Con il sì della Federazione internazionale degli sponsor universitari (Fisu) alla candidatura di Napoli per le Universiadi del 2019 tutta la Campania si prepara ad accogliere circa 10mila studenti-atleti provenienti da oltre 170 Paesi. È solo un primo assenso, giacché entro fine marzo si dovrà chiudere l’accordo quadro tra il Comune di Napoli e la federazione ed è prevista una ulteriore valutazione prima della stipula del contratto definitivo di attribuzione, entro fine maggio.

Il presidente della giunta regionale Vincenzo De Luca ha però già annunciato la ristrutturazione di strutture sportive in tutta la regione e si guarda con ottimismo alla kermesse che vedrà l’area dell’ex base Nato di Bagnoli trasformarsi nel villaggio che ospiterà i giovani atleti e per la quale saranno utilizzate anche strutture irpine.
Dalle Universiadi ci si aspetta benefici per l’intera comunità campana in termini di rilancio futuro, ma in tempi di crisi nemmeno lo sport, ovviamente, sfugge a ristrettezze che contribuiscono a indebolire un mondo che invece si vorrebbe sempre più "popolato", perché soprattutto i ragazzi possano sperimentare uno stile di vita sano e acquisire i valori che lo sport porta con sé e fa crescere nel tempo. La nostra provincia non fa eccezione e anzi paga, anche in questo settore, lo scotto di una scarsa programmazione oltre alla scarsità di risorse.

Prima di guardare in prospettiva il delegato provinciale del Coni di Avellino Giuseppe Saviano traccia dunque innanzitutto il quadro della situazione in Irpinia.

«È una situazione in chiaroscuro in cui non mancano eccellenze, ma bisogna riconoscere che non c’è nemmeno radicamento. In particolare, è penalizzato lo sport scolastico, sotto l’aspetto economico e per le poche motivazioni da parte dei colleghi insegnanti di scienze motorie. Inoltre, ci sono ritardi per la mancanza di attività nelle scuole elementari, senza nulla togliere ai maestri che fanno quello che possono. Il punto è che anche le iniziative dello Sport di classe, con 2 ore settimanali, non possono supplire a ciò che manca. Quindi sostengo che l’unica cosa seria da fare ora è avere coraggio e fare determinate scelte per iniziare un discorso organico e programmato nelle elementari, ma direi anche nelle materne.
Anche la scuola subisce il modo generale di rapportarsi ai cittadini più con annunci, ma poi quali sono i risultati, le verifiche e qual è il programma ad esempio in vista della candidatura per i Giochi Olimpici del 2024? Ferma restando però l’importanza delle Universiadi, che naturalmente sono una bella cosa, anche se non senza aspetti negativi».

C’è qualche punto debole anche rispetto ai giochi olimpici universitari?

«Sì, perché almeno che io sappia, non c’è stata una delibera regionale relativa allo sport da diversi anni, nella gestione passata come nell’attuale, a favore delle società sportive di base. E una cosa è un evento che può anche implementare il turismo, cosa di cui la Campania ha bisogno soprattutto alla luce della forte disoccupazione giovanile, altro è programmare azioni a favore delle associazioni sportive di base. Anche se le Universiadi saranno per certi versi un propulsore, ma una volta finite siamo sicuri che ci sia una vera cultura sportiva, quella da cui deriva anche una buona qualità della vita? Al di là di tanti che si stanno candidando a queste Universiadi anche in provincia di Avellino, bisogna anche chiedersi in quanti posti si devono fare e la speranza è che si facciano anche in paesi che si spopolano sempre più. In questo senso è allora ancora più opportuno creare una rete di comuni. Se fossi io a programmare sui territori, immaginerei iniziative nell’arianese, nella Bassa Irpinia, nella Valle dell’Irno, nel Vallo di Lauro e in valle Caudina implementando impianti di bacino».

Secondo Lei come si può arrivare a definire una giusta programmazione?

«Innanzitutto credo che questo sia il momento di mettere assieme politica, sport e associazionismo perché le Universiadi non devono essere un modo per ottenere medaglie in più, ma l’occasione per sviluppare le attività sportive in Campania e allo stesso tempo da un lato per promuovere uno stile di vita più sano e contrastare l’obesità che nella nostra regione è sempre più un problema, dall’altro per implementare l’attività sportiva nelle province e toccare le realtà più lontane dal centro, prosciugate da una continua emigrazione che oggi ci riporta ai livelli degli anni '70. Ci sono situazioni in cui i giovani sono disperati, ho personalmente contatti con tanti ragazzi anche di grande valore che sono in difficoltà e a cui dobbiamo dare risposte. Ricevo chiamate in cui mi chiedono dover potersi allenare per il salto in alto in vista di un concorso nelle forze dell’ordine perché non sanno dove andare e questo è una vergogna. Oggi non abbiamo la possibilità di dare posti di lavoro, ma possiamo almeno creare le condizioni perché i giovani vadano al meglio delle loro possibilità e possano aspirare a un posto di lavoro, anche attraverso un parco di salita. Che ci vuole a dotare 20-30 palestre in provincia di attrezzature di questo genere, per non costringere i ragazzi a venire ad Avellino da Cervinara o da Ariano? Purtroppo non c’è cultura in questo, né le attenzioni di chi si pone degli obiettivi. Ma lo sport e i reali bisogni delle persone dove sono?»

Anche in tema di strutture l’Irpinia non pare mostrarsi molto attenta allo sport, ma come siamo messi nel complesso?

«Siamo messi un po’ meglio delle altre province, ma questo non basta e va fatto appunto un discorso di bacino che preveda un palazzetto, un impianto per l’atletica, un campo calcio adeguato in ogni zona. Invece solo per il calcio la situazione è migliore e ci sono strutture, perché questo, bisogna dirlo, paga anche in termini elettoralistici e perché ci sono dirigenti sportivi che si accollalo le spese e i sacrifici, anche se è un termine che non mi piace perché quando si ama qualcosa se ci sono risultati è una grossa gratificazione che paga molto più di poche centinaia di euro».

Quale può essere il ruolo delle istituzioni a sostegno dello sport?

«Le istituzioni possono dare moltissimo, anche se gli enti locali sono penalizzati dalle politiche governative dei tagli. Possono almeno mettere a disposizione ricchezze logistiche in modo corretto. Purtroppo ogni volta si deve invece passare per maglie della burocrazia che fanno passare la pazienza anche ai più pazienti. Ma amministrare, essere classe dirigente, significa creare condizioni sviluppo anche con una burocrazia più snella. Invece, questa manca e mancano anche delle strategie».

Se questo è il quadro complessivo, c’è da supporre che le discipline cosiddette minori incontrino difficoltà anche maggiori rispetto a quelle più diffuse. È così?

«A dire la verità se ce ne sono è anche un po’ responsabilità delle associazioni perché dobbiamo essere noi a occupatore spazi per sport considerati minori, ma che poi sono quelli che vincono più medaglie. Per questo faccio appelli a lavorare insieme e in mezzo alla gente e a far conoscere discipline poco attenzionate dai media, per lavorare insieme nell’organizzare iniziative. Del resto, quando ci siamo mossi con i villaggi sportivi e abbiamo creato folla e motivazione, abbiamo avuto riscontri positivi da parte dei genitori. Altro discorso è invece la specializzazione precoce che è motivo di abbandono dello sport da parte dei ragazzi. È inconcepibile pensare di tesserare i bambini tra i due e i tre anni, bisogna domandarsi se mercifichiamo lo sport o cerchiamo di dare loro input positivi. Ci sono è vero attività motorie adatte ai più piccoli attraverso giochi, ma non è così quando si tratta di pratiche iper-agonistiche che non danno un messaggio corretto ma sono solo motivo di traumi e appunto di abbandono precoce. Io le definisco un doping di secondo livello».

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