Avevo compiuto da qualche giorno 19 anni e stava iniziando la mia avventura universitaria, quando conobbi un ragazzo. Più grande di me di qualche anno, con tutto il fascino che ne conseguiva. Interessato alla politica, al teatro, alla letteratura.

I miei coetanei ancora tutti presi soltanto dalle partite di calcetto e da superficiali commenti maschilisti impallidivano al suo confronto. Nel giro di poche settimane, diventammo una coppia, di quelle che quando non c’è uno gli amici chiedono dove sia l’altro, di quelle che “fanno le cose serie perché si amano”.
Mi sentivo felice, fortunata, “scelta” da una persona che consideravo di alto livello e che avrebbe potuto, per questo, avere chiunque. Ma voleva me perché mi riteneva, tra le altre cose, la più adatta a comprendere i suoi problemi. Lui, con una situazione familiare difficile alle spalle, non si fidava delle donne e io avrei dovuto avere pazienza, dimostrargli ogni giorno di essere una “ragazza seria”, di meritare la sua fiducia. Ce l’avrei fatta, era mio preciso dovere per ricambiare tutto quell’amore. In fondo, non è sui sacrifici che si fondano le storie importanti?
Ovvio che mi telefonasse tutte quelle volte e che io dovessi rispondere subito, doveva sentirsi tranquillo. Magari poteva evitare di comparire all’improvviso mentre ero a lezione, per vedere con chi fossi e come mi comportassi in sua assenza, ma col tempo avrebbe capito e imparato a fidarsi… Giusto? Strano che volesse sapere ogni volta che sceglievo un abbigliamento più colorato, appariscente, che mettessi il rossetto o un ciondolo più vistoso, chi fosse il destinatario del mio voler curare me stessa: a lui non importava e se lo facevo per altri dovevo, ovviamente, smettere subito. Che lo facessi per me stessa non era ritenuta una spiegazione valida.
Arrivò pian piano a chiedermi l’esatta angolazione che la mia guancia aveva assunto nel salutare un amico con i classici “due baci”, riportava le discussioni sulle storie del mio passato e mi chiedeva di riviverne i particolari per sminuirmi e denigrare le persone che mi avevano voluto bene, l’ho beccato a spiare il mio cellulare quando credeva di non essere visto perché voleva controllare che io gli avessi detto davvero di ogni singola chiamata ricevuta o se mi fossi “accidentalmente” dimenticata di qualcuno. Gridavamo come i matti, perché non sopportavo certe mancanze di rispetto, e tutto finiva con le sue scuse e le promesse di non farlo mai più. Dovevo capire, era più forte di lui. Quattro anni e mezzo li ho vissuti così. Per convinzione, fissazione, sfida, che l’amore fosse questo, che senza un po’ di dramma non fosse abbastanza grande, che la gelosia ossessiva significhi tenerci all’altro. Poi il coraggio di andare via, di tornare a respirare, di sorridere alla vita senza sentirsi in colpa, di conoscere un nuovo amore pulito, solido, gioioso. Di rimpiangere gli anni persi a non aver capito prima.

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Questa confessione, di cui può a ragion veduta non importarvi nulla, altro non è che un’ammissione di colpa, di manifesta incapacità a relazionare, come il mio mestiere imporrebbe, sullo spettacolo andato ieri sera in scena al Centro Asi di Solofra per la rassegna diretta da Enzo Marangelo, Lustri Cultura in Dies: “Polvere”, metafora dell’impalpabile ma dannoso. Scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina della compagnia Scena Verticale insieme a Cecilia Foti, non ha raccontato la storia di una sconosciuta coppia di innamorati in cui lei si trovi a subire il subdolo gioco di violenza psicologica da parte di un uomo insicuro, fragile e malato. Ha raccontato la mia, e con una precisione così chirurgica da crearmi disagio. In un crescendo. Scena dopo scena, quadro dopo quadro, accusa dopo accusa, svilimento dopo svilimento. Mentre il maglione nero e informe sostituiva l’aderente maglietta rossa, mentre il silenzio prendeva il posto della gioia di cantare. A metà pièce ho iniziato ad avvertire nausea, verso la fine volevo salire sul palcoscenico e spaccare il muso a La Ruina, reo di essere stato troppo convincente. Il suo volto si sovrapponeva a quello di qualcun altro, a me ben più noto, nei confronti del quale non mi sono mai tolta questa puerile soddisfazione. Vengo meno al mio dovere, e me ne scuso, perché non sono in grado di analizzare lucidamente ciò che ho visto. L’interpretazione degli attori, le luci, le scelte musicali e registiche, tutto ciò che un bravo critico teatrale dovrebbe approfondire, valutare, spiegare ai suoi lettori, io forse neanche lo ricordo. Ero seduta in platea, col mio dolore, a rivivere battuta dopo battuta le umiliazioni e il malessere che credevo sepolte in uno scompartimento lontanissimo del mio palazzo mentale. Fino a quel momento, nel parlarne con gli altri, mi era sempre sembrato di raccontare di una persona che non ero io. Non me stessa, piuttosto una conoscente. Ma, dalla mia immobile posizione di spettatrice, ricevere all’orecchio di nuovo quelle espressioni, quel logorante lavoro di perdita delle certezze, di accuse quotidiane all’inaffidabilità del proprio amore, di insulti alla condotta per dettagli insignificanti, ha riportato tutto a galla. Io ero Cecilia, di nuovo, proprio io e non una me lontana e irriconoscibile. Chiudevo gli occhi e respiravo profondamente, per frenare la rabbia. Capirete che non posso assolutamente esprimere un parere su un lavoro che mi sono trovata costretta a vedere a metà, non io che mi innervosisco così tanto quando qualcuno voglia criticare un mio articolo avendolo letto solo in parte o essendosi basato sul mero titolo.
Posso dire solo questo: ovunque voi siate in Italia, qualunque età voi abbiate, qualsiasi convinzione abbiate dell’amore, andate a vedere questo spettacolo. Soprattutto, portateci i giovani, che in pochi oggi sceglierebbero autonomamente di recarvisi. Portateci le ragazze, fatele prendere coscienza subito di quanto sia sbagliato considerare “amore” certe attenzioni malate, certe gelosie immotivate. Portateci i ragazzi, fate in modo che riconoscano la propria fragilità in quelle dinamiche disgustose e imparino a non emularle. Ristabiliamo gli equilibri, facciamo scomparire la polvere.

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