Si dice che i morti siano tutti uguali. Lasciano un vuoto incolmabile negli affetti rimasti sulla terra, che si sentono privati di un pezzo fondamentale del proprio sé e non possono fare altro che rassegnarsi. Accettare davvero, mai. Però certe perdite, non ce me voglia chi abbia provato un lutto nell’intimità della sua casa, non sono e non possono essere personali. Soprattutto se la persona che viene a mancare aveva scelto la collettività come famiglia.


Gabriele Matarazzo era davvero un bene comune. Come un giardino in fiore, un palazzo antico, una ricetta da tramandare a voce, una canzone popolare. Gabriele era per tutti qualcosa, qualcuno. Un amico, un confidente, uno zio e, soprattutto, un compagno. D’avventure, di partito, di giochi. Gabriele era il sorriso della domenica in mezzo al Corso, col giornale nella tasca del giaccone blu e il berretto di lana calzato a coprire la mezza pelata, circondata da una corona di pochi capelli che andavano a finire nelle basette e culminavano nella sua bella barba. Era il commento ironico della notizia del giorno e l’approfonditore attento dei fatti della sua amata città, che parlava ad alta voce delle dinamiche politiche e poi sussurrava all’orecchio, tra una risata e l’altra, opinioni colorite e sincere, sui loro protagonisti. Era il fotografo improvvisato che ci rubava i momenti negli eventi d’insieme, per portarci fiero, qualche giorno dopo, il risultato stampato in pellicola di come ci vedevano i suoi occhi. Era un caffè sempre offerto e un bicchiere di vino con cui brindare. Era i racconti di Cuba e di musica e un invito ad andare con lui ad ogni occasione. Era la domanda di essere coinvolti nelle cose per lui importanti alla quale non si poteva dire di no. Era il “come va? Che stai facendo?” sincero, di chi ci teneva che fossi davvero felice. Era l’attento confidente dei suoi coetanei, l’onesta guida per i più giovani, il curioso scopritore delle novità dei più piccoli. Non giudicava nessuno e riteneva tutti degni di frequentazione, poco importava l’anno di nascita. Era appassionato e sorridente. Gentile e divertente.
Ogni tanto mi sembra di scorgerlo ancora quando in certe strade, da lontano, adocchio un paio di lenti da sole coprire un volto che mostra una fiera barba bianca. Negli incontri in cui eravamo sempre i “soliti”, mi chiedo dove sia e mi giro istintivamente verso la porta aspettando che arrivi. Alle feste in cui so che non sarebbe mancato, allungo il collo tentando di scorgerlo. Poi mi ricordo e mi incupisco un po’.
Perché Gabriele era per chiunque lo conoscesse qualcosa di bello, di importante. Era per ognuno che avesse mai incrociato lungo il proprio cammino qualcuno a cui volere bene.
Ecco perché ci manca. Ogni giorno un po’ di più, ad ognuno a modo suo.

(P.S. Ciao Gabrie’. Mi ci sono voluti tre anni per avere il coraggio di scrivere di te pubblicamente e, comunque, non sono riuscita a fare meglio di così. Ti ho voluto, e ti voglio ancora, troppo bene, al punto che le parole mi si bloccano all’altezza del cuore e non riescono mai a venir fuori come vorrei. Quante chiacchierate vorrei farmi ancora con te, quanti brindisi, quanti consigli vorrei ancora chiederti. Ogni tanto, nella mia mente, succede ancora. Una cosa però, te la devo proprio dire e davanti a tutti: sono sicurissima che, se fossimo stati giovani insieme, mi sarei senz’altro innamorata di te).

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