La sera del 7 settembre 2008 il teatro Carlo Gesualdo era gremito, come si usa dire, in ogni ordine di posto. Al di là delle previsioni, avendo venduto in solo un paio d’ore 150 biglietti, era stato necessario aprire al pubblico anche la galleria, perché la città di Avellino si era presentata letteralmente in massa alla prevendita dei biglietti, ansiosa di ascoltare il premio Nobel Dario Fo.

Protagonista in "Le parole e le luce", il primo appuntamento della rassegna "Arte & Arte" promossa dall’amministrazione comunale grazie alla vitalità e all’entusiasmo di Rino Biazzo, all’epoca assessore alla Cultura, Dario Fo si presentò sul palco del Gesualdo vestito completamente di bianco, al termine di un pomeriggio di lavoro ancora intenso per mettere a punto gli ultimi dettagli e rivedere la scaletta fin quasi all’ultimo minuto utile.
Prima dello spettacolo aveva visitato l’esposizione "Caravaggio, una mostra impossibile" progettata da Renato Parascandolo e portata alla Casina del Principe dallo stesso Biazzo, con 54 repliche di altrettanti dipinti originali a grandezza naturale. Anche lì, Fo non aveva fatto a meno di dare consigli e suggerimenti, confermando un indomabile senso di partecipazione che si concretizzò anche nella realizzazione di alcuni bozzetti usati durante lo spettacolo per rivelare i segreti del pittore.
Una occasione unica e indimenticabile per apprezzare l’ironia e la profondità di Fo, che raccontando le opere dell’artista lombardo raccontava allo stesso tempo le ingiustizie del mondo in cui visse. Anche così, collegando a un tempo lontano aneddoti e accenni al presente, Fo intendeva anche dal palco avellinese denunciare e contemporaneamente prendere le distanze da «una semplice cultura d'accatto che nasconde la verità».
Non a caso, inoltre, alla sua sensibilità civile si era rivolto Vinicio Capossela che, erano i giorni delle battaglie per il Formicoso, gli fece recapitare da Franco Arminio una lettera per sollecitarne l’appoggio. Il Maestro si informò sulla lotta dei comitati e disse «Bisogna evitare di trasformare l’Irpinia in una pattumiera».

Il testo che segue è un resoconto dello spettacolo pubblicato il giorno successivo dal quotidiano Corriere dell’Irpinia a firma di Roberta Mediatore. Lo ripubblichiamo in omaggio al Maestro Dario Fo, che si è spento questa mattina all’ospedale Luigi Sacco di Milano, dove era ricoverato da qualche giorno.
Come si legge sul suo sito, si potrà salutarlo «da domani, venerdì 14 ottobre, dalle ore 9.30 fino alle ore 24.00 e sabato 15 ottobre dalle ore 8.30 fino alle ore 11.00 presso la camera ardente che sarà allestita al Piccolo Teatro Strehler in via Marco Greppi 1. Alle ore 11.00 di sabato 15 ottobre 2016 il feretro sarà accompagnato dalla camera ardente in Piazza Duomo per l'ultimo saluto alle ore 12.00 circa».

La parola e la luce, quando sono Iatrici di grandi idee hanno sempre il potere di suscitare qualcosa di positivo. II messaggio con il quale ieri sera il maestro Dario Fo si è congedato lasciando il Teatro Gesualdo, al termine del meraviglioso spettacolo di cui è stato protagonista, non è in fondo che il teorema a monte della dimostrazione che ha offerto alla città di Avellino con quello stesso spettacolo. Un racconto appassionato e appassionante della vira di Caravaggio, attraverso l'Illustrazione di numerosi dipinti e con la proiezione di bozzetti che il maestro ha in parte realizzato direttamente.
Un lavoro condotto con dedizione fino a pochissime ore prima che lo spettacolo avesse inizio, dopo diversi ripensamenti e cambiamenti della scaletta. Perché lo spettacolo è nato cosi, sull'onda delle emozioni suscitate dalla forza delle immagini alle quali Michelangelo Merisi ha consegnato la propria visione del mondo. Concreta, vissuta sempre con pienezza e partecipazione. Eppure, anche smontando quel realismo che solitamente si associa alla sua pittura. È questo uno dei segreti svelati da Fo durante lo spettacolo, un incontro nel quale passato e presente si sono spesso incrociati, nelle parole trascinanti e incantatrici di un genio che per una sera ha incontrato un altro genio. Cosi, nel raccontare l'arrivo di Caravaggio a Roma, Fo non ha avuto difficoltà a dire che «trovò una città come la vostra: tutta buttata all’aria… E io lo so: “io abito là, ma devo fare tutto il giro di qua...”». E pure, riferendosi alle condizioni igieniche non propriamente ottimali della capitale a quell'epoca, ha scherzato su quella che ha definito una differenziata organizzata, garantita dall'entrata in città di diversi animali in successione, che ripulivano le strade mangiando i rifiuti. «È la differenzia organizzata - ha puntualizzato ironicamente – dovreste farla anche voi». Ironia anche nel racconto di un aneddoto che riguarda Milano ma
spiega tanto su certe ingenuità di una classe dirigente che spesso non trova risposte adeguate. Parlando d'inquinamento Dario Fa ha riportato la dichiarazione di un assessore che all'ombra della Madonnina ha rimproverato i cittadini che protestano perché i bambini sono costretti a respirare i gas di scarico delle auto. «Anche voi - avrebbe detto -, perché li portate nei passeggini, così in basso? Dovreste tenerli in braccio o magari sulle spalle, oppure potete usare i palloncini che vi mettiamo a diposizione e lasciarli andare su. "Vedi come respiri bene?", potrete dire. Bisogna fare solo attenzione a non farsi scappare il filo, ma potete usare un fucile, mi raccomando sparate al palloncino, non al bambino”».
Quella che Fo invece immagina è una classe dirigente molto diversa, cui ha accennato raccordando naturalmente di Caravaggio: è fatta di persone capaci di incentivare e promuovere la cultura, anche attraverso quel cambiamento che con il nuovo porta il buono.
Dal buono al bello e al vero di scolastica memoria il fatto è breve, anche se, come si accennava, Fo ha mostrato chiaramente che non sempre il realismo di Caravaggio, per tornare al cuore dello spettacolo di ieri, risponde a criteri di assoluta verità. Nel descrivere il San Giovanni che abbraccia l'ariete alle sue spalle, Dario Fo ha fatto notare come le proporzioni delle gambe del giovane non siano uguali, ma la discrepanza è voluta per creare il senso di concretezza dei muscoli della figura ritratta.
Ancora più notevole quello che ha definito il «disequilibrio ricomposto» che caratterizza il cestino di frutta dal quale le foglie escono in maniera asimmetrica, eppure compensandosi: i rami in basso a destra con le foglie in alto a sinistra, in modo talmente perfetto che non si può immaginare di "toglierne", anche coprendoli con una mano, «perché - ha spiegato a una platea incantata – cade tutto. Ma senza il disequilibrio l’immagine diventa banale, è un vasetto che non conta niente, invece cosi ha creato la magia». Una visione particolare, geniale, sempre ben riconoscibile nell'opera di Caravaggio che amava guardare il mondo da una prospettiva nuova e unica, come quella che Fo ha rivelato anche attraverso un bozzetto mostrando al pubblico la deposizione: «II il pittore già nella tomba - ha detto - guarda la scena direttamente dal sepolcro e sembro sia lui ad accogliere Gesù». E poi l'ultimo dipinto, non a caso l'ultima opera di Caravaggio, che nasconde nei volti di Davide e Golia il volto del pittore stesso in due momenti diversi della sua vita. A quella immagine fece riferimento lo stesso Caravaggio quando scrisse al Papa chiedendo di essere perdonato per gli errori compiuti prima di morire. «Chiese perdono – ha spiegato Dario Fo - per quel giovane che era stato fresco e pure». E fresco e appassionante è stato il racconto fantastico che il premio Nobel che ha tessuto fra aneddoti, spiegazioni e accenni al presente, una ricostruzione irresistibile e ricca della vitalità che lo stesso grandissimo artista ha portato sul palco del Gesualdo, illuminato semplicemente dalla luce dell'arte: quella reale di Fo e quella proiettata di Caravaggio.

7 settembre 2008 dario fo al gesualdo

Dal CORRIERE DELL' IRPINIA dell'8 settembre 2008

 

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