«Che il sindaco esprima gratitudine mi sembra normale, penso che saranno un po' meno grati i cittadini di Avellino perché Preziosi non fa altro che dare la sponda ad un accanimento terapeutico che sta facendo male alla città. È il deserto che avanza».

Dopo la conferenza stampa di qualche giorno fa il promotore di Primavera Irpinia Sabino Morano torna a criticare aspramente l’accordo raggiunto dal sindaco a Palazzo di Città tenendo dentro pezzi di maggioranza ma anche di opposizione.

Nel corso della conferenza stampa che lei ha tenuto insieme ad altri esponenti di Primavera Irpinia è stato denunciato aspramente un atteggiamento di trasformismo, ora che il patto è sancito quali potrebbero esserne gli effetti?

«Ho sinceramente difficoltà a credere alla tesi delle larghe intese per il bene della città, anche perché le argomentazioni su cui è stata presentata mi sembrano molto vacillanti. Mi sembra più una classica operazione che dà un tempo per ritrovare una maggioranza numerica in luogo di quella politica che non c'è mai stata, ma che oggi diventa un'assoluta chimera. Nel momento in cui il capo dell'opposizione, cioè quello che ha perso il ballottaggio, passa di fatto in maggioranza, parlare di maggioranze politiche o di idee di città mi sembra assolutamente fuori luogo».

Preziosi ha sottolineato che 100 giorni possono essere pochi per chi fa politica, ma moltissimi o anche troppi per i tecnici e ha precisato che questo lasso di tempo permetterebbe non di stilare dei progetti veri e propri, ma di predisporre schede tecniche a partire dalle quali elaborarli. Secondo lei, è una stima realistica, ci sarà il tempo di fare questo lavoro? E crede che 100 giorni sarebbero sufficienti anche per riassestare gli equilibri politici?

«Cento giorni da un punto di vista tecnico mi sembrano assolutamente irrilevanti, perché in questo senso non c'era nessuna necessità di avere una maggioranza. Si sarebbe potuto lavorare anche con un commissario, quindi non capisco la questione. Sotto il profilo politico, 100 giorni sarebbero il periodo di stabilità più lungo che l'amministrazione Foti abbia mai avuto. Credo siano un tempo biblico per la stabilità politica del centrosinistra al Comune di Avellino, un terno al lotto per Foti».

Quale immagina potrà essere il risultato raggiunto, al termine di questa scadenza?

«Questa amministrazione ha avuto la capacità di inaugurare qualcosa che personalmente non avevo mai visto: l'incapacità di avere una maggioranza, anche facendo un numero di rimpasti di giunta che non ha eguali nella storia della città. Perciò, non mi meraviglierebbe che anche al termine dei 100 giorni questi signori siano capaci di non trovare una maggioranza. Sarebbe perfettamente in linea con la storia dell'amministrazione Foti e degli ultimi anni di governo del centrosinistra in città. Però credo che alla fine più o meno riusciranno a trovare una maggioranza numerica, anche perché la sensazione è che in realtà il Consiglio comunale di Avellino sia composto da persone che tutto vogliono fare tranne che andare a casa. Purtroppo la città, chiunque osserva le dinamiche della maggioranza consiliare a piazza del Popolo, ha l'impressione di un attaccamento alle poltrone che supera qualunque esigenza e qualunque voglia di riscatto per Avellino».

Dall'inizio di questo mandato si parla dell’esigenza di definire le priorità per la città di Avellino, anche se l'impressione è che siano sempre le stesse carte un po' rimescolate. Dal suo punto di vista, cosa sarebbe necessario realizzare nell'immediato per risollevare il capoluogo?

«Sarebbe una lista lunghissima, perché da vent'anni sostanzialmente non c'è una idea di città. La verità è che i problemi, come spesso ripeto, non nascono dall'amministrazione Foti, ma dal governo del centrosinistra. Anzi, per certi versi e i sindaci, nel passare degli anni, sono stati anche vittime del sistema di potere del centrosinistra che, a fronte di un consolidato consenso elettorale che ha dimostrato di avere più volte negli anni, ha però dimostrato allo stesso modo assoluta incapacità amministrativa. Quindi questo blocco di consenso si è trasformato nella mannaia che ha distrutto la città».

Su questo punto lei sembra d'accordo con Dino Preziosi quando sostiene che numeri troppo ampi si rivelano in definitiva un ostacolo e non un punto di forza...

«Certamente questo è vero. Ma è un po' strano che i numeri rischiano di non essere larghi quando il capo dell'opposizione passa in maggioranza o quando qualcosa non funziona».

Rispetto a quanto sta accadendo al Comune, secondo lei quanto ha inciso l'assenza del Partito democratico?

«Potrei rispondere con una battuta e dire che il problema è la presenza più che l'assenza del partito democratico. Noi siamo ormai abituati al fatto che le faide interne al PD si riflettono sulla vita cittadina, perché come dicevo non è un problema che nasce oggi. In realtà l'inesistenza del partito, dal punto di vista formale, è solamente il momento epifanico di quella che è una storia vecchissima in città, perché è vero che ora c'è un quadrumvirato, ma la situazione non era molto diversa quando c'era un segretario provinciale. La lotta tra bande era la stessa e penso che anche con un segretario in carica non sarebbe cambiato nulla».

Lei sostiene che la crisi si trascina da lungo tempo. Quali sono secondo lei i motivi, quali gli errori del centrosinistra?

«Questa è una città che ha vissuto, nel bene e nel male, con un blocco di potere di riferimento certo per moltissimi anni e che ha comunque continuato a mantenere un consenso elettorale enorme, anche nel momento in cui era diventato acefalo. Perciò, la proiezione di questo consenso ha determinato che per altri dieci anni lo stesso gruppo vincesse le elezioni, però in una situazione di assoluta anarchia. Dalla seconda giunta Galasso in poi, il centrosinistra ha essenzialmente sofferto della mancanza di una leadership forte. Ma c'è anche da dire che la leadership era talmente forte che ha fatto sì che in città per anni esistesse un esercito senza quadri. La disorganizzazione totale del livello medio del Partito democratico è chiaramente figlia del fatto che quella leadership ha bruciato quattro o cinque generazioni successive».

Anche nel centrodestra, però, ci sono diversi problemi attualmente. Quanto è importante una formazione come Primavera Irpinia, che si richiama al centrodestra ma al tempo stesso può fare da pungolo nei confronti di altre forze della stessa area per presentarsi ad una eventuale competizione elettorale con una proposta nuova?

«Noi siamo partiti dall'idea che, al netto dell'esistenza dei partiti di centro destra, spesso nonostante l'esistenza dei partiti del centrodestra, esiste una larga parte dell'elettorato che fa riferimento a quest'area politica e che però spesso non va a votare, che è delusa anche giustamente dagli accadimenti del passato. Primavera Irpinia ha cercato di bypassare il gap delle guerre tra bande e di tutte le situazioni che avevano incancrenito la realtà del centrodestra nella nostra provincia, ma anche più in generale. Proprio in questi giorni (il 16 e 17 settembre, ndr.) si terrà la convention milanese promossa da Stefano Parisi e credo che l'idea sia quella di creare qualcosa di simile a livello nazionale. Noi stiamo riuscendo a dare un punto di riferimento a un intero elettorato, bypassando la burocrazia dei partiti e l'inutilità di posizioni che erano diventate dei tappi rispetto alle attività di un ambiente umano oltre che politico. Quando è nata Primavera Irpinia il suo successo è stato proprio quello di non chiedere tessere di partito, per cui chiunque si riconoscesse in quest'area e avesse intenzione di fare politica poteva partecipare alle riunioni e ai dibattiti. Da lì è nato il nucleo originale che poi si è man mano allargato e penso che ad Avellino, in questa fase, Primavera Irpinia sia l'unico momento di propulsione del dibattito politico, non solo nel centrodestra, ma anche rispetto alla città perché fondamentalmente, a quanto sembra, l'unica posizione differenziata in queste ore è la nostra. Tra opposizione e maggioranza che stanno insieme, dissidenti che fanno i dissidenti ma fino a un certo punto, l'unica condanna netta della situazione mi è sembrata quella di Primavera Irpinia. Eppure, quando l'ingolfamento di mozioni di sfiducia genera una fiducia intrinseca, è chiaro che qualcosa non va. Siamo arrivati a qualcosa che è stato uno spettacolo comico di rara bravura: nell'ambito della stessa seduta consiliare, si presentano due mozioni di sfiducia e che avrebbero nella loro totalità la maggioranza numerica in Consiglio per sfiduciare il sindaco; le due emozioni si scontrano e il risultato è che una delle due diventa un'apertura alla maggioranza. È come recitare tutte le parti in commedia».

Come già avete illustrato in conferenza stampa lei, D’Ercole e de Conciliis, Primavera Irpinia intende costruire una alternativa al centrosinistra in citta. La presenza dell’associazione alla due giorni milanese a cui accennava lascia intendere che ci sia l’intenzione di contribuire a rilanciare il centrodestra anche sul piano nazionale. Quale la strada da seguire secondo lei?

«Andiamo a Milano con molta speranza e non faccio mistero di guardare con grande simpatia all'idea che almeno finora è venuta fuori di un centrodestra aperto a tante esperienze e un po' più lontano dalle burocrazie di partito che appartengono ad una fase che è stata importante, ma è finita. Credo che il centrodestra abbia bisogno di rigenerarsi e lo debba fare con la partecipazione di tutti, ma con un rilancio soprattutto su base contenutistica. Penso che il centrodestra, dribblando qualche emulo incapace che ha pensato di interpretare il berlusconismo senza capirne il senso, debba trovare immediatamente un filo conduttore partendo dalle grandi intuizioni che il suo leader aveva dato all'elettorato, ma che però lo stesso centrodestra non è stato capace di trasformare in una idea sistemica. Oggi quelle intuizioni di Berlusconi, per sopravvivere a questa fase, devono necessariamente diventare pensiero politico. Penso all'istanza garantista, all'impostazione liberale di un sistema fiscale che deve cambiare, alla lotta alla burocrazia, a quelli che erano stati insomma i grandi motivi per cui il centrodestra aveva avuto un larghissimo consenso e che però, quando Berlusconi è uscito di scena, non sono stati sviluppati dalla classe dirigente di quest'area».

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