le declamazioni, ma bisogna costruire un chiaro programma sull’integrazione Europea, un terzo spazio tra i sovranisti della Lega e l’establishment del Pd. Inevitabilmente, oggi nel quadro politico dato, il percorso di DiEM25 mi sembra più credibile e percorribile».

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