Alle prossime amministrative in città manca poco meno di un anno ma il "dopo Foti" è sempre più argomento del giorno e il toto nomi per la successione è di fatto già partito. Tra le voci che circolano sulle possibili candidature, anche l’ipotesi che si ripresenti alle urne Enzo Venezia, primo cittadino negli anni difficili del dopo terremoto dal 1984 al 1989, che però declina gli inviti.

«Devo dire, con sincerità, che ricevo una serie di sollecitazioni da parte della gente che incontro, ma anche di cittadini non di Avellino, che mi hanno più volte invitato a ricandidarmi dicendo "la tua amministrazione è stata una buona amministrazione, hai una grande esperienza, perché non torni a fare il sindaco di Avellino?". Ma io già l'ho fatto e ho già avuto la mia lunga e anche difficile esperienza legata al post terremoto. Devo anche dire che la vita degli uomini è fatta di stagioni, per cui c'è anche quella del riposo. Non posso pensare di impegnarmi a fare il sindaco di Avellino nella stagione del riposo e in un momento difficile anche per l'eredità che lascerà l'amministrazione Foti».

Nella richiesta di chi sostiene che la sua è stata una buona amministrazione c'è un implicito giudizio negativo di quella attuale, ma qual è il suo?

«Rispetto alla mia esperienza di sindaco, i momenti storici sono completamente diversi, perché il contesto politico lo è, e sono profondamente diverse le regole
però bisogna anche dire che l'attuale amministrazione, nel momento in cui fa delle promesse, molto spesso non riesce a mantenerle. Quello che contraddistingue l'amministratore è che quando prende un impegno può rinviare di qualche mese, ma alla fine i problemi vanno risolti. Qui, invece, ci sono una serie di problemi che non trovano ancora soluzione, vedi la metropolitana leggera, i lavori per la Bonatti, il Mercatone, l'autostazione che giace incompleta da circa 36 anni. Questo fa capire che, purtroppo, i problemi non l'hanno risolti e determina un giudizio negativo da parte dell'opinione pubblica. Inoltre, c'è un dato che va affrontato: credo che non solo le grandi opere, ma l'ordinaria amministrazione è quella che contraddistingue in maniera diretta l'attività amministrativa di un comune e qui basta girare per la città e ci si accorge che l'ordinaria amministrazione non è affrontata in maniera adeguata. C'è trascuratezza e questo dimostra che le cose non vanno. Il dato positivo, al di là delle difficoltà politiche, è però che mentre ai miei tempi il sindaco era figlio di una coalizione ed era figlio del Consiglio comunale, quindi doveva sempre tentare di difendere la maggioranza, oggi il sindaco è figlio di un voto popolare, dunque una sorta di amministratore delegato che deve dar conto soprattutto alla città più che ad una maggioranza. Perciò se hai un minimo di spirito di mediazione, la maggioranza quasi sempre la ritrovi in Consiglio comunale, mentre ai miei tempi bisognava stare attenti ai partiti, alle forze politiche, ai parlamentari ed era abbastanza difficile. Poi, la difficoltà che vivevo in maniera a volte dura e impegnativa è che nel dopo terremoto avevo migliaia di persone nei prefabbricati leggeri, nelle scuole e negli alberghi e la vita era impossibile».

Nelle cose che dice amministrazione e politica si fondono, ma una delle caratteristiche di questa amministrazione, da un punto di vista più strettamente politico, è che nella stessa maggioranza si ritrova il primo luogo di scontro per l'attuale sindaco. Quanto conta, secondo lei, che l'amministrazione Foti sia coincisa con un momento particolare del Pd irpino e che non ci sia stata nemmeno una segreteria cittadina, oltre a quella provinciale?

«Qui riporto una esperienza che ho vissuto personalmente quattro anni fa, quando fu incaricato dal partito di avviare e di celebrare il congresso cittadino e quindi anche le primarie per la scelta del sindaco di Avellino. Mi impegnai ad elaborare sia il regolamento per la celebrazione del congresso cittadino sia quello per le primarie e, se avessimo dato vita a tutto quello che avevamo immaginato, avremmo potuto celebrare il congresso e avere un segretario cittadino, il cui primo impegno sarebbe stato quello di dar vita alle primarie. Pur di non fare le primarie per la scelta del sindaco, non fu nemmeno celebrato il congresso cittadino. Quindi questa è una responsabilità che è in testa al partito provinciale, ma soprattutto a chi guidava il partito in quel periodo, perché la scelta fu di tipo personale e, alla fine, la responsabilità tocca a chi ha avuto la voglia di fare quella scelta per immaginare di avere un amico. Il sindaco, se è bravo e intelligente, e se amministra bene, è capace anche di dare voti e preferenze. Ma un sindaco che non è bravo e non risolve i problemi non ha il consenso necessario per amministrare e non ha nemmeno la capacità di costruire il consenso per chi lo ha scelto».

Crede che la situazione di transitorietà del partito democratico provinciale sia stata ragionevolmente motivata da questioni derivanti dal partito nazionale o che c'è stata una volontà precisa di continuare a rinviare? In fondo, dopo le dimissioni dell'ex segretario Carmine De Blasio, non c'è stato il cambio di passo che molti chiedevano...

«Bisogna ammettere che De Blasio andava abbastanza bene, però quando è nato come segretario provinciale c'era soltanto un parlamentare e durante il viaggio che ha fatto, per così dire, siamo arrivati a tre con le difficoltà di chi non è riuscito a essere rieletto senatore. Qualcuno voleva mettere le mani sul partito per controllarlo e per tentare anche di organizzare il futuro, personale più che del partito. Poiché siamo in un sistema elettorale in cui i parlamentari più che eletti sono nominati, ognuno vuole trovare lo spazio necessario per essere tutelato perché arrivi nuovamente la nomina che lo possa riportare a Roma. Quindi, si è aperta una guerriglia all'interno del partito che era data anche da un'altra ragione, perché Carmine De Blasio, andando abbastanza bene, iniziava anche ad immaginare un proprio futuro dentro una eventuale possibilità regionale e nazionale. Il segretario provinciale, se è bravo, deve anche avere la capacità di andare oltre e questo creò ulteriori difficoltà a Carmine, che fu defenestrato. Alla fine, però, il partito fece una scelta scellerata, perché invece di nominare un commissario che venisse da fuori, che fosse bravo, che non fosse integrato nel sistema del Pd irpino, è stata immaginata la scelta del direttorio. Una scelta sbagliata perché in fondo ognuno all'interno del direttorio pensa come deve fare per avere uno spazietto e, attraverso quello spazietto, come fare per ritornare a Roma. Questo ha portato alla rovina del partito che va quindi addebitata al direttorio».

Questo significa che secondo lei, se il sistema elettorale continuerà a non prevedere preferenze, non se ne esce?

«Proprio perché abbiamo a che fare con i nominati che non hanno molto spesso il piacere di avere un rapporto diretto con l'elettorato, che diventa protagonista se sceglie il proprio rappresentante, ma se si accorge che non può scegliere, vota più perché c'è forse una convenienza personale o più spesso non va a votare, corriamo il rischio di un forte astensionismo. Bisogna anche dire che il parlamentare, o chi per esso, deve fare in modo di costruire un consenso attraverso un sentimento popolare che, però, oggi non c'è più in provincia di Avellino perciò noi stiamo correndo il rischio di non contare né sul piano regionale, né sul piano nazionale. Siamo quasi zona di conquista per una serie di ragioni, non tanto perché qualcun altro è eccezionalmente bravo, ma perché noi non siamo in grado di governare gli eventi e quindi, lasciando uno spazio vuoto, questo viene occupato da chi è più bravo e più intelligente. Noi non abbiamo più classe dirigente e questo è il nostro limite».

Crede che ci siano in Irpinia le condizioni per riaffezionare la cittadinanza e c'è, allo stesso tempo, qualche personalità nel partito, anche aldilà di quelle più in primo piano, in grado di aiutare a rinsaldare questo rapporto? Oppure siamo un po' condannati ad andare al traino di altri territori, visto che l'asse si sta di fatto spostando verso il beneventano?

«C'è un dato di cui tener conto: se il Partito democratico non celebra il congresso provinciale in Irpinia, perché nel direttorio posso pensare di andare a Roma e contare, non c'è classe dirigente, perché è la celebrazione di un congresso che la seleziona, non solo quella della città ma anche della provincia. Andando a celebrare un congresso, puoi pensare e avere la fortuna di individuare un gruppo dirigente che aiuta il partito a crescere, ma se lo hai affossato e lo governi in maniera rigida perché c'è il cappello che non dà la possibilità al territorio di esprimersi... Quali riunioni stiamo facendo noi, come Partito democratico? Non si riunisce l'assemblea perché non c'è più, come non ci sono più la direzione, l’esecutivo, gli organismi. I componenti del direttorio sono una sorta di commissari che durano da più di un anno e questo è la morte non solo della politica, ma del Partito democratico. È questo che dà, invece, la possibilità ad altre province di avere uno spazio e di essere i referenti politici anche per i cittadini avellinesi e irpini».

Alla luce di questa situazione, cosa si aspetta in vista delle prossime amministrative in città?

«Innanzitutto, non bisogna più fare l'errore di non dare vita alle primarie. Il Partito democratico deve procedere a celebrare le primarie e chi aspira a fare il sindaco deve sottoporsi ad un giudizio preventivo da parte degli iscritti e dei cittadini che si riconoscono nelle primarie. Bisogna anche fare in modo tale che le liste, o la lista, siano realizzate in maniera intelligente, perché si può anche fare una lista e stravincere, ma non governarla, se ci sono rivalità interne, gelosie e incomprensioni che non consentono la mediazione. Se è così, alla distanza si perde. Quindi, bisogna fare delle scelte ragionate, in modo che ci sia una lista che sia rappresentativa dei vari ceti sociali, ma che ci siano anche persone di capacità. Invece di prendere 20 consiglieri comunali magari ne prendi 14 o 12, ma sono di qualità. È la qualità che in politica fa la differenza, perché la qualità sa fare politica e sa anche amministrare. Se non c'è qualità, corri il rischio di non amministrare bene».

Facendo queste considerazioni, sembra concordare con le opposizioni consiliari quando rilevano che Foti ha una maggioranza apparentemente di grandi numeri, che costituisce in realtà il suo più grande limite...

«Non discuto sul piano personale, ma sul piano politico e amministrativo io credo che sia stato un errore imporre Foti come sindaco, perché non ha le caratteristiche che un amministratore deve avere».

Da un punto di vista politico, il sindaco però non ha trovato sponda nella sua maggioranza, nonostante i numeri...

«Ma la capacità di un sindaco è anche quella di sapersi costruire le giuste mediazioni. Io ho fatto l'amministratore ed ero anche impegnato molto spesso a superare momenti difficili per tentare di costruire le maggioranze necessarie che ci potessero poi consentire la governabilità della città. Se invece ti isoli, ti nascondi e non sai mediare… Le difficoltà ci sono perché già arrivano da un partito che non ha la capacità di mediare, non essendoci nemmeno gli organismi per farlo e non essendoci il segretario cittadino; se ti mancano anche le caratteristiche della mediazione e della buona amministrazione, in queste condizioni corri il rischio di disamministrare».

Lei prima ha accennato alla composizione delle liste e alla necessità di raccogliere consenso, ma pensando a diverse vicende che si stanno verificando oggi ad Avellino, parlare di formazione di liste e di consenso incrocia altri discorsi che hanno a che fare con la legalità. Secondo lei, c'è una questione morale ad Avellino e quanto è necessario stare attenti?

«Negli ultimi tempi siamo in parte invasi da realtà esterne alla provincia di Avellino, basta guardare i negozi o le ditte che vincono le gare, per cui bisogna essere molto attenti e c'è la necessità di avere uffici che siano vigili sotto tanti punti di vista, in modo che la questione morale, che non coinvolge nessuno, sia assolta sapendo far rispettare le regole e assumendosi enormi responsabilità. Se necessario, correndo anche qualche rischio, ma bisogna fare in modo che le regole siano rispettate».


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