Il grande fotografo dell’agenzia Magnum Raghu Rai fa il suo ingresso nel chiostro del Convento Francescano di Zungoli a metà tra viaggiatore e reporter. E’ l’ospite d’onore, invitato ai confini d’Irpinia per ricevere il premio Werner Bischof “Flauto d’Argento”, ma è anche già un po’ di casa nel piccolo borgo che lo ha accolto con simpatia e calore e per questo sembra essersi meritato un grande regalo…

Maestro Rai, lei è rimasto molto colpito dalla comunità di Zungoli e ha promesso che farà una mostra è anche un libro fotografico dedicato a questo comune.

«Sì. Perché innanzitutto, come ho già detto, la natura, il panorama è così bello qui rispetto a quello che abbiamo in India, perciò ho scattato centinaia di foto andando in giro in auto e fermandoci in diversi posti. Ma anche perché questa è una piccola cittadina, c'è un'energia carica di pace e le persone sono realmente connesse le une alle altre. Diversamente, nella grande città ognuno è pieno di impegni e stressato. Qui tutti sono rilassati ed è meraviglioso e la relazione fra le persone è preziosa. Ho scattato tante fotografie perciò possiamo fare un libro, una mostra».

Durante la cerimonia di premiazione lei ha parlato di una forma di "meravigliosa pazzia", cosa intende?

«Abbiamo una parola in hindi, "divana", che indica qualcuno un po' pazzo nel senso che si fa trasportare dalle emozioni e dai sentimenti e, quando è connesso, è affettuoso, meraviglioso. Poi scompare, poi torna di nuovo. Le persone creative sono così, perciò questa sensazione per me è molto preziosa. Avere persone come Renato Fischetti che è un po' matto… Mi ha incontrato quando è venuto a prendermi alla stazione e mi ha detto "fratello!". Uno stringerebbe la mano direbbe "come sta signor Rai", e lui "fratello!". Meraviglioso!»

Tornando alla fotografia, lei ha detto che a volte capita di vedere qualcosa che ci toglie il fiato eppure c'è bellezza anche lì. Come lo spiega? Come può esserci bellezza ad esempio nelle immagini che lei ha scattato a Bophal, dove è stato il primo a testimoniare quel disastro?

«Non è bellezza, è un termine sbagliato. È l'espressione umana e l'intensità dell'espressione umana, che ti toglie il fiato. Ora guardiamo al funzionamento della creatività, della fotografia, quando sei organizzato e pronto con la tua macchina e qualcosa ti toglie il fiato e scatti. L'emozione e il clic devono arrivare simultaneamente cosicché il respiro che perdi in quella situazione lo catturi in quella situazione. Perciò è un dare e un avere».

In India ha fondato una scuola, il Raghu Rai Center for Photography,  ma ha detto che la fotografia non si può insegnare perché ognuno di noi deve trovare la sua visione…

«No, ma nella vita ci sono ogni tipo di tentazioni, perciò le giovani menti non dovrebbero cadere in tentazione: devono scegliere attentamente il loro percorso. Perciò quello che facciamo al centro di fotografia è dar loro le possibilità, che sono preziose per l'umanità, e loro scelgono tra queste possibilità quella più adatta a ciascun individuo. La capacità di metterti sul percorso giusto e poi continuare nel viaggio. È questo che facciamo».

Durante questa visita in Italia ha partecipato alla cerimonia di santificazione di madre Teresa di Calcutta, che hai incontrato e che ha fotografato. Qual è il suo ricordo di lei?

«È un ricordo meraviglioso. Lei era una madre per tutti, era amorevole, compassionevole ma molto rigida. Non credeva nell'insensatezza, nella pubblicità, nella presenza della stampa, ma solo nell'amore, nella compassione, e nell'impegno. Se la incontravi su quel terreno allora si concedeva. Perciò mi ha donato il senso dell'impegno, il senso dell'onestà. La prima cosa che mi disse fu che nel fare fotografie dovevo avere cura della dignità di ciascun essere umano. E quando dai a un'altra persona la dignità di un essere umano questo in sé stesso e quello che è prezioso. E quando lo fai con rispetto e dignità, qualsiasi a cosa fotografi è onesta, precisa».

Lei è il fotografo dell'India, ma l'India ha subito profondi cambiamenti negli anni. Qual è il Paese in cui oggi si ritrova lavorare?

«Fondamentalmente per me è la cultura antica e l'eredità che ci ha lasciato era così bella, significativa e importante da un punto di vista storico e spirituale, che è stata anche contaminata dalla globalizzazione. Ma chi sono io per fermare gli effetti della globalizzazione? Perciò, se sono un testimone, catturerò anche la contaminazione. In quanto testimone devo rispondere alle cose per come mi toccano, positivamente o negativamente o in modo diverso. È questo che siamo, giornalisti».

Stando alla sua esperienza, la globalizzazione può essere anche compassionevole, onesta?

«No, quello che guida la globalizzazione è il denaro, l'aspetto commerciale. Oggi tutti vengono in India: grandi compagnie, ma anche riviste e giornali che scrivono dell'India, non del fatto che l'India sia diventata un grande Paese, ma che sia diventata un grande mercato di consumo. Ma quel consumismo ha un suo prezzo e quindi la compassione è molto difficile perché le persone legate al business sono spietate e concentrate sul denaro, sul vendere in ogni caso. È una vera disgrazia, perché le aziende dovrebbero impegnarsi per l'umanità e contribuire con qualcosa che abbia senso, invece di fare soldi sui grandi numeri in India».

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