La politica deve ritrovare il suo ruolo guida, attraverso l’elaborazione di idee e proposte capaci di cogliere il malessere e il malcontento che bolle in città e nella provincia, veicolandolo verso soluzioni adeguate che possono venire solo da un pensiero politico lungimirante e attento. In vista del voto per il rinnovo dell’amministrazione cittadina ad Avellino, il prossimo anno, Giuseppe De Mita, l’ex sindaco di Nusco, marca l’avvio di un percorso di costruzione all’insegna del coinvolgimento di ogni singolo cittadino.

Una scommessa che «per alcuni è una idea folle» ma che ritiene indispensabile, per risvegliare l’entusiasmo e rilanciare il ruolo della Città capoluogo e dell’intera provincia irpina al di là dei propri confini.

Nella città di Avellino la campagna elettorale per le prossime amministrative è di fatto già partita. Come descriverebbe la situazione nel capoluogo da un punto di vista politico?

«Da un punto di vista amministrativo è sotto gli occhi di tutti… e non è colpa di questa o quella amministrazione. Essendo cresciuto in questa di città, ricordo che dal dopo terremoto non si è capito più nulla e, indipendentemente dalla storia e dalle responsabilità, quella che era una città salotto della Campania, e non lo dico per orgoglio di parte, è diventata una città stravolta. Purtroppo, anche la politica rispecchia questa frantumazione rispetto ad una città e a una provincia che negli anni 80, al di là del giudizio positivo o negativo che si può dare, era la testa pensante che guidava anche la politica nazionale. Questo fa male a chi, come me e tantissimi altri, crede nella politica e nel fatto che Avellino e l'Irpinia possano essere un punto di elaborazione e di rilancio. Per cui, ritengo che le prossime elezioni amministrative sono importanti non solo e non tanto per la città, che ha bisogno di un'amministrazione forte, competente e che metta mano ai grandi problemi, ma anche e soprattutto per riprendere la politica che è una caratteristica tutta irpina».

Da dove si riparte, secondo lei, per ricostruire una politica frantumata e quanto ritiene che questa frantumazione a cui accennava si identifica con quella all'interno del Partito democratico?

«Io credo che i partiti siano fondamentali e non si possono annullare, ma in questo momento fanno fatica, zoppicano per non dire peggio. Ormai sono in via di disgregazione della forma attuale, per cui io capovolgo la questione. So che è un'operazione rischiosa, ma la politica e la vita sono fatte di rischi, e io capovolgo l'ottica partendo dai cittadini e dalle persone anziché dai partiti. D'altro canto, il popolarismo che è la grande intuizione a cui la Democrazia Cristiana e anche altri partiti hanno fatto riferimento, è proprio questo: più che una ideologia, una forma astratta che prevede tutto, è un metodo e mai come oggi si può e si deve ripartire dal popolo, dei cittadini, per le prossime elezioni che, non dimentichiamolo, sono amministrative e riguardano quindi i problemi concreti della città. So che per alcuni è una idea folle, ma non per me: iniziare con gruppi di amici, elaborare mano a mano un programma, scegliere le candidature e, alla fine del percorso, anche il candidato sindaco. Io sarei per un candidato sindaco donna, che sarebbe un fatto di grande innovazione per la città e anche di grande rottura in positivo da un punto di vista psicologico. Ma l'idea di fondo è comunque quella di un sasso nello stagno che, per cerchi concentrici, coinvolgendo i cittadini, riesce a pensare qualcosa di nuovo. Sono strasicuro che in questa città ci sono risorse, intelligenze, giovani e non solo, professionisti e cittadini, associazioni e le periferie che aspettano una novità. I partiti stanno facendo soprattutto un errore clamoroso: stanno sottovalutando il malessere e il malcontento che bolle in questa città e che attende di essere incanalato politicamente. Ci sono tutte le condizioni per fare una operazione politico-amministrativa di altissimo livello».

Messa così, sembra un po' il principio del Movimento Cinque Stelle, che è partito dal basso, anche indipendentemente dall’esperienza politica. Dov'è il discrimine tra la sua idea e le modalità dei Cinque Stelle? E come attingere alle migliori risorse disponibili, tenendo conto anche che una delle accuse mosse al Movimento Cinque Stelle riguarda un certo dilettantismo, mentre oggi si chiede sempre più che ci sia una classe dirigente qualificata? Come si conciliano questi aspetti?

«È difficile, d'altro canto questo è un momento complicato e affascinante in cui in politica cade un vecchio mondo e ne va pensato uno nuovo, con tutte le fasi di passaggio. Del Movimento Cinque Stelle mi ha affascina l'idea di una democrazia in cui i cittadini, gli elettori, controllano in continuazione gli eletti. È il sale della democrazia e non a caso, quando ero sindaco, quattro anni fa abbiamo fatto un esperimento con i referenti locali del movimento che riuscì benissimo. Il sindaco dopo tre anni si sottoponeva al giudizio dei cittadini e lascio immaginare quello che dissero, ma devo riconoscere che le ammissioni furono tante e lì, senza filtri né censure, ci fu una forma di democrazia come forse si vede solo nei cantoni svizzeri. Perché non riprendere quello? Poi è chiaro che dei Cinque Stelle ci sono altre cose che non mi convincono. Io vengo da una storia diversa, però in questo momento, se il metodo è questo, fanno benissimo a riportare la democrazia ai cittadini. Questa è una fase in cui le persone, le associazioni devono riprendere il diritto di parola e di elaborazione. L'errore è demandare a partiti, che rischiano ormai di essere la controfigura di se stessi. Certo, poi i partiti saranno necessari, avremo una fase in cui riprenderanno in forme nuove, ma non in quella attuale in cui rischiano di essere strumenti solo di gestione. Almeno con la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista c'era la gestione, ma c'erano anche i grandi ideali. Oggi è una fase affascinante, per quanto io possa avere simpatie per qualche partito politico e ricordo che ho fatto campagna per Vincenzo De Luca, ma in quel caso scattava anche il fatto che come sindaci eravamo stati un po' maltrattati da Caldoro, che poi alla fine l'ha pagata politicamente.
Ho parlato di queste cose a lungo lo scorso anno, quando è stato qui padre Bartolomeo Sorge, che è uno degli esponenti principali della Chiesa con cui ho un grande rapporto di amicizia da anni e che sarà ad Avellino. Con lui valuteremo, perché parleremo del popolarismo, ma anche della città di Avellino che può essere il perno di una operazione amministrativa per la città, ma politica per l'Irpinia. Non dimentichiamo che Avellino è la testa di una provincia favolosa in cui partendo dalle prossime amministrative possiamo mettere energie incredibili. Io ho un'ambizione non personale di candidarmi, ma per questa città e per questa provincia che può essere un laboratorio politico e un modello anche per altri. Mai come oggi in Italia c'è bisogno di politica, perché non ripartire dall'Irpinia? È una scommessa».

Lei ha accennato al rifiuto di Caldoro di incontrare i sindaci irpini e questo fa pensare all'idea che l'Irpinia paga un po' lo scotto di un peso specifico troppo basso, ma questo sembra valere anche per la città di Avellino nel contesto della provincia. C'è uno sfilacciamento non soltanto all'interno della città capoluogo, ma tra la città e il resto dell'Irpinia in cui altre zone sembrano andare un po' per i fatti loro. Come si ricostruiscono tutti questi rapporti allentati?

«Il momento è rischioso, perché nella disgregazione c'è il pericolo di spinte centrifughe. Sarebbe un errore madornale se l’Irpinia si dividesse al suo interno ed ecco perché l'operazione di Avellino città è fondamentale, coinvolgendo i sindaci, i cittadini, l'Alta Irpinia, l'arianese che pulsa di attività in un modo incredibile, ma ci si illude se si pensa di correre ognuno per sé. Occorre ripartire dalla città, senza egemonie, ma perché l'Irpinia si configura storicamente come una provincia che gravita per mille motivi attorno al capoluogo. Questo gravitare, però, deve ridiventare politico. Se non facciamo questo e ci dividiamo, sono pericolose le mere ambizioni personali di candidature a sindaco. Essendo l’Irpinia una provincia piccola, noi abbiamo un'arma di difesa che è la politica, la cultura, le idee. Non perché gli altri non ne abbiano, ma perché noi ne abbiamo di più ed è la storia che lo dice. Noi abbiamo avuto intellettuali di livello mondiale come De Sanctis, Mancini, una storia incredibile di pensiero per cui possiamo contribuire alla storia della Campania soprattutto con questo e non solo con il vino, il vento, con l'acqua e le risorse che abbiamo. La sfida è fare in modo che la città metta in moto questo e io sono sicuro che questo si può fare. Non serviranno giochetti e mi sorprende quando qualcuno ragiona ancora dicendo che è una città difficile e c'è chi prende i voti perché porta i certificati. Ma dove vivete? Sottovalutate l'intelligenza delle persone e, a parte questo, il sistema clientelare poteva funzionare quando c'era da distribuire. Oggi che le famiglie hanno i figli a spasso o le ragazze devono lavorare con grande dignità come commesse per 400-500 euro al mese oppure andarsene all'estero, veramente pensate che la gente abbia l'anello al naso e voterà ancora chi propone metodi clientelari? È il tempo di una rivoluzione dolce, di un cambiamento fatto in maniera intelligente, raccordando le energie migliori. Siccome io non ho ambizioni personali e non penso di candidarmi a sindaco, anche perché si immagini cosa succederebbe anche solo per il cognome che ho, ma di costruire insieme ad altri una operazione politica, l'idea è quella di far lievitare questa condizione. Ci sono tutte le condizioni e io mi impegnerò fino in fondo, anche se è molto faticoso e io sono un po' pigro».

Lei ha citato diverse risorse anche materiali del territorio che hanno a che fare con le produzioni dell'agroalimentare e con l'ambiente, ma il vento a cui accennava porta il pensiero all'eolico, che è un settore purtroppo sinonimo di rischio di infiltrazione della criminalità sul nostro territorio. Come vede la situazione irpina da questo punto di vista?

«Penso che abbiamo avuto la fortuna che per mille ragioni la camorra non si è infiltrata e non c'è, se c’è immagino ci sia solo alcuni livelli. Inoltre, devo fare i miei complimenti per il lavoro che svolge al procuratore Cantelmo, che tra l'altro ho avuto il piacere di invitare l'anno scorso al convegno con padre Sorge e che è una persona di grande competenza e di grande umiltà che mi ha colpito molto. Comunque, il rischio di infiltrazione c'è ed è qua che la politica interviene a difesa, ma per fortuna siamo ancora abbastanza lontani. Quando ho fatto il sindaco fino a qualche anno fa, avendo gestito appalti importanti anche di milioni di euro, pensavo alla bellezza e alla tranquillità di andarmene a dormire la sera a casa senza che nessuno potesse dirmi niente. È anche il mio carattere perché non accetterei mai condizionamenti, mentre pensavo anche con dispiacere ai sindaci di alcune zone della Campania, purtroppo non poche, che, diversamente dal contesto irpino, non credo la sera possano andare a letto tranquilli gestendo appalti milionari. So che la criminalità è una metastasi, se pensiamo che la 'ndrangheta in Lombardia ha messo radici, e non mi illudo che sia un’oasi felice, però finché è possibile tocca alla politica, agli amministratori preservarla e devo dire che abbiamo la fortuna di avere amministratori sani. Ho fatto il sindaco e posso testimoniare che la gran parte dei sindaci irpini sono persone pulite e dedite all'interesse generale e molti non immaginano i sacrifici che hanno fatto. Si pensi all'immagine bella coreograficamente di 60 sindaci con il vescovo e il presidente della Provincia davanti alla Regione, ma brutta come risultato quando il presidente della Regione non ci ricevette. Come ho detto, la storia ha una sua logica implacabile e al suo posto c'è invece de Luca che, devo dire, sempre stato più sensibile all'esigenza dell'Irpinia».

La forza della politica è un elemento fondamentale per opporsi alla criminalità, ma quanto conta anche la presenza dei cittadini, tenendo conto soprattutto che Avellino è spesso distratta e apatica? Molto spesso ad Avellino ci sono manifestazioni in cui il corteo attraverso la strada principale, ma la maggior parte degli altri cittadini resta ai lati a guardare...

«È capitato anche a noi da sindaci, quando abbiamo manifestato per la città capoluogo anni fa, per i tribunali, per gli ospedali e non c'era quasi nessuno. Io mi sono trovato a disagio, però questo non mi ha scoraggiato perché so che, al di là della presenza nelle strade, e questa provincia è un po' restia a fare manifestazioni di piazza, quello che conta è il cuore, la testa e il sentimento che è profondamente sano io di questo sono sicuro. Certo, se la politica riesce a rimettere in moto entusiasmo... Non dimentichiamo che negli anni 70 e 80 abbiamo avuto, indipendentemente dal fatto che la politica piacesse o meno, manifestazione con decine di migliaia di persone.
Che manifestazioni come la processione di Santa Rita sia affollatissima, per me credente cattolico, un invito a nozze perché dico che deve sempre essere così e la gente deve aumentare. Ma in politica si può fare tanto, risvegliando entusiasmi e io sono convinto che, se gli amministratori futuri iniziano a confrontarsi con i cittadini, nelle scuole, con le associazioni, non c'è cosa più gratificante. La cosa più dura del lavoro del sindaco è ricevere, spiegare, risolvere i problemi, ma la cosa più affascinante è l'incontro con i cittadini in discussioni e dibattiti. Da questo sono sicuro che piano piano si risveglia un entusiasmo, perché questa è una provincia di politica e quindi questa cosa si può fare».

Tornando alla città di Avellino, si sente parlare spesso della necessità di ritrovare una vocazione e si cerca di puntare alla cultura...

«Credo si debba stringere di più con Salerno perché Avellino si collega naturalmente a Salerno, ad esempio attraverso l’università. Io penserei a un'amministrazione che, non contrapponendosi a Napoli, rafforza anche i collegamenti con Salerno e Benevento che sono due realtà a cui siamo storicamente collegati. Da questo poi Avellino, riprendendo il proprio ruolo ma senza contrapposizioni perché questo non è il momento di dividersi, può bilanciare e concorrere con idee e proposte anche rispetto a Napoli. Si sa che, quando c'è un vuoto, tende ad occuparlo quello che c'è e la burocrazia regionale purtroppo è quella che alla fine può occupare il vuoto. Non a caso De Luca sta incontrando le maggiori resistenze da un punto di vista amministrativo proprio a questo livello».

C'è secondo lei una questione morale ad Avellino?

«Penso che rispetto ad altre realtà ci sia meno. Quindi c'è il dovere di preservare, come per l'ambiente. L'Irpinia, che ho girato per anni mantenendo sempre i contatti sia privati sia amministrativi, è una provincia sostanzialmente sana. Certo, le infiltrazioni sono però la cosa più pericolosa, come in una casa in cui se non le si ferma rischia di crollare tutto. Ma, ripeto, ci sono tutte le condizioni. Ad Avellino è anche arrivato un nuovo Vescovo, che ancora non conosco ma da quello che ho sentito sulla sua storia è una persona molto attenta alle persone e alle questioni sociali e lo inviterò, quando verrà padre Sorge. Abbiamo poi ad Ariano don Sergio che è un avellinese doc, grande parroco, e c'è il Vescovo di Sant'Angelo dei Lombardi che è il mio Vescovo che è una persona molto in gamba. Per cui, anche la Chiesa in Irpinia è di qualità. Abbiamo anche amministratori di qualità, perciò insisto che tocchi alla politica. Io credo che le prossime elezioni ad Avellino città siano importantissime. Non sono uno spartiacque, però nella nostra realtà, nel tempo e nel luogo in cui siamo, perché non concorrere con le idee? In più, con padre Sorge, si può fare qualcosa di molto importante che riguarda non solo l’Irpinia, ma va oltre e riguarda la politica nazionale. Diciamo che è un'operazione a diversi livelli e con diverse sfaccettature».

Secondo lei qual è la priorità ad Avellino? Ci sono tante emergenze...

«Penso sia tutto. È un tutto che si tiene. In fondo, è una città che va ripensata e sono convintissimo che ad Avellino si esce dai problemi che ci sono se una volta per tutte i cittadini vengono coinvolti. L'apatia avellinese di alcuni cozza con il fatto che l'avellinese ha il senso della politica e dell'appartenenza alla città. Bisogna sentirsi coinvolti, pensare che questa è casa nostra invece di criticare. Per far questo occorre una politica che coinvolga e sono sicuro che gli avellinesi, se interessati e in questo la politica può essere come un’onda, possano sentirsi a casa propria. È un'operazione non solo politico-amministrativa, ma anche psicologica. E io credo, avendo amministrato con grande onestà e dedicando la vita agli altri, di avere le carte in regola e l'augurio che mi faccio è di riuscire a mettere in moto insieme ad altri questa macchina. Non farlo sarebbe un'omissione, davanti a Dio in cui credo profondamente, ma anche di fronte agli amici, ai cittadini».

Lei ha detto più volte di non avere intenzione di candidarsi a sindaco, è la sua parola definitiva?

«Io dico "mai dire mai". Sarei stupido se dicessi no. Non lo escludo, però non parto con questa idea di candidarmi a sindaco, che sarebbe una stupidaggine. Tra l'altro, io potevo ricandidarmi. Svelo un piccolo aneddoto: l'attuale sindaco di Nusco, che tutti conoscete, voleva a tutti i costi che io mi ricandidassi, perché in quella fase ci parlavamo (noi in alcune fasi ci parliamo e in altre no e sono alcuni anni che non ci parliamo), ma io ho detto di no, perché mi ero stancato e ho anche un difetto che è la lealtà e la chiarezza. Ora mi appassiona l'idea di poter fare una operazione politica di qualità. Cinquant'anni fa dall'Irpinia partì una classe dirigente che poi ha governato l'Italia con uomini di altissimo livello. È vero che la storia non si ripete, ma in termini e modi nuovi, con intelligenze politiche straordinarie, perché non riprendere i fili di una storia e rilanciarla alla grande? Questo mi appassiona. Poi, in politica, "mai dire mai"».


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