Referendum Costituzionale, elezioni amministrative, la crisi politica dell’amministrazione cittadina. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’Associazione politica Sabino Morano.


L’associazione politica Primavera Irpina è ormai una realtà consolidata in provincia ed è stata già protagonista di varie iniziative. L’ultima battaglia che la vede impegnata è quella per il referendum costituzionale. Quali sono le ragioni del No, cosa non vi piace della riforma immaginata dal premier Renzi?

«Innanzitutto il metodo con il quale Renzi ne ha inteso fare un referendum su sé stesso, che non è mai una cosa positiva quando si tratta di una riforma costituzionale che dovrebbe essere una questione squisitamente parlamentare invece questo governo se l’è intestata quasi come un voto di fiducia. Sembra che il premier voglia trasferire anche sul referendum costituzionale l'abitudine a fare di tutto un voto di fiducia. Il problema è però soprattutto nel merito, perché questa riforma, che è figlia di uno sloganismo urlato di chi dice “dobbiamo essere efficienti” e “dobbiamo ridurre le poltrone”, non crea efficienza dal punto di vista dell'iter legislativo. Di fatto, partendo dall'idea che il bicameralismo non funziona non è che si abolisce una Camera, ma la si trasforma in qualcosa che non si comprende, per avere in realtà una camera di eletti e una di nominati. Inoltre si prevedono molti casi per la doppia lettura, quindi in quei casi, si sottopone il testo di legge a una Camera in cui non c'è la maggioranza brillata che c'è nell’altra, essendo i componenti del Senato nominati con criteri diversi. L'unica cosa certa è che di fatto in una Camera si abolisce l'elettorato, cioè al Senato, nell'altra l'unica preoccupazione che si sono posti i riformatori è stata quella di creare una maggioranza bulgara sul voto di fiducia, che è competenza esclusiva della Camera dei deputati, stabilita dal premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale. L’idea, quindi, sembra quella di avere una Camera dei deputati in cui il premier e il governo sono blindati e inaffondabili e l'altra per deresponsabilizzare l'iter legislativo e poter dire che non funziona. In realtà con questo metodo andiamo verso un sistema ancora più farraginoso, con un sistema di doppia lettura che complica ulteriormente l’iter legislativo, ma senza mai avere il timore della caduta del governo. È un sistema ibrido che non serve a niente, che non riduce i costi, ammesso che questi possano essere un problema perché parliamo di cifre ridicole sui bilanci dello Stato, e che non riduce neppure i tempi. È veramente solo uno slogan dal punto di vista dell'efficienza che però blinda un sistema di potere personale E oltretutto la riforma prevede una serie di rimandi a cose da stabilire in seguito, quando invece la Costituzione dovrebbe essere un quadro di riferimento definito».

La sfida si preannuncia complessa, viste le forze messe in campo dal Partito democratico sotto la spinta del suo segretario nazionale. Pensa che i movimenti per il No e voi in particolare, riuscirete a convincere l’elettorato?

«Io penso che purtroppo il fronte del Sì sia un fronte che ha vita più facile, perché facendo leva su una questione di pancia e su uno slogan molto facile, sul populismo più becero, trova più facilmente appiglio. Ma il fronte del No può vincere nel momento in cui riesce a far passare un messaggio più complesso riuscendo a spiegare che questa riforma non risolve niente e anzi complica le cose. Chiaramente tra una cosa detta come slogan e una spiegata, la seconda è sempre più difficile da far passare. Il che ci spinge ad un impegno ancora maggiore. Giovedì prossimo 26 maggio, alle 18.30 alla biblioteca comunale di Atripalda, ci sarà un nuovo appuntamento per sostenere le ragioni del No al quale parteciperanno, con l’onorevole Giuseppe Gargani, l’ex ministro Mario Landolfi, Giovanni D’Ercole, Ettore De Conciliis, Peppino Solimine, Mimmo Gambacorta, Poi per tutta l'estate gireremo l’intera provincia per compattare l’Irpinia sulla battaglia referendaria».

Al di là della battaglia referendaria, quali sono gli obiettivi di Primavera Irpina?

«Siamo presenti con un'associazione di promozione politica e registriamo già un radicamento territoriale abbastanza netto. Abbiamo cominciato ad aprire anche delle sedi in provincia per alimentare un ragionamento all'interno del centrodestra, perché immaginiamo di creare un fronte che possa ricompattare un ambiente umano oltre che politico rispetto ad un elettorato di centrodestra che c'è ma non trova riferimenti partitici».

L’impressione attuale, anche in Irpinia, è che il centrodestra non sia capace di trovare una sintesi e di comunicare con il proprio elettorato. Lei come pensa che si possa superare questo momento?

«L'obiettivo di Primavera Irpina è proprio questo. Il 29 giugno dopo le elezioni regionali abbiamo fatto un incontro che è stato l'unico in cui ci siamo visti per un'analisi del voto, dopodiché il centrodestra si è ritrovato ancora una volta con gli stati generali solo il 29 febbraio scorso, sempre per nostra iniziativa. In quell’occasione abbiamo lanciato una iniziativa nella quale abbiamo cercato le ragioni dello stare insieme e c'erano tante anime del centrodestra, gli ex An e gruppi che provenivano da Forza Italia e da esperienze più moderate. In questo spirito sostanzialmente vogliamo superare tutte le burocrazie vuote che ormai sono rappresentate dai partiti tradizionali. A noi non interessano le sigle, ma le idee, il riferimento rispetto a un'area politica e in questo senso Primavera Irpina è andata già oltre, anche esprimendo candidati attraverso un lavoro territoriale che ha una sua declinazione pratica in questa tornata amministrativa».

Venendo alle amministrative, siete impegnati in una ventina di comuni, qual è la prima sensazione?

«Ci sono situazioni diverse in ogni realtà territoriale, ma la nostra attività si è fatta sentire molto e sta funzionando molto bene. Ieri sera al comizio di apertura della campagna elettorale ad Avella nella lista a sostegno di Mario Biancardi, in cui c'è Fabio Conte che con me è uno dei fondatori di Primavera Irpina, c'era una piazza d'altri tempi, non comparabile alla media della politica di oggi. L'idea è avere una rappresentanza nei comuni attraverso le liste civiche e creare una vera filiera politica attraverso la campagna referendaria, che, come già ha intuito l’onorevole Giuseppe Gargani a febbraio scorso, è l'unica vera battaglia che adesso può unire il centrodestra al netto di tutte le spaccature».

Il Comune di Avellino sta attraversando l’ennesima crisi, ancora una volta tutta interna al Pd consiliare, che mette in serie difficoltà il sindaco Foti…

«Il vero problema della città non sono gli uomini che la amministrano, ma il blocco di potere oggi del Pd e ieri di Margherita e Ds. Noi viviamo in una società in cui, senza entrare nel merito di chi ha amministrato bene o male, non c'è mai stata un'idea strategica di città da parte di nessuno, se non proprio all'inizio l'idea comunque sbagliata, secondo me, di città giardino portata avanti da Di Nunno, che però almeno era una idea. Questa città ha sofferto una amministrazione essenzialmente monocolore che è andata avanti da vent'anni a questa parte, soffrendo di tutte le lotte interne a un ambiente politico che si è distinto negli anni proprio per grigiore intellettuale. Il Pd avellinese è quanto di peggio possa esistere in termini di proposizione politica e di idee per la città. In sostanza le difficoltà di questa amministrazione sono i momenti epifanici di una difficoltà che viene da lontano. Ma la crisi esplode oggi perché sono venuti meno i riferimenti istituzionali importanti. Il Pd ha vissuto di luce riflessa per una vita, anche chi c'era prima ha governato una città in cui non si doveva preoccupare di vincere le elezioni che erano praticamente già vinte, e finché è esistito un determinato potere che era anche legato al prestigio per cui si riusciva a mantenere la situazione. Quando è venuta meno questa impalcatura, tutto è esploso fin negli aspetti più deteriori: il Pd avellinese è il compenso degli aspetti peggiori anche umani di una città che è abbrutita da quella classe dirigente cittadina che ha selezionato il peggio ed è stata l'antitesi di un laboratorio politico. Ma non riesco a dare responsabilità a Foti perché ritengo sia ininfluente, nel bene, come è piuttosto evidente, ma anche nel male. Ripeto, è un problema del partito. Oggi questa città può avere una speranza solo da un'amministrazione in cui non sia presente in alcun modo il Partito democratico, né nella sua forma ufficiale né in quella dissidente che a tratti riesce a essere anche peggiore di quella ufficiale».

Lo stesso centrodestra sembra piuttosto assente nel capoluogo.

«Ci sono colpe anche nel centrodestra. Abbiamo avuto occasioni per fare le cose, ma non siamo stati in grado di andare fino in fondo e il centrodestra attualmente non riesce a essere un'alternativa neanche ad un centrosinistra così inguaiato. Ma il nostro intento e appunto quello di lanciare un appello alle energie positive della città che vogliono costituire un'alternativa. Chiaramente non guardo al civismo tout court, perché penso che qualunque battaglia per un'alternativa amministrativa sia politica, dal momento che l'idea di ricorrere alla società civile che come titolo di merito ha quello di non avere nessun tipo di esperienza politica è un po' come dire ho una malattia grave, vedo dici medici e nessuno mi convince e vado dal barbiere».

Tra le ipotesi che circolano in merito al futuro di questa amministrazione c'è quella di un governo di salute pubblica con un mandato a scadenza per andare al voto tra un anno. Se fosse così, voi sareste pronti per l'anno prossimo?

«Mi auguro di sì ma un anno in politica può essere un tempo sia estremamente breve sia estremamente lungo. Bisogna saper lavorare per costruire un'alternativa e soprattutto dare un'idea: occorre una visione strategica dei problemi che al momento in città è assolutamente inesistente».

Quali sono secondo lei le priorità?

«Si dovrebbero immediatamente individuare dei fattori attrattivi per la città che allo stato vive esclusivamente di pubblico impiego. Avellino è l'unico capoluogo di provincia senza università ed è una città dove nessuno viene per nessun motivo. Bisogna impegnare un preciso capitolo di spesa, anche molto corposo, per qualcosa che rilanci la città, senza essere solo un'occasione per distribuire incarichi. In questi termini nessuna amministrazione ha fatto nessun tipo di politica, se non in maniera autoreferenziale o come una gettoniera».

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