Dodici punti per ricalibrare l’offerta sanitaria in modo da garantire i Livelli essenziali di assistenza e il diritto costituzionale alla salute, incidendo sull’organizzazione del personale e sulla riorganizzazione dei servizi giudicati attualmente scadentissimi in Irpinia come nel resto della Campania, regione che ha ottenuto nel 2015 «un primato negativo di proporzioni inimmaginabili, con un punto sotto i 100».


Il documento stilato dalla Camera del Lavoro, dalla Fp Cgil, dallo Spi e da Federconsuamtori (con le firme del segretario generale Franco Fiordellisi e dai segretari della Fp Cgil Marco D’Acunto, della Fp Cgil Medici Franco Nicchia, dello Spi Dario Meninno e di Federconsumatori Fiorentino Lieto) è stato consegnato stamattina al direttore sanitario dell’azienda ospedaliera Moscati e poi anche al direttore generale dell’Asl Avellino, quale proposta «per affrontare i nodi strutturali che giacciono irrisolti da anni in attesa di un confronto di merito per un nuovo modello assistenziale».
Un percorso per uscire dalla condizione di crisi dovuta ai tagli alla sanità che hanno comportato il blocco del turnover, l’allungamento delle liste di attesa e la caduta libera dell’assistenza sanitaria, che in Irpinia determina ad esempio un numero di giorni di vita in meno, rispetto alle morti definite evitabili, ben al di sopra dei valori registrati in Toscana e pari a quelli che si riscontrano invece in Romania e Bulgaria.
In questo quadro, la Cgil sottolinea nella sua piattaforma che «i pronto soccorso ed i servizi di emergenza sono divenuti i luoghi simbolo dove si manifesta il fallimento di politiche sanitarie restrittive» ed evidenzia «l’assenza di un percorso territoriale definito per le patologie tempo-dipendenti in emergenza che consenta al paziente di ricevere interventi appropriati nei tempi giusti nell’ospedale più attrezzato».
Rispetto all’assenza di posti letto, si rileva che questa è dovuta sia al taglio di posti letto per acuti, sia alla mancanza di adeguati protocolli per rispondere in maniera concreta alle situazioni critiche e inoltre, «la dotazione organica di personale assegnata ai servizi di emergenza sanitaria, le barelle in dotazione ai pronto soccorso, i posti in osservazione breve ed i posti letto in Medicina di Urgenza non sono dimensionati rispetto al numero di accessi ed al bacino di utenza».
Di qui, e non solo rispetto ai servizi di emergenza, il sindacato sollecita il calcolo del reale fabbisogno, anche per definire gli standard di personale necessari ad assicurare la tenuta dei servizi e la garanzia dei L.E.A, contestando e chiedendo la sospensione del decreto emanato dal commissario regionale Joseph Polimeni nel 2016, «laddove il personale assegnato ai servizi risulta sottostimato ed insufficiente con inevitabili percussioni negative sulla appropriatezza delle prestazioni e sui percorsi di cura in emergenza-urgenza».
La chiave sta in una «dettagliata analisi dei bisogni sanitari della popolazione, dei dati epidemiologici e di quelli relativi alla migrazione sanitaria e alle liste di attesa per definire un cronoprogramma di interventi in grado di riorganizzare i servizi» e le proposte della Cgil puntano a diversi obiettivi. Innanzitutto la stabilizzazione dei precari e l’indizione di concorsi, prevedendo rapporti di lavoro regolati da «contratti a tempo indeterminato e, se non possibile, a tempo determinato, evitando rapporti atipici ed esternalizzazioni», e ribadendo «la ferma contrarietà al lavoro in somministrazione».
La Camera del Lavoro suggerisce inoltre il potenziamento del Distretto Sanitario «per migliorare la assistenza territoriale con la concreta presa in carico dei cittadini», con l’attivazione territoriale di servizi di prossimità gestiti dal Distretto Sanitario contemporaneamente alla riconversione di alcuni ospedali, nonché il potenziamento dei servizi e reti territoriali.
Da rivedere, secondo la Cgil, il Piano sanitario e il piano ospedaliero regionale, la riorganizzazione del sistema dell’emergenza, mentre alle aziende si indica una strada per ridurre le liste di attesa attraverso il governo in maniera trasparente, «del corretto equilibrio tra attività istituzionale e libera professione intramoenia (ALPI) e la regolamentazione delle procedure inerenti le prenotazioni ed i tempi di attesa, sia per le prestazioni erogate dal SSR sia per quelle “scelte” in ALPI, che non deve rappresentare lo strumento per accedere prima alle cure necessarie». Questo per agevolare l’accesso alle cure a tutte le fasce sociali, tutelando quelle meno abbienti, perché «l’allungamento dei tempi delle liste di attesa è divenuto uno strumento discriminante il bisogno assistenziale e rappresenta l’emblema della negazione di un diritto costituzionale». Il modello preso come riferimento è quello attuato in L’Emilia-Romagna dove nel 2013 è stato «adottato un regolamento nel quale si prevede che il mancato rispetto dei volumi di attività istituzionale concordati ed il perdurare di lunghi tempi di attesa comportano la sospensione dell’attività libero professionale fino al rientro dei tempi nei valori standard fissati che costituiscono un diritto del cittadino».
Punti cardine della piattaforma presentata dalla Cgil anche la necessità di «un riequilibrio del rapporto tra pubblico e privato, di avviare «un percorso di legalità e trasparenza nel Sistema Sanitario Regionale considerato che esso è un bene comune e un patrimonio che va difeso per tutelare i diritti e la dignità di lavoratori e cittadini», di «valorizzare le aspettative professionali dei lavoratori che dovranno sostenere ed attuare il cambiamento», tenendo presente che «la riduzione delle risorse dei fondi contrattuali non è più sostenibile, perché preclude ogni possibile forma di finanziamento della riorganizzazione e razionalizzazione del sistema indispensabile a garantire efficacia ed appropriatezza delle prestazioni sanitarie erogate».
In particolare, rispetto agli accreditamenti, la Camera del Lavoro sollecita regole certe e «misure rigorose che definiscano per il privato accreditato gli organici di personale in rapporto ai posti letto e impediscano i subappalti, terreno nel quale da sempre crescono illegalità e corruzione. Bisogna controllare le prestazioni erogate – si legge nel documento - ed applicare il contratto di settore ai lavoratori, per evitare il "dumping" contrattuale e per affermare che a pari lavoro corrispondono uguali diritti». A ciò si aggiunge la convinzione che i fondi che la Regione rimette ai datori della sanità privata per la retribuzione dei lavoratori debbano essere trasferiti in una apposita voce di bilancio vincolata.
Infine, il sindacato sostiene l’esigenza di realizzare «interventi che consentano la effettiva integrazione socio-sanitaria», da un lato per «garantire lavoro stabile e sicuro, perché solo valorizzando e tutelando il lavoro di chi opera nei servizi socio-sanitari e assistenziali è possibile riqualificare l'intero sistema di welfare», dall’altro per superare «la farraginosità e la complessità del meccanismo che regola il riconoscimento delle esenzioni ticket che sta determinando, in fase di verifica, una situazione che colpisce, ancora una volta, la parte più debole delle nostre comunità».

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