L’ultima seduta consiliare lascia dietro di sé strascichi pesanti: da un lato una spaccatura ancora più netta in maggioranza minandone la stessa tenuta, dall'altro una questione ancora aperta, quella della municipalizzata Acs che al di là dell'inchiesta in corso richiederebbe una risposta politica diversa.

Posizione espressa nella stessa assemblea dalla consigliera di opposizione Nadia Arace, che ha sottolineato ad esempio i ritardi nell’applicazione della legge sulla trasparenza.

«Quel consiglio era un'occasione per approfondire una questione che riguarda il rapporto di questa amministrazione con la trasparenza e la gestione del patrimonio e delle risorse comunali a 360°. L'oggetto però è scivolato lentamente a latere di una discussione che ancora una volta si è riproposta in maniera molto stanca e autoreferenziale, con qualche colpo di scena, come il solito psicodramma di un PD che è ingovernabile e si dimostra tale in Consiglio comunale, monopolizzando una discussione che riguarda un tema della città con le alchimie che si faticano a ricercare tra le varie componenti del Partito democratico in Consiglio. Diverse proposte sono state avanzate, anche rispetto ai problemi di ingovernabilità, ma assistere a una maggioranza che propone in Consiglio comunale ricette diverse suggerisce che probabilmente si scambia l’aula per la sede del Partito democratico. Perciò diventa anche difficile credere all'autorevolezza dei consiglieri comunali che siedono in maggioranza che diventano strumento plastico di questa ingovernabilità precongressuale.
Dall'altra parte, a me dispiace ascoltare un sindaco che nella sua relazione conclusiva ancora riconduce a ricognizioni interne alla maggioranza il filo che dovrebbe tenere insieme una linea politica dell'amministrazione. Quindi la città continua ad aspettare che il Pd trovi il suo percorso, ormai da tre anni a questa parte. In consiglio comunale le questioni aperte nel merito sulla trasparenza sono grandissime e ci mettono di fronte a una gestione delle strutture e delle risorse pubbliche che dire disinvolta è utilizzare una metafora, mentre invece c’era da ragionare sulla necessità di sollecitare una pronta e accorta attuazione della legge sulla trasparenza. Trovare vuote le sezioni del sito istituzionale mi lascia molto basita nel senso che abbiamo un assessore alla trasparenza che dovrebbe per prima cosa monitorare che il decreto legislativo venga attuato. È chiaro che ci sarebbero altri punti collegati a quella che è la funzione politica del sindaco oltre che alla responsabilità amministrativa».

La relazione del sindaco non l'ha soddisfatta nemmeno da un punto di vista politico?

«Intanto, penso che quando si governa e si guida una città con un ruolo di alta responsabilità non si possa dire sempre che si è fatta la propria parte e la responsabilità sta da un'altra parte. Credo che politicamente ci si assuma anche le mancanze di qualcun altro, se si è a capo dell'amministrazione, altrimenti queste dichiarazioni cristallizzano una incapacità di governare i processi e questa è una responsabilità politica. Anche quando ascolto gli appelli a una responsabilità di governo, bisognerebbe contemplare la responsabilità e la capacità di farlo nel suo insieme. Credo ci sia un problema di città non governata con cui, innanzitutto da cittadini e poi da consiglieri, facciamo i conti, una città che non funziona dove accanto a quella che è l'ordinaria amministrazione non c'è l'ambizione che dovrebbe accompagnare un progetto politico di trasformazione delle condizioni esistenti.
Quando di fronte a delle inchieste o a delle zone opache si richiede che la questione morale si ponga un poco prima delle vie giudiziarie, il buon politico dovrebbe intervenire per rassicurare sulla rettitudine e sul buon governo di chi esercita queste funzioni. Ma questa cosa risulta difficile in un partito che invece è governato dalla logica del consenso a tutti costi purché si vada avanti. Io però ritengo che la vera questione morale sta in tutto quello che non si fa per cambiare le condizioni esistenti».

Nella stessa aula consiliare lei ha denunciato che il ruolo dei consiglieri comunali è fortemente limitato...

«In aula ci misuriamo innanzitutto con le nostre capacità di proposta e ci aspetteremmo che soprattutto le proposte votate all'umanità venissero attuate, altrimenti autorizziamo un convincimento anche un po' retorico, un gioco sterile. Però si fanno i conti con un impianto culturale che affida le scelte solo a chi governa nel chiuso di una stanza. È quello lo svuotamento dei luoghi di democrazia e non è una cosa che deve preoccupare solo i consiglieri, ma la città perché è evidente che se il Consiglio comunale è un luogo di esercizio retorico, ma poi non esercita le funzioni di rappresentanza e controllo reali ma si decide altrove, evidentemente la città che scompare. Questo lo sperimentiamo tutti livelli, nella logica delle politiche che si stanno portando avanti di compressione di tutti livelli di partecipazione e ci lega alle riforme costituzionali, alla questione dell'acqua che è stata stravolta. Noi oggi stiamo facendo i conti con chi da una parte vorrebbe confermare con il suo impegno quotidiano che la democrazia è ancora un valore e chi la nega, lasciando che le cose continuino semplicemente essere quello che sono».

In Consiglio è stato inoltre denunciato il fatto che i consiglieri non sono messi nelle condizioni di partecipare alla vita dell'amministrazione in maniera consapevole anche per mancanza di atti che invece ci si aspetterebbe di trovare depositati alla segreteria della presidenza. Rispetto alla vicenda del bilancio, lei è stata tra i consiglieri che hanno verificato l'assenza degli allegati al documento contabile, che tra l’altro dovrebbe essere approvato senza il bilancio del Teatro Gesualdo e quello della società Acs…

«All'atto di deliberazione della giunta mancavano tutti gli allegati al bilancio, per cui ci troviamo nella stessa condizione del bilancio di previsione rispetto al quale abbiamo contestato con tanto di denuncia al Prefetto la costruzione di atti che non hanno una loro completezza e perfezione formale. Nello specifico, conservo qualche perplessità sulla possibilità di scomporre il bilancio che credo sia un unico documento contabile. Immagino che non si possono scorporare le deliberazioni, ma il punto vero è che ci sono molte ombre sulla costruzione politica del bilancio stesso e che si incrociano con la ritrosia di pezzi di maggioranza rispetto all'approvazione stessa del bilancio per quelle che sono legittime aspirazioni di componenti dentro questa variegata maggioranza. Noi chiaramente faremo gli approfondimenti del caso sulla questione, ma è chiaro che anche questo episodio, ancora una volta, non mette nelle condizioni i consiglieri comunali di operare una valutazione politica delle azioni amministrative su cui si è impegnata questa amministrazione. Io e il consigliere Giancarlo Giordano abbiamo invece depositato una mozione per allargare la capacità di partecipazione popolare alle politiche cittadine proprio in controtendenza rispetto a questa asfissia politica a cui siamo costretti, immaginando di fare un ragionamento attuativo dei referendum popolari e delle procedure necessarie per attivare petizioni popolari che senza un regolamento non funzionano. Pensiamo che bisogna fidarsi di più e costruirla insieme un'alternativa, ma credo che l'esperienza di questa amministrazione sia finita da molto tempo e probabilmente non è mai nemmeno cominciata. Questo è il dato di questa crisi permanente che ci costringe un po' tutti a stare dietro alla perfezione degli atti piuttosto che alle promesse elettorali della "casa di vetro" prima o l'eterna ricognizione del patrimonio comunale poi, che ci raccontano che lo stato di cose ereditato è esattamente lo stesso».

Come giudica l'ipotesi di un governo di salute pubblica come soluzione per arrivare alla scadenza del 2018?

«Rispetto alla situazione attuale, Possibile ritiene che alternative al voto anticipato non possano essercene. Non ci sono le condizioni per tirare fino al 2018, perché non c'è una cornice politica, non c'è una linea programmatica, non c'è credibilità in chi dovrebbe far vivere regole democratiche, non ci sono volontà o buoni propositi che quasi a fine mandato possono raddrizzare un'esperienza che è andata male o meglio che si è piegata subito».

In Consiglio ha ricordato che una delle prime questioni di cui lei si è occupata, a inizio consiliatura quando era ancora in maggioranza, è stata richiedere l'elenco dei beni di proprietà comunale che ad oggi non esiste. Buone intenzioni per cui poteva sembrare un inizio promettente, ma ci ritroviamo comunque allo stesso punto. Qual è stato secondo lei il peccato originale di questa amministrazione, qual è l’errore di fondo?

«È nella qualità della maggioranza, cioè nel fatto che nella sua composizione la maggioranza è attraversata da rappresentanti di interessi differenti e quando questi interessi sono stringenti dal punto di vista elettorale e del consenso, diventa impossibile rompere un meccanismo politico ormai decennale che in questa provincia la politica ci ripropone. La prima cosa che io feci era chiedere l'elenco dei beni per avere una idea generale del patrimonio e comprendere le criticità, in che modo organizzare un intervento di valorizzazione sociale prim'ancora che economica delle strutture. Ma non ho mai avuto risposta. Se un consigliere chiede l'anagrafe dei beni e non ce l'ha, è intervenuto probabilmente in una gestione del patrimonio che è stata poco chiara. Facendo i dovuti distinguo, c'è una maggioranza che esprime un consenso ereditato da un certo tipo di gestione e diventa difficile spezzare questi legami, ma se non lo fai il cambiamento che prometti non lo puoi oggettivamente esercitare. Da parte di chi, quando si è candidato, lo ha fatto con una determinazione molto forte e anche con un'attesa molto forte di intervento e poi ha dovuto registrare gradualmente che questa svolta non si riusciva a compiere, io ho fatto una scelta perché credo che le mediazioni anche con se stessi arrivino fino ad un certo punto, dopodiché non c'è spazio per farne altre. Ma prima di me anche assessori di un certo livello hanno dovuto fare i conti con la realtà, per citarne qualcuno Paolo Ricci e Caterina Barra, quindi è un'esperienza che si è sciolta nel momento in cui si è confrontata con un sistema consolidato che non si è stati capaci di rompere. Io ho fatto una scelta differente».

Pur nel quadro che lei descrive, oggi si parla molto di programmazione, della necessità di individuare una vocazione del capoluogo. In una città ora prettamente amministrativa pensa che la cultura potrebbe diventare un attrattore?


«Ci sono due riflessioni che vanno fatte sulle politiche di sviluppo. Innanzitutto, c'è una confusione grave secondo me fra le politiche genericamente di sviluppo e quelle di sviluppo urbano. Da pianificazione regionale e provinciale noi siamo una città urbana e per questioni di impatto e caratterizzazione del territorio abbiamo una pluralità di servizi da efficientare. Ma l'area vasta, così com'è costruita, non è un'area vasta omogenea: checché se ne dica, i comuni che ne fanno parte non sono stati individuati in base agli strumenti di programmazione preordinata, ma secondo un ragionamento per cui più siamo meglio è. Lo stesso protocollo è l'esito di un ragionamento che intanto doveva tenere la città al centro e aprire una base di confronto molto aperto con i cittadini, le parti economiche e sociali per capire le esigenze e il contributo alle politiche di sviluppo e costruire intorno a delle linee generali la proposta di Avellino. Con quel piano strategico poi il Comune avrebbe dovuto sedersi con comuni omogenei per delineare insieme le strategie. Dopodiché anche sull’esito io nutro dei dubbi. È evidente che se io sono un centro innanzitutto urbano mi devo preoccupare di far funzionare i trasporti, il sistema di istruzione e la sanità che sono i diritti di cittadinanza che devi assicurare.
Posto ciò, si ragiona sulle linee di intervento come la cultura piuttosto che le iniziative imprenditoriali che possono aiutare una città e i comuni afferenti a crescere. Ma anche la riflessione sulla cultura in città è una questione che è stata mortificata più e più volte non soltanto dalla mancanza di un cartellone estivo adeguato. Si lavora perlopiù con le associazioni che hanno anche competenze ed esperienze da mettere in campo, però non abbiamo mai pensato, nonostante il lavoro che io e Francesca Di Iorio abbiamo portato avanti dorma da un anno, a un regolamento che disciplini l'uso dei contributi su progetti strategici o a costruire degli strumenti per far funzionare intanto l'ordinario e poi interventi straordinari che potrebbero portare la città non a mettersi in petto la stelletta di capoluogo ma dimostrare di esserlo raccogliendo realmente progetti molto ambiziosi. Sul cinema per esempio noi dovremmo lavorare e non soltanto sull’Eliseo per quello che ha rappresentato ma per quello che potrebbe rappresentare in alleanza con l'università e le risorse del territorio, anche costruendo delle professionalità».

In questo senso la cultura incrocerebbe la formazione e ci ritroveremmo in uno dei tre assi che lei ha indicato, ma già qui l'amministrazione non sembra particolarmente rapida nella risposta. Su trasporti e sanità si incrociano invece da un lato i tagli preannunciati al trasporto su gomma, dall'altro un piano ospedaliero che per certi versi penalizza l'azienda ospedaliera del capoluogo che è però un valore ben oltre la nostra provincia. Non crede che siano anche questi temi sui quali un capoluogo che si candida a guidare un'area vasta dovrebbe pronunciarsi?

«Se la massima autorità locale fosse credibile, probabilmente a un tavolo allargato potrebbe proferire una parola che conta di più di una volontà. Ma io mi chiedo se c'è un livello di confronto fra le autorità locali e il governo della Regione oppure no. Mi chiedo se si parlano o se andiamo in Regione solo per sapere se abbiamo ottenuto o meno il finanziamento per Expo. Ma dovremmo andare in Regione con la forza di 35 sindaci per porre una linea, per esprimere un'esigenza del territorio, per contare».

Partendo dai presupposti delle considerazioni che lei ha fatto anche sulle capacità di programmazione di questa amministrazione, come vede il prosieguo, se questa esperienza di governo cittadino dovesse andare avanti fino al 2018, ma anche nell'eventualità che non dovesse farcela?

«Credo che tireranno a campare fino al 2018, mi pare evidente dal silenzio assordante che ha fatto seguito alla proposta del consigliere Giordano, pure molto dura nei suoi aspetti e che aveva le fondamenta di un commissariamento del sindaco, chiedendogli la data certa delle dimissioni e che non si ricandidi più e suggerendo nel frattempo di ridurre i danni della mancanza di politica di un commissario affidando alla realizzazione di due o tre punti qualificanti i mesi per arrivare al voto. Credo che si tirerà a campare perché mi pare evidente che tutto sia giocato sull'immobilismo, per cui trascorreranno i prossimi 15 o 20 giorni per far calmare gli animi e poi si riprenderà con la "solita lena" con cui siamo costretti a confrontarci. Penso che si stanno sciupando molte occasioni. Ma credo che se ne sciuperanno altre e non mi aspetto grandi gesti eclatanti, perché la determinazione a fare atti conseguenti non c'è mai. Formule alternative al voto non ne vedo, sarebbe immaginare di fare altri tipi di governo che genererebbe soltanto confusione anche nelle responsabilità di chi ha fallito politicamente in questa esperienza amministrativa e di chi ha scelto di denunciare il fallimento e di farlo con tutti gli strumenti consentiti di controllo di proposta. Dove c'è la confusione non credo che sia politicamente una soluzione da percorrere. Onestamente per il bene della città non vedo alternativa al voto anticipato».

Possibile è impegnato, oltre che nelle proposte che arrivano attraverso lei in consiglio comunale, nella campagna referendaria. Come si sta lavorando e come procede?

«Lavoreremo per tutta l'estate alla campagna referendaria, raccogliendo firme come abbiamo già fatto l'anno scorso. Siamo convintamente determinati a essere presenti. Faremo banchetti nei fine settimana, parteciperemo a iniziative anche con il Coordinamento di Democrazia Costituzionale e porteremo avanti le nostre proposte in tema di riforma costituzionale. Riteniamo che questa sia la madre di tutte le battaglie per cui non ci sottrarremo per raggiungere quanti più cittadini possibile. Inoltre, stiamo lavorando anche ad un radicamento del partito a livello locale e nazionale, con una serie di strumenti anche per assistere gli amministratori, ed è qualcosa di cui che sto curando io personalmente, per fare in modo che si possa costruire una comunità attiva di amministratori con strumenti dedicati per la parte normativa, delle buone pratiche da trasferire, facendo una banca delle competenze tra tutti gli iscritti che vogliono dare una mano per le proprie specifiche attitudini, per lavorare insieme alla risoluzione dei problemi che impattano le città, proprio perché sono il primo presidio della democrazia da cui partire per poter incidere sulle linee nazionali. Facciamo un po' i conti con la fatica di un partito che si sta costruendo mettendo in campo tante energie soprattutto giovani e tante competenze, ma c’è anche l'ambizione di tanti a dare una mano per dare un'alternativa al Paese».

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