Giunti ormai alla boa della metà di giugno, la sensazione è che la programmazione del cartellone estivo langue e che la città di Avellino dovrà fare a meno di una serie di eventi anche di rilievo.

Tra questi, molto probabilmente, i concerti inseriti nella rassegna Musica al Parco, organizzata sotto la direzione artistica dell’associazione I Senzatempo di cui Maria Rusolo è una delle anime, che negli ultimi anni ha portato appunto nel Parco del Teatro Gesualdo grandi nomi del panorama internazionale da Noa a Gino Paoli, da Stacey Kent a Dee Dee Bridgwater, da Chihiro Yamanaka a Fabio Concato, da Fabrizio Bosso a Dominic Miller.

«Appare all'orizzonte uno scenario piuttosto triste. Ci toccherà anche quest'anno probabilmente godere di una "one date", di un solo evento che sarà il concertone. Tutti ne parlano male, tutti lo descrivono come l'evento trash per antonomasia, però mi pare che tutto ruoti intorno all'organizzazione del mese di agosto e del Ferragosto e invece tutta una serie di eventi culturali di ampio respiro, eventi anche di rilevanza nazionale e internazionale a quanto pare sono completamente scomparsi dalla programmazione. Questo accade per le ragioni più svariate, ma credo che l'imputato principale di questa mancanza sia l'idea di una programmazione culturale a lungo raggio che abbia un inizio ben preciso, che è quello del mese di settembre dell'anno precedente, nel quale probabilmente amministrazione e formazioni sociali e culturali si siedono ad un tavolo, che non è il solito tavolo, e decidono insieme che tipo di anima e che tipo di respiro vogliono dare alla città di Avellino».

Lei dice che è mancata una programmazione, ma anche nell'unica iniziativa in questi giorni all'attenzione delle cronache, che è il cartellone Avellino ExpoST, si lavora per cercare di recuperare eventi inizialmente programmati perché si svolgessero in mesi ormai trascorsi. Quanto al passato, per ragioni di natura economica, come è stato più volte sottolineato dall'amministrazione, c'è stata comunque l'esclusione di manifestazioni anche in corso d'opera, come è capitato alla rassegna Rainy Days. Qual è secondo lei il punto, l'incapacità di programmare? Una questione di casse in rosso?

«Non è una questione di casse vuote, perché ci sono una serie di associazioni che lavorano sul territorio e che fanno una programmazione invernale di tutto rispetto, una programmazione con vari eventi che dura dal mese di ottobre e fino al mese di maggio. Sono associazioni senza scopo di lucro, che quindi chiedono l'adesione e la partecipazione della collettività. Io credo che si possano fare le cose. Così come arrivano i finanziamenti per Avellino ExpoST, possono arrivarne anche per altro. Il problema è come si sceglie di utilizzare il denaro pubblico e che tipo di competenza c’è da parte di chi decide come utilizzare il denaro pubblico. Io credo che sia fondamentale, alla base di qualsiasi tipo di progettazione, la concertazione tra più assessorati, quello alla Cultura ad esempio nel caso del progetto citato e quello al Commercio, che sembra essere poi il deus ex machina dietro l'utilizzo dei fondi, di cui mi pare di capire non sapesse quasi niente nessuno. Non so neanche con che modalità siano state scelte le associazioni o chi ha partecipato poi all'assegnazione dei fondi, ma è poco rilevante. Il problema è: ha senso immaginare un'organizzazione culturale di questo tipo, che poi lascia scontenti gli avellinesi? Perché non sento che gli avellinesi sono contenti di manifestazioni di questo tipo. Sono delle sagre, le si può abbellire dicendo che in realtà sono eventi di promozione culturale del territorio, del vino, della zeppola o di qualsiasi altro cibo, ma non so se la zeppola è nella nostra cultura culinaria o appartiene a qualcun altro, qualcuno più bravo di me mi erudirà sull'argomento. Ma mi chiedo: è questo quello che educa? È questa la promozione culturale? E questo che arricchisce la città? Perché poi sento invece nei convegni che si parla di una super fondazione con il presidente tal dei tali che mette insieme tutte le strutture pubbliche e le gestisce, però nessuno ci dice come fare, quando farlo, con chi farlo. Forse è l'assegnazione di un'altra poltrona».

Restando sul cartellone Avellino ExpoST, e in merito al "come farlo" a cui lei accennava, si è tenuta ieri una riunione della Commissione Cultura dopo diverse sollecitazioni del presidente Laura Nargi perché fossero presenti gli assessori alla cultura e al commercio. Pensa che al di là dell'abuso del termine ci sia in realtà poca concertazione?

«In realtà è questione del ruolo dei consiglieri, nel senso che chi presiede e fa parte della commissione deve trovare da solo gli strumenti giusti per farsi ascoltare. Io mi occupo di altro e non devo dire io alla presidente della Commissione cultura come farsi ascoltare dagli assessori di riferimento. Naturalmente si deve valutare anche qual è il ruolo e quali sono gli obiettivi e le prerogative, per statuto e per legge, di una commissione. È una attività di mero indirizzo e non ha potere vincolante nelle decisioni degli assessori, ecco perché la politica manca: una politica della cultura seria è in grado di dare indirizzi e soprattutto è in grado di farsi ascoltare. Ma non è una critica alla presidente Nargi, è proprio la politica che manca dalle stanze dell'amministrazione e che non ascolta le aspettative di chi vive la città e di chi potrebbe viverla. Faccio io una domanda: per quale motivo questa estate qualcuno dovrebbe decidere di venire ad Avellino? Eppure, Avellino è strategicamente collocata. Quando organizziamo i concerti ci dicono “avete un teatro meraviglioso, siete collocati in maniera equidistante da Napoli, Caserta, Benevento e tutti dovrebbero potervi raggiungere facilmente, agevolmente”. Ma mi sembra che ci siano una serie di limiti che non sono soltanto mentali, educativi, culturali, ma sono anche fisici. Il teatro cade a pezzi, è sotto gli occhi di tutti, ma ci si interroga su quale sarà lo scopo dell'Eliseo. Noi abbiamo una struttura, che non sappiamo se sarà in grado di funzionare, come deve funzionare, qual è il sistema più giusto per farla funzionare, siamo sempre là. Era comunque capace di veicolare una certa offerta culturale, ma la città è stata capace di accogliere chi veniva da fuori anche quando venivano a teatro? Non credo».

Lei parla di una politica incompetente, ma come vede comunque il rapporto con le associazioni?

«Io ritengo che le associazioni debbano lavorare al proprio interno e debbano anche rendersi conto che inevitabilmente i canali di finanziamento sono ridotti e che quindi c'è un problema oggettivo di distribuzione delle risorse. Poi è lontano dalla mia visione culturale l’assistenzialismo. Il problema oggettivo è che non si è ben compreso come l'associazione possa essere utile alla città e alla collettività e come possa essere al servizio ed utilizzata dall'amministrazione pubblica. L'associazione fornisce la propria competenza, acquisita nel tempo, con le proprie risorse umane, che è quello che è in grado di fornire, non essendo una società a scopo di lucro; il Comune, gli enti pubblici, mettono a disposizione delle associazioni le proprie prerogative e i propri servizi. Da questo incontro deve nascere una sintesi di intenti ed entrambi si devono mettere a disposizione della collettività nel perseguimento di un interesse generale. È quello che ha fatto l'associazione che gestiva il progetto del Laceno d'Oro, è quello che ha fatto Senzatempo con Musica al Parco, è quello che ha fatto l'associazione che si occupava dell'organizzazione di Elementi, come quella che si occupava di Flussi e che mi pare di capire quest'anno si salva in calcio d'angolo, ma non so se ci sarà o meno un'erogazione di finanziamenti».

Flussi probabilmente è tra le manifestazioni che si salveranno, ma ad ogni modo ha fatto ricorso ad una campagna di raccolta fondi. Per il resto, le rassegne che lei cita restano al livello di desiderata che non troveranno concretizzazione...

«Posso parlare di quella per cui Senzatempo faceva la direzione artistica, per la quale c'era un cartellone chiuso, pronto, preparato e di grande respiro internazionale che avrebbe sicuramente accolto diversi pubblici, giovani e meno giovani, ma al momento siamo in stand-by. Certo è che i tempi tecnici non ci consentirebbero di realizzare un festival che per la sua struttura è un festival molto complesso, perché negli ultimi cinque anni sono arrivati artisti da tutto il mondo. È molto complicato riuscire a gestirli. Ma intorno ad un festival del genere c'era tutta una economia, come c'era una economia intorno a Flussi e come c'era una economia della bellezza intorno al Laceno d'Oro. Avere un festival che richiama la cultura degli anni 60, che richiama anche l'importanza storica del cinema in Italia, era un motivo di vanto per questa città. Si può essere o meno d'accordo su un ospite piuttosto che su un altro, ma non si può negare il valore oggettivo di festival di questo tipo, che mi rendono fiera di appartenere a questo contesto sociale e che inevitabilmente chiamano l'attenzione per cui si esce sui giornali nazionali e Avellino diventa centro di propulsione, produce. Perché la cultura è un servizio che ha un suo valore economico. Questo sfugge».

Citando ancora il Laceno d'Oro, le ultime due edizioni avevano segnato un ritorno importante, quella dello scorso anno si era anche estesa al territorio della provincia irpina arrivando fino ad Ariano. L'auspicio era che potesse tornare nella sua casa naturale, per così dire, all'ex Eliseo, ma neanche questo è stato realizzato. Comunque, anche il festival del cinema avrebbe richiesto una organizzazione a lungo termine che evidentemente non è stata presa in considerazione...

«Per la competenza che ho, ma che vale anche per un festival come il Laceno d’Oro, posso dire che c'è la necessità di intrattenere dei rapporti, di siglare dei contratti, di fare accordi che è lunga nel tempo ed è soprattutto una necessità diversa per cui si vuole creare ad Avellino un percorso. Quando nacque Musica al Parco, sei anni fa, nell'idea dell'associazione Senzatempo e di Luca Cipriano, c'era la volontà di creare un festival a lungo termine che potesse convogliare musicisti giovani, che avessero un palcoscenico anche importante, realizzare workshop, così come per il Laceno d'Oro corsi legati alla cinematografia. In questo modo diventa tutto molto più complesso, ma ci sono città della Sicilia o della Puglia che sviluppano intorno ai festival e ai singoli concerti o ai singoli eventi cinematografici dei veri e propri corsi con grandi artisti».

Perché non è stato possibile realizzare questi eventi satelliti nell'arco dei passati sei anni di Musica al Parco?

«È sempre stato estremamente complesso fare i conti con tutta una serie di deficit che questa città ti pone davanti. Fai anche fatica a strutturare un evento se il parco è di proprietà del Comune, se la manutenzione la fa una società esterna, se il teatro per poter lavorare deve chiedere autorizzazioni. Allora dico che forse c'è la necessità di ripensare la gestione delle strutture pubbliche in questa città, ma in maniera molto, molto seria, cercando di uscire dalle logiche clientelari e soprattutto cercando di capire quali sono gli interlocutori validi che possono gestire le strutture in maniera efficiente ed efficace. Perché, insisto, la cultura è un servizio che offriamo e può e deve avere un valore economico. Non è immaginabile che ci sia una gestione di una struttura pubblica in perdita. È ammissibile un principio di economicità, cioè che le entrate coprono le uscite; è immaginabile dirottare dei finanziamenti finalizzati, ma qui torniamo sulla questione precedente per cui la politica deve dare degli obiettivi e deve indicare dei percorsi da seguire».

Lei suggerisce dunque una gestione diversa delle strutture e sottolinea la necessità dell’esistenza di una politica capace di indirizzare, ma quale strada si sentirebbe di indicare ancora alla politica?

«Non sono in grado di dire in maniera compiuta se la fondazione pubblica può essere la soluzione, perché in altre realtà anche regionali la fondazione pubblica ha funzionato, ma hanno funzionato anche ad esempio i teatri pubblici, l'Emilia Romagna è un esempio in tal senso. Ma il problema è chi ci metti dentro, non è la struttura giuridica, ma gli uomini che compongono quella struttura e come vengono selezionati. Se la logica è sempre quella della spartizione delle poltrone tra maggioranza ed opposizione, non valutando e valorizzando le competenze, non ci sarà mai una struttura pubblica che possa fornire realmente un utile e un vantaggio alla città di Avellino».

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