Carmine De Angelis, professore aggregato di ruolo di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli studi di Roma “Foro Italico” e caporedattore della rivista Lo Stato, Rassegna di diritto costituzionale, sarà tra i relatori della tavola rotonda dal titolo “Referendum: rottamare la Costituzione o la riforma?”, in programma all’hotel De La Ville domani, venerdì 17 giugno, alle ore 17.

Alla vigilia della discussione promossa dal Comitato Popolare per il “No” e alla quale prenderanno parte anche Pino Acocella, Giuseppe Gargani, Paolo Maddalena e Guglielmo Scarlato, illustra vizi, virtù e difetti della Riforma costituzionale voluta dal governo Renzi.

Professor De Angelis, a ottobre l’elettorato è chiamato alle urne per esprimersi sul Referendum costituzionale. Il governo Renzi presenta la Riforma, tra le altre cose, come uno strumento di semplificazione, attraverso il quale superare il bicameralismo…

«Non mi appassionano le battaglie ideologiche. Non appartengo alla schiera dei costituzionalisti ortodossi, per i quali il testo costituzionale è un simulacro o una bibbia, né ai riformatori sui generis, la cui unica aspirazione è intestarsi una riforma. Le Costituzioni sono frutto dei tempi, prodotti storici e figli di un universo valoriale rappresentativo. Se mutano tempi, condizioni e principi, se le istituzioni e la società avvertono l’esigenza di una riscrittura del patto fondativo dello Stato, non vedo ostacoli o limiti perché ciò possa realizzarsi. Il mio approccio alla riforma è di tipo strutturale e funzionale. Mi spiego. Quali risultati vogliono realizzare le modifiche al testo costituzionale? Un approccio costi/benefici (alla Coase) ci impone di scegliere e dovremmo guardare alla riforma, senza furori iconoclastici o scommettendo sulle sventure o fortune del premier.
Posto che il referendum costituzionale ci vieta un approccio segmentato e, pertanto, occorre rifiutare o approvare questa riforma nel suo complesso, è necessario esaminare il testo nel dettaglio, come un buon maestro, segnando in blu e rosso il buono e il cattivo!».

Concorda con l’idea che ridurre i costi del Senato possa comportare una vera riduzione dei costi della politica?

«Vado per propositi. L’intento della riforma è ridurre i costi. Ma il problema dei costi sta diventando una farsa. Mentre il governo ingrossa con più poteri e personale (gli uffici di diretta collaborazione), si chiede al Parlamento un sacrifico di rappresentanza. Non eliminando il “di troppo” (due Camere), ma invogliando ad un lifting. Il Senato resta ma cambia volto, non più eletti, spariscono le rughe (i senatori a vita) e diminuiscono gli appetiti (le funzioni) che si relegano a semplici consigli. Solo che l’effetto è perverso. Una sola Camera politica, eletta probabilmente con il figliastro Italicum, è solo l’icona di un governo monocamerale, fatta di incesti e spese gonfiate dai rimborsi. Il Senato sarà meno importante, senza indennità, ma esisterà dispensando consigli e aggrappandosi a funzioni incerte e spesso bislacche. Il prodotto, il nuovo bicameralismo differenziato, avrà perso peso? Poco e forse la cura dimagrante produrrà effetti bulimici».

L’intento della riforma è anche ridurre i tempi della legge. Si dice che il Bicameralismo perfetto sia ormai superato e che spesso effetti come quello della doppia lettura delle proposte di legge e della “navetta” ritardino la legislazione. È d’accordo?

«Viviamo nel tempo della velocità. Istituzioni e regole devono piegarsi alla celerità, urgenza e necessità. La vecchia Italia è una pensionata che stenta a correre e allora stiamo attenti. L’impianto della riforma ritiene sia necessario assegnare ad una sola Camera le virtù legislative e legare più amorevolmente governo e parlamento grazie al rafforzamento dell’iniziativa governativa e al monogamo rapporto fiduciario (non più il Senato dà la fiducia). Perché? Semplice, occorre ridurre i tempi della legislazione. La cura? Più potere al governo meno al Parlamento. Quindi si introducono maggiori poteri governativi e si snellisce e depotenzia il bicameralismo perfetto, non si annulla! Il medico individua la causa e offre i rimedi. Peccato che ci siamo rivolti ad un veterinario. Primo perché l’Italia non ha un problema di produzione veloce delle norme, anzi l’effetto è inverso. Produciamo troppe norme e mal congeniate. Il nuovo iter legis si fonda sull’esclusiva attività dei deputati e sul voyeurismo dei senatori che guardano, sollecitano, vorrebbero ma non possono. Il gioco diventa solitario ma spesso cervellotico. Il nuovo articolo 70, che riguarda il procedimento legislativo, oltre ad essere un mostro linguistico privo di punteggiature e sintassi, inscena più di 12 categorie di leggi. Si scopre che forse quando si gioca insieme si comprendono errori e si rimedia. Il vero problema è la qualità della legislazione. Si pensi, in primo luogo, all’uso della delega legislativa e della decretazione d’urgenza, la prassi ci presenta oggi una diminuzione dell’iniziativa parlamentare a scapito degli atti aventi forza di legge. E, quando, si vuole accelerare il governo ha tutti i poteri per farlo: dal ricorrente utilizzo della fiducia parlamentare ai disegni di legge di iniziativa governativa. Il male dell’odierno parlamentarismo è l’aggravare della “crisi” della legge, ovvero la straordinaria e apparentemente inarrestabile diminuzione della legge parlamentare».

Qual è la sua opinione rispetto ai nuovi istituti di democrazia diretta previsti dalla Riforma con l’introduzione in Costituzione del referendum propositivo e di indirizzo?

«Siamo orfani di un padre referendario (Pannella), e siamo alla disperata ricerca di soluzioni alla partecipazione. Il “nuovo PR” però organizza “feste” troppo selettive e incerte. Intanto perché si aumenta la fatica di raccogliere le firme e perché la certezza dell’evento è molto labile. I nuovi referendum propositivi aspettano i regolamenti parlamentari che dovranno disciplinare modalità e tempi. Allora Il gioco non vale la candela. Meglio meno firme e tempi certi che attendere il risultato, senza alcun immediato appagamento partecipativo».

Secondo alcuni eminenti giuristi la Riforma metterebbe in discussione la sovranità popolare, in quanto quest’ultima sarebbe limitata anche per effetto dell’Italicum. Secondo Lei, c’è effettivamente il rischio di veder rafforzato il potere centrale a danno dei livelli intermedi e delle autonomie locali?

«L’Italia ha una malattia che è la riformite, ovvero produrre riforme sulla carta prive d’effetto. Nel corso degli anni siamo stati centralisti, regionalisti, federalisti, secessionisti e recentemente abbiamo scoperto di essere governativi. Peccato che ci siamo innamorati senza mai effettivamente sposarci. I figli della Repubblica, ovvero le autonomie locali, hanno avuto promesse d’autonomia ma subìto poi indebolimento funzionale e rappresentativo. Il buon padre di famiglia (Lo Stato) ha elargito la paghetta settimanale ma non ha riconosciuto i frutti parentali, per cui sono state disconosciute le province ma non eliminate, annullate le competenze concorrenti regionali ma non il gigantismo dei costi delle regioni ad autonomia speciale, azzoppati i comuni, con la cura dimagrante dei fondi statali, ma non i campanilismi imperanti».

Lei tratteggia un quadro davvero desolante, ma c’è qualcosa di positivo nella riforma costituzionale?

«Certo! Ho detto che il metodo referendario ci costringere a prendere o lasciare. Questo non ci vieta di analizzare puntualmente i tratti riformatori. Ci sono alcune cure positive: dalla clausola di supremazia nazionale che riconnette il regionalismo all’unità nazionale, ai limiti necessari alla decretazione d’urgenza, vero e proprio male della cultura della produzione normativa. E, infine, si abolisce il Cnel, che ridotto per numero e legittimità sotto il governo Monti, non aveva più ragion d’essere. Ma nel complesso l’elettore dovrà rispondere ad una secca domanda… e nel gioco del “rosso e blu” prevalgono più gli e(o)rrori che i benefici!» .

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