Dall’Irpinia delle origini a una piccola località nel sud dell’isola di Tenerife. Dal caos di grandi città come Napoli e Roma, dove ha trascorso complessivamente circa 25 anni, a un luogo dove la calma regna sovrana fin nel nome, Costa del Silencio. Sono i punti di partenza e di arrivo in un viaggio che Giannife’, così gli amici chiamano Gianni Festa, ha intrapreso alla ricerca di un nuovo tempo.


Il ritmo della sua vita precedente, da esperto informatico capace di ricoprire quattro ruoli senior, non andava più con il suo cuore, ma voleva anche uno spazio diverso per quelle che definisce le sue creazioni, oggetti fatti di altri oggetti a cui regala nuova vita e funzione. Qualcuna ci sarà capitata di vederla ad Avellino, al Carcere Borbonico o in giro per i locali, fin dalla sua collaborazione con il Tilt! Un’attività inventata, anche quella, sull’onda di un sentimento, quando a un certo punto il lavoro fisso non c’era più e un’idea improvvisa, legata a un regalo di compleanno realizzato con immaginazione riutilizzando i tasti di una testiera di computer come tessere di un mosaico, ha dato inizio a un nuovo corso.
Gianni non si definisce con un termine preciso, «lo fanno gli altri» dice, e parla degli oggetti a cui dà forma come di creazioni, «non opere», ma ammette di avere manualità (e si vede) e rivendica, questo sì, la primogenitura del nome del T’appo…st, il tappo di sughero con la piantina grassa e la calamita, diversi anni prima di quello comparso a Napoli con diversa fortuna, come della sfera realizzata arrotondando due tappi a corona.

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Fanno parte dei piccoli oggetti prodotti inizialmente, prima dell’incontro con il Tilt!: «Volevano fare qualcosa di diverso – racconta - e ci sono riusciti e mi ha fatto piacere far parte di questo processo». È stato il passaparola a creare poi nuove relazioni e nuove occasioni per altri oggetti, ma lo spazio qui sembrava stretto e la vita, il tempo della vita scandito da un lavoro che lo porta a spostarsi freneticamente, ancora non in sintonia.
Così è iniziata la ricerca di una destinazione per trovare un luogo dove vivere di questa attività, «non per fare soldi- spiega – ma per vivere sereno». E l’isola ha chiamato: «Al di là della lingua, che già conoscevo, è che lì è una eterna primavera e quando ho letto questa definizione non ho più cercato. Una persona a cui sono molto legato mi augurava spesso "che la tua vita sia una eterna primavera", perciò è stato come se l’isola mi avesse scelto, non io lei». «L’inizio è stato pieno di entusiasmo e ne ho fatto tesoro, perché poi non è tutto sempre rose e fiori, anche se dopo qualche difficoltà iniziale nelle fiere non ho concorrenza, perché lì fanno per lo più i monili con il fimo o ciondoli, oggetti diversi da quello che faccio io».
Dopo l’arrivo a Santa Cruz, per cominciare a orientarsi, Gianni Festa ha preferito il sud di Tenerife, dove può vivere fra le acque dell’Atlantico e il gigantesco vulcano Teide che sono anche quelli secondo lui fattori che inducono a una lentezza buona. Laggiù «si respira la vera isola, a 10 minuti dal caos totale, ma nella tranquillità che preferisco. Posso muovermi a piedi, conoscere la maggior parte delle persone con cui ho a che fare e ad oggi ancora non ho fatto il turista a Santa Cruz, l’isola l’ho vissuta da stanziale».
In realtà si sposta molto: gira tra fiere di artigianato e mercatini e per i locali che sono un punto di riferimento per la raccolta dei materiali che Gianni riutilizza per le sue creazioni, come i tappi di sughero e metallo o le bottiglie che diventano bicchieri. È il vetro il suo materiale di elezione: «Mi piace lavorarlo forse perché è trasparente – spiega - e per questo è quello che più mi si avvicina». Facile credergli sulla parola, dopo una lunga chiacchierata in cui tanti dettagli fanno capire esattamente l’espressione isolana «eres un sol», chiaro ed evidente come il sole, come ti si vede. E si capisce bene pure che Gianni non può che trovarsi in perfetta sintonia in un luogo dove non è raro vedere gente con qualche toppa sui vestiti, «perché come mi hanno detto preferiscono uscire una sera in più per stare in compagnia di un amico anziché una giacca nuova».
Partito mettendo in valigia con «il sorriso e la voglia di fare, perché senza quella non si riesce da nessuna parte», Gianni sembra aver realizzato il saggio consiglio materno di cercare un regno, per quanto piccolo, senza aspettare che l’occasione piovesse dal cielo. E ha trovato un posto dove può «lavorare per vivere e non vivere per lavorare», dove «c’è attenzione per le persone e si resta umani», dove gli «capita di scavalcare la fila alle fiere, dopo che gli artigiani con il posto fisso si sono sistemati. Sono i responsabili dei mercatini che mi chiamano tra i primi per occupare i posti lasciati vuoti, quindi non è per scostumatezza, ma per una sorta di riconoscimento». Un luogo dove «esistono semafori da 8 minuti che ti cambiano la percezione e la gestione del tempo» e Gianni si sente adottato in qualche modo: «Mi ci sento a casa, senza con questo coler rinnegare le mie origini. Anzi, quando conosco persone nuove e mi chiedono da dove vengo dico di essere irpino, non italiano. Se immagino un posto dove invecchiare è lì – aggiunge però -. Sicuramente non in Italia, perché l’Italia sta andando allo sfacelo, nel senso che non vedo una risposta di istituzioni verso persone, ma solo verso numeri ed è come far parte di un’azienda, di una catena di montaggio, e sul nastro ci sono soldi che non si sa dove vanno a finire».
Gianni invece intende mettere altro sul nastro della sua vita e ha in mente qualche progetto da realizzare, per ampliare l’attività, ma sempre alla sua maniera: «Intendo collaborare di più con i locali – dice - e ho in mente una serie di cose legate anche al passaparola della rete». In prospettiva c’è anche altro, che per il momento Gianni non anticipa, ma una cosa è certa: di qualunque cosa si tratti, sarà fatta con passione: «Senza passione non sento che le cose fanno per me, non sono nelle mie corde».

 

Sono nato in una terra bellissima, la Sardegna, sono cresciuto al caldo del sole circondato da un sacco di alberi come il mio.
Un giorno è arrivato un uomo con un machete e mi ha strappato dalla mia pianta e portato via dalla mia terra.
Stivato al buio mi sono accorto di non essere solo.
Avevo solo due certezze la prima che stavo viaggiando e la seconda che ce n'erano tanti altri come.
Quando rivisto la luce del sole era tutto diverso mi trovavo in un capannone c'era un grande frastuono e sentivo tante frasi ma una che mi è rimasta più impressa è stata: speriamo di passare il test.
A quel punto mi sono detto, mi sono iscritto in una scuola senza saperlo e addirittura devo fare un esame. Mi hanno messo di fronte a un grandissimo macchinario, si entrava uno alla volta e tanti venivano scartati ho avuto tanta paura e quando è arrivato il mio momento sono entrato e ho chiuso gli occhi.
Ne sono uscito con una nuova forma splendente addirittura mi avevano fatto un tatuaggio che mi rendeva unico.
Non ho potuto far altro che girarmi e ringraziare quell'enorme ammasso di ferro rumoroso e sbuffante: ti avevo giudicato solo in base al tuo aspetto, per il tuo modo di fare dovevi essere per forza cattivo, invece no, mi hai regalato questa splendida forma.
Sono diventato un tappo.
Mi raccontavano gli anziani che il mio destino era segnato, avrei preservato per anni la qualità di un ottimo vino e la sua riuscita sarebbe dipesa solo ed esclusivamente dal mio lavoro.
E così per lunghi anni sono stato fermo ed immobile fin quando sono arrivato su una tavola; ho capito che il mio lavoro sarebbe finito di li a poco; ahi, nessuno mi aveva raccontato del dolore della liberazione.
Capivo dai commenti dei commensali che avevo fatto bene il mio lavoro, anche se sentivo parlare di cantina, uva, vino, storia, tradizione, ma nessuno parlava del mio indiscutibile buon lavoro. Sapevo che a lavoro finito sarei stato buttato per cui immaginavo almeno un bravo, ma non fa niente va bene anche così. Sempre più spesso gli eroi lavorano nell'ombra.
Sono stato portato via e non sapevo dove, quando ho rivisto la luce ero in un garage polveroso e pieno di cose, cianfrusaglie ammassate senza un perché.
Sono stato afferrato e stretto in una morsa, ho avuto di nuovo tanta paura, figuriamoci quando poi ho visto avvicinarsi la punta di un trapano che aveva tutt'altro che un bell'aspetto.
Credo di essere svenuto dal dolore e quando mi sono risvegliato ero appeso ad un frigo in compagnia di una simpaticissima piantina grassa che mi raccontava storie assurde di pastori e pecore ed ho capito che anche lei veniva dalla mia terra, nonostante il lungo viaggio e tanti anni passati il destino mi aveva ricongiunto attraverso le sue radici alla mia terra.
Una dolce signora mi rinfrescava ogni settimana, ma credo lo facesse per la piantina, e tutti quelli che passavano mi facevano i complimenti.
Sono stato immobile per 6 lunghi anni, un solo impercettibile movimento avrebbe rovinato quel vino e nessuno mi ha detto niente, adesso che sono appeso ad un frigorifero, finalmente alla luce del mio amato sole ricevo complimenti da tutti.
Che bello, tutto questo lo devo solo a lui, Gianni, che ha visto nella mia fine un nuovo inizio, e lo stesso destino lo riserverà a tutte quelle “cianfrusaglie” che ho visto nel suo garage.
Ti devo delle scuse, ero spazzatura, giudicavo quelle cose cianfrusaglie e non avevo capito che quello non era un garage ma un laboratorio, un posto dove si cambia il destino delle cose inutili.

Spero che tutte quelle cose inutili a cui hai cambiato il destino sappiano ripagarti con ugual moneta, ovvero cambiare il corso della tua vita in quello che neanche immagini ma che alla portata della tua indiscutibile bravura.
Buon viaggio Gianni, arrivederci.

Nicola Mediatore (Luglio 2015)

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