Prenderà il via domani, 15 febbraio 2018, al Godot Art Bistrot di Avellino, la rassegna "Lingue Linguaggi Linguacce Teatrali", in collaborazione con Vernicefresca Teatro e con la direzione artistica di Massimiliano Foà. L’appuntamento inaugurale (alle 21 di domani, appunto) porterà ad Avellino i burattini di Salvatore Gatto, che sarà accompagnato da Daniela La Torre in "Pulcinella ’500 anni portati bene". Si proseguirà venerdì 9 marzo con il "Cunto" raccontato da Antonella Romano e Rosario Sparno.

   Il 30 marzo Fabiana Fazio, Valeria Frallicciardi e Giulia Musciacco saranno invece protagoniste di "Nevrotika", di cui sono anche autrici, mentre chiuderà la rassegna, il prossimo 20 aprile, il ritorno di Nicola Mariconda con "Un buffo riadattamento di tre misteri" che rielabora e riscrive tre testi tratti da "Mistero Buffo" di Dario Fo, tre Giullarate: La Nascita Del Giullare, Il Cieco e lo Storpio e Il Primo Miracolo di Gesù Bambino.

Foà, quattro spettacoli, quattro generi, quattro linguaggi diversi, perché questa scelta, da dove nasce?

«Con Luca Caserta del Godot volevamo fare una rassegna insieme da molto tempo; in passato ne ha fatte con altri direttori artistici e quest’anno lo ha chiesto a me. Io sono partito da un'idea: rimanere vicini, in Campania, per ragioni di budget, ma ho scelto spettacoli che ho visto personalmente e che mi sono rimasti comunque un po' nel cuore. Lingua e linguaggi teatrali sono diversi: si fa un percorso iniziale con Salvatore Gatto e le sue guarattelle, con il napoletano antico del teatrino che i ragazzini andavano a vedere in Villa Comunale. È il più bravo burattino del mondo, quindi è un piacere cominciare con lui, rompere uno schema di spettacolo classico e portarne uno che normalmente è per i bambini piccoli, ma che invece noi presentiamo agli adulti. Ci piace proprio questo: vedere un ritmo particolare, capire l'uso della pivetta, che è lo strumento che serve per fare la voce di Pulcinella, il teatrino di Gatto su tre livelli. Con il secondo spettacolo si passa al siciliano, con un cunto raccontato in siciliano da una compagnia che è napoletana, ma ha fatto un lavoro proprio sulla lingua, e non è importante se non sempre capiremo tutte le parole, perché quando le cose sono ben fatte comprendiamo qualunque idioma. Poi avremo un linguaggio moderno, con uno spettacolo di Fabiana Fazio e le sue colleghe Giulia e Valeria sulle nevrosi, molto veloce, attuale, addirittura esasperato e molto divertente.
Quindi, ci sarà lo spettacolo "Un buffo riadattamento di tre misteri", ed è un ritorno vero perché con Nicola Mariconda già avevamo raccontato il suo mistero al "99 Posti", e mi piaceva riportarlo ad Avellino perché secondo me è uno spettacolo molto valido. In più, Nicola è un artista irpino ed è bello anche questo. Il filo che lega gli appuntamenti della rassegna è quindi questa sorta di viaggio fra stili diversi. Le linguacce, invece, sono tutte le smorfie che fanno gli attori prima di cominciare lo spettacolo e richiama anche il fatto che i bambini ne fanno spesso».

C'è qualche altro elemento in comune che possiamo trovare negli spettacoli?

«C’è anche un filo conduttore di necessità, nel senso che le compagnie che ospiteremo sono compagnie che non hanno sovvenzioni, che resistono con la voglia di portare avanti una loro urgenza. Il cunto racconterà delle cose, le nevrosi come il grammelot raccontano altro e Pulcinella è l'emblema di uno sberleffo ad un tipo di società e a un tipo di borghesia che appiattisce tutto e vuole eliminare la cultura. L’urgenza delle compagnie lo vedremo nei loro spettacoli, quindi è anche un piano incrociato».

Cosa scopriremo con questa rassegna, cosa potrà incuriosire secondo lei il pubblico avellinese?

«Non saprei dirlo in generale, perché ognuno di noi scoprirà qualcosa, ma sicuramente più che scoprire abbiamo la conferma che mancano degli spazi dove fare teatro. Noi andiamo al Godot perché Luca ci ospita, ma il Godot non è uno spazio teatrale e quindi quello che manca è avere, per esempio, ogni sera tre possibilità diverse, poter scegliere dove andare, se a vedere un cunto o uno spettacolo musicale o una narrazione. Questo purtroppo sarà una conferma ed è un peccato, perché dobbiamo fare i conti con uno spazio piccolo e non ci sono spazi off, anche se Avellino è una città che inizia ad essere grande. E non c'è sempre bisogno di un teatro di grandi dimensioni che serve per un certo tipo di teatro, ma servono spazi piccoli dove la gente può sperimentare il teatro in modo diverso. In tutta Italia ce ne sono e ogni giorno ne nasce uno ed è questo che vorrei».

rassegna Vernicefresca al Godot

Il Godot è un ottimo spazio soprattutto per la musica, però ci sono anche rassegne cinematografiche, incontri, momenti dedicati alla lettura, quindi è un buon esempio di come uno spazio piccolo può diventare sinonimo di grande vitalità. Ma si tratta di uno spazio privato che in un certo senso esercita una funzione di supplenza rispetto al pubblico. D’altra parte, in questo momento è chiuso anche il Massimo cittadino, perché affidarlo a inizio anno solare ad un gestore significa aver perso una stagione, visto che i tempi del teatro sono altri. Siamo però anche in campagna elettorale, si aspetta un impegno ….?

«Io mi aspetterei una rivoluzione dal basso e non dall'alto, perché sono un romantico. Ma dal basso nessuno si è indignato più di tanto per aver perso la stagione al "Gesualdo", nessuno si è indignato più di tanto che il "99 Posti" sia chiuso, nessuno si è indignato più di tanto perché non ci sono gli spazi. A Salerno c’è una rassegna meravigliosa, Mutaverso Teatro; hanno riaperto il Visbaal Teatro a Benevento, per fortuna; in Campania le cose si stanno muovendo e si creano delle bellissime sinergie tra Napoli, Benevento e Salerno. Qui, evidentemente, non ce n’è ancora l’esigenza. Noi stiamo seminando, così come Maurizio Picariello, Cliff Imperato o Salvatore Mazza. Ognuno semina e l'importante è dire ai propri allievi "andate a teatro, non abbiate paura che se si apre un'altra scuola di teatro è una disgrazia". Dovremmo essere in tanti perché ognuno deve assaggiare "un sapore" diverso, sapere che in posti diversi il sapore è diverso, anche se si tratta della stessa ricetta. Poi, il pubblico andrà dove trova il gusto che preferisce, scegliendo un tipo di teatro rispetto ad un altro. Però, bisogna andare a teatro e abituando il pubblico ai sapori diversi, altrimenti i giovani non ci vanno perché lo immaginano noioso. Come è sbagliato anche abituarsi al solo teatro di evasione, perché può accadere come con Pierfrancesco Favino che è bravissimo, ma di cui si scopre all’improvviso la bravura a Sanremo solo perché non lo si è visto a teatro dove lavora da anni. È anche un discorso lungo da affrontare adesso, ma certo un posto senza cultura è facilmente controllabile».

Il vostro lavoro, però, continua con la scuola di teatro e gli spettacoli, nonostante le difficoltà e, anzi, grazie al progetto Funder35 si prospetta una crescita per Vernicefresca teatro. Quale beneficio ne potrà venire?

«Intanto, stiamo riprendendo il nostro "Ho.me" che porteremo a marzo a Pomezia e stiamo lavorando con bandi e rassegne per portare avanti questo spettacolo. Poi, c’è una idea soltanto iniziale per una nuova produzione per l'anno prossimo. Noi ci proviamo, ci proviamo con tutte le nostre forze. Funder ci dà la possibilità di sostenere l'organizzazione, quindi l'ossatura della nostra attività ed è un bene avere un po' di ossigeno per un po’ di tempo».

Ma ci sarebbe bisogno di avere maggiore supporto anche dalle istituzioni?

«Noi dal canto nostro cerchiamo di fare comunità. Ci stiamo sentendo con altri artisti, con Paolo Capozzo, Maurizio Picariello, per vedere cosa poter realizzare e cominciare a parlare di eventuali progetti. Indipendentemente da quando si realizzeranno, è importante tenere viva la fiamma».


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