«Il management di un'azienda di proprietà diffusa come l'Alto Calore aveva secondo me la necessità di ricevere una investitura forte da parte dei soci, come è normale che sia in una Spa. Invece c'è stata una fuga in avanti».
Il portavoce di Possibile Avellino Nino Sanfilippo parte dalla vicenda della gestione del servizio idrico integrato e dallo stato dell’ente di corso Europa intervenendo poi a tutto campo sui referendum e sulle vicende politiche cittadine.

Il presidente di Alto Calore Raffaello De Stefano ha detto più volte che il percorso intrapreso per valutare una possibile fusione con Ge.se.sa. è una naturale procedura di due diligence sollecitata dal commissario dell'Ato Gianni Colucci. Se lei ritiene che fosse necessaria questa investitura ampia, dunque non crede che sia così?

«No, il punto è che secondo me non si tratta di una procedura così naturale. La naturalità della scelta e quindi dell'imposizione dell'Ato diventa tale nel momento in cui viene accettata da tutti e credo che in un normale percorso aziendale la priorità venga data ai soci, cioè in questo caso ai comuni».

E come legge la scelta di una strada che appare sostanzialmente a senso unico verso Ge.se.sa., dal momento che l’altra azienda a cui si guarda, vale a dire Acquedotto Pugliese, serve solo il 3% dell’utenza dell’ambito?

«Penso che questa strada sia stata un tentativo in buona fede eppure maldestro, mal riuscito, di far collimare delle aspirazioni a un disegno che riguarda tanti aspetti di questa provincia e che si sposa anche con il nuovo collegio elettorale da poco licenziato. E penso che soprattutto è stato depotenziato il ruolo dei consigli comunali rispetto a scelte che avranno ricadute non sulla prossima generazione, ma probabilmente per i prossimi 150 anni. Se si allarga il quadro anche a quelle che sono le partecipazioni nelle aziende coinvolte, si comprende la portata economica dell'operazione. Negli ultimi giorni mi è sembrato di capire che il problema della questione sia la rimozione di De Stefano, ma il problema non è l'attuale presidente e noi contestiamo l'impianto dell'operazione indipendentemente da chi guida l'ente e ben venga la posizione di sindaci come Rodolfo Salzarulo, Rosanna Repole, Mario Bianchino che hanno fatto politica per trent'anni e vogliono innanzitutto capire i termini della questione. È giusto che vadano in assemblea ad esercitare le funzioni che sono loro riconosciute dallo statuto in rappresentanza dei loro consigli comunali. Ma credo anche che la fuga in avanti sia stata probabilmente pensata altrove, mi fa piacere che però il quadro si sia allargato, che si sia interessata anche Acquedotto Pugliese e che sia stata presa in considerazione anche l'ipotesi della gara, perché nessuno è sicuro che una gara non dia risultati migliori in termini di economicità ed efficienza».

In definitiva lei sarebbe favorevole anche ad una gara, purché con un partner affidabile?

«Penso che le fusioni non debbano essere fusioni di debolezze. Ma ci tengo a dire anche, rispetto all'Alto Calore, che ho sentito dichiarazioni anche da parte di chi ha ridotto la società in questo stato senza che però sia stata fatta un minimo di autocritica. Eppure non è che oggi i revisori dei conti dell’azienda sono incerti perché non sanno fare il proprio lavoro, lo sono perché ancora oggi non abbiamo i conti e non li abbiamo perché anche il management attuale non è in grado di dare una cifra, nonostante il discreto lavoro fatto. Si pensi ad esempio ai costi degli impianti di sollevamento rispetto ai quali nessuno ha mai pensato di ricavare l’energia necessaria dal solare. Tuttavia, i discorsi di fusione non si fanno su cifre ancora adesso oscillanti. Mi auguro che i sindaci, che finalmente si sono resi conto che dovranno essere loro a spiegare la situazione alle loro comunità, abbiano richiesto un supplemento di approfondimento. La questione secondo me andava impostata diversamente, facendone prima loro capire la portata epocale. Invece, si sta facendo passare che il mercato del credito sia aperto solo per Ge.se.sa., quando non è assolutamente vero. Lo è anche per l'Altro Calore, a patto che ci sia un piano industriale credibile. L'idea migliore sarebbe ricorrere a un manager tecnico che gestisca l'ente come se dovesse andare tra due anni a chiedere soldi alle banche. Ad ogni modo, nel nostro appuntamento dell'8 aprile si rifletterà anche su altri scenari e altre prospettive, inclusa ovviamente l'azienda speciale sul modello di Napoli o Parigi».

L’indicazione per Possibile resta dunque quella di un’azienda speciale…

«Sì, perché il fatto che per trent'anni il pubblico sia stato gestito male non significa che non possa funzionare bene. Il pubblico è inefficiente nel momento in cui viene visto come una riserva clientelare, ma pubblico e privato rispondono alle stesse logiche aziendali. La differenza è che il pubblico scarica su tutti, il privato, se non sta attento al rapporto tra ricavi e costi, chiude. Credo anche che la soluzione non sia già scritta, come invece è stata venduta all'inizio, e mi auguro che il management di Acs in maniera un po' più accorta apra adesso anche ad altri scenari. Mi fa piacere che molti sindaci si sono espressi in maniera chiara adesso che la questione sta entrando un po' più nel merito, anche perché sono gli stessi che cinque anni fa hanno sostenuto il referendum sull'acqua pubblica».

Lei vede una certa forzatura nel percorso di fusione avviato e in termini simili è stata letta da qualcuno, anche in Consiglio Comunale ad Avellino, la vicenda di Garanzia Giovani all'Alto Calore...

«Quella vicenda va spiegata, secondo me, all'interno di una visione sbagliata di questo strumento che nasce come incentivo per la formazione e il successivo inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e che è stato utilizzato all'Alto Calore come al Comune di Avellino in maniera del tutto impropria, per cui non mi meraviglia che poi qualcuno vado a chiederne conto. Garanzia Giovani prevedeva infatti un invito alle imprese circa l’inserimento di giovani, non a enti pubblici che per di più hanno le mani legate e non possono assolutamente assumere come Acs e il Comune capoluogo. Mi sembra che anche qui si tratti solo di una mancetta, ma invito il presidente De Stefano a spiegare in assemblea come sono stati scelti i ragazzi inseriti in graduatoria presso l’ente».

Restando su tematiche di politica ambientale, la posizione di Possibile sulle trivellazioni è nota da tempo, ma sul referendum sulle concessioni in mare c'è una posizione se non altro anomala da parte del Pd, con un governo che dice chiaramente di non andare a votare…

«Non si è mai visto che il partito che ha la maggioranza relativa, che guida il Paese, inviti i cittadini all'astensione, è una cosa di un’antidemocraticità clamorosa. Non si è mai visto che il più grande partito di centro sinistra, come ama definirlo il segretario Renzi nella sua immaginazione, dal momento che sui territori il partito si sta asciugando sempre più, invita la gente a non esercitare un diritto. Sarebbe stato più legittimo dire di andare a votare e votare no. Ma siamo arrivati a una logica in cui la partecipazione viene ristretta, a un momento in cui il governo è preponderante rispetto al parlamento e i riferimenti di questo cerchio magico del premier, anche un po' stucchevole, vanno in televisione a dire cose del genere. Ma poi si ritrovano i 10.751 voti di Rosetta D'Amelio in favore del sì, perché ho apprezzato la presa di posizione della presidente del Consiglio Regionale, ma chi dimostra di avere quel peso elettorale non può parlare solo a livello personale. Perciò mi auguro che le 10.751 persone che l'hanno votata vadano anche a votare sì al referendum, tanto più che hanno espresso la loro preferenza alle regionali sulla base di una piattaforma programmatica che non parlava di trivellazioni in mare né terrestri. Come è giusto che come è stata fatta la campagna elettorale per le regionali se ne faccia ora una per portare altrettanti al referendum. Ma avrei apprezzato che anche altri esponenti del Partito democratico si fossero espressi sulle trivellazioni, così come hanno fatto sull'acqua. Restano invece la vergogna della mancanza di una politica energetica nazionale, oltre al fatto che il Pd è un partito dell'indistinto che mortifica i territori perché i rappresentanti istituzionali non prendono una posizione e non c'è un luogo in cui vengono discusse le questioni. Eppure il lavoro di persone come Mario Pagliaro, che è addirittura antecedente al nostro, aveva portato in tutt'altra direzione. Quando si è deciso di cambiare la linea?».

L'accusa che il Pd sia un partito dell'indistinto come quella che operi restringendo gli spazi di democrazia ritorna da parte dei comitati anche quando si affronta il tema della riforma costituzionale...

«Succede perché questo atteggiamento del governo fa parte di un disegno più ampio di sbilanciamento del potere in favore dell'esecutivo. Mi sembra che Renzi abbia un'idea precisa e ben chiara per il Paese, ma è un'idea folle e il referendum costituzionale è un altro colpo alla partecipazione democratica. Il dissenso è stato eliminato e a poco vale dire che si fanno battaglie all’interno del partito perché non valgono più quando il mazzo di carte viene cambiato continuamente e si negano posizioni sostenute il giorno prima. Quanto alla riforma costituzionale, noi abbiamo raccolto le firme dall'anno scorso, perciò diciamo "finalmente anche altre forze politiche hanno capito qualcosa su cui noi siamo arrivati in anticipo". Certo, oggi la posizione di chi a Roma ha votato lo Sblocca Italia è quantomeno imbarazzante, ma ci fa piacere che ci sia una consapevolezza diversa rispetto al disegno complessivo del Paese su cui Possibile, magari in maniera più istintiva e impreparata, raccoglieva firme già l'anno scorso e presentava proprie proposte, ben diverse dall'ipotesi di ridurre il Senato al viaggio a Roma della peggiore classe dirigente italiana, come i consiglieri regionali».

A proposito di consiglieri regionali, in Irpinia e non solo tiene banco la condanna di Carlo Iannace. Qual è la sua opinione?

«Il processo è ancora in corso e vale la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Mi fa piacere che dopo le prime dichiarazioni dettate evidentemente da un comprensibile sfogo momentaneo Iannace abbia un po' corretto il tiro e penso che la fiducia della magistratura sia totale da parte di tutti. Su questa cosa però va sottolineato che a Napoli c'è stato subito chi nel Pd ha pensato bene di scaricarlo in maniera estremamente vile facendoci sapere quello che tutti sapevano, dal momento che il consigliere è stato eletto nella lista per De Luca Presidente, con tre righe nemmeno firmate».

L’immagine del PD che viene fuori dalle sue risposte è quella di un partito che all'occorrenza "carica" o "scarica". Crede che ci sia lo stesso atteggiamento anche al Comune di Avellino?

«Lì la situazione è uguale a tre mesi fa, con l'aggravante che tre mesi fa si poteva evitare il commissariamento, adesso qualora Foti dovesse decidere di dimettersi, stremato in una fatica che è umana e che rispetto dal momento che il suo travaglio è forte, saremo commissariati. Non credo che il sindaco lo farà, ma rispetto all'amministrazione cittadina vale lo stesso discorso che si può fare a livello nazionale, dove non c'è una linea. Qui in Irpinia c'è un direttorio che non si sa bene quali processi dovrebbe governare. Ma se non c'è una legittimazione in nessun luogo e non c'è un congresso di che vogliamo parlare? E non si tratta nemmeno più di una guerra tra bande, perché le bande non ci sono più, ma ci sono i singoli e ognuno gioca una sua personalissima partita. Però non è più il tempo del bluff e le dimissioni sono già state presentate in ritirata in passato, anche se ci tengo a dire che non ne facciamo una questione personalistica e Foti è solo la punta di un iceberg perché da questa storia non esce fuori bene nessuno. Anzi, ci fa una pessima figura l’intera classe dirigente e nessuno alla fine lucrerà sulle macerie di Foti. Noi piuttosto ce ne siamo andati dal Pd e Nadia Arace, preparata giovane consigliera comunale nostro riferimento, ha fatto seguire le parole ai fatti. Penso che anche altri possano farlo. Poi c’è da dire che ci sono anche amministratori capaci in Irpinia, come Beniamino Palmieri o Mimmo Gambacorta o Carmine De Angelis che hanno ben chiara l'idea di sviluppo per la loro comunità, pensano con la propria testa e rispetto quello orientano le azioni per le loro comunità».

Sanfilippo, Possibile ha già fatto sentire la propria voce in più occasioni. Quali i prossimi impegni?

«Gli impegni di Possibile in questo momento sono la battaglia sull’acqua, sul referendum sulle trivellazioni e con il coordinamento per le riforme istituzionali. Siamo impegnati in tutti i campi e lo siamo da oltre un anno, quindi continuiamo, ma siamo anche in pieno tesseramento per cui invitiamo tutte le persone giovani e meno giovani, con l’obiettivo di costruire un'alternativa partecipativa dal basso, realmente progressista e molto europeista a differenza di altre formazioni con cui comunque ci sforziamo di lavorare e siamo orgogliosi che su questo territorio il dialogo sia costruttivo e leale, diversamente da altre città. Su questo anche il prossimo passaggio amministrativo sarà ulteriormente chiarificatore. Già ora abbiamo al nostro interno presenze trasversali rispetto all’età, con iscritti appena diciannovenni e puntiamo a riattivare i giovani in particolare. Per questo, e non perché siamo semplicisticamente esterofili, guardiamo anche a realtà come gli Stati Uniti, dove è evidente che i giovani si riattivano quando si affrontano alcuni temi e soprattutto quando le cose gli vengono spiegate e si intende la politica come lo strumento per migliorare le cose e non come una spartizione riservata a pochi».

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