«Ai Musei Capitolini ho detto "che spazio!" Qui non ci sono infrastrutture, gallerie, ma c’è amore e affetto e questo è prezioso. Io e mia moglie Mita stiamo apprezzando ogni momento, con il sindaco e con Renato. È una esperienza piacevolissima». Dopo essere stato in Vaticano, per la cerimonia di santificazione di Madre Teresa di Calcutta e aver tenuto una mostra personale nel prestigioso museo romano, il saluto di Raghu Rai alla comunità di Zungoli e ai nuovi amici,...

con i quali si è stretto un legame nonostante la distanza linguistica, è carico della stessa umanità catturata nelle immagini che lo hanno reso a pieno titolo il fotografo dell’India. «Siamo diventati amici per effetto di qualcosa di istintivo – dice –, un sesto senso, una risposta intuitiva, visto che non parliamo la stessa lingua».
Conquistato dall’ospitalità e da una natura molto diversa da quella indiana, Raghu Rai ha promesso che dedicherà a Zungoli una mostra e un libro. Non un caso per un uomo che si definisce «di spirito e di sentimento» e che sembra aver trovato nelle relazioni e nelle connessioni fra gli uomini la parola chiave del suo lavoro, come della sua esperienza personale. Non gli è difficile riandare alla sua India anche mentre si presta a essere ritratto fingendo di suonare il Flauto d’Argento appena ricevuto da Renato Fischetti: «In India c’è una divinità, Krishna, che suonava il flauto per attrarre bellissime dee. Io spero che questo riuscirò ad usarlo per tenere mia moglie Mita sempre accanto a me, visto che non mi è permesso – scherza - attrarre altre donne».
Con la stessa simpatia, nel senso più letterale del termine, si rivolge allo stesso Fischetti che descrive come «un incredibile narratore di storie», ma anche come «meravigliosamente matto», per la capacità di non nascondere e trattenere le emozioni, ma anche per aver seguito una sorta di traccia, dalla scelta di intitolare il premio a Werner Bischof, che con i fondatori Robert Capa e Henri Cartier-Bresson fu tra i primi componenti dell’agenzia Magnum, fino all’invito rivolto al fotografo dell’India, entrato nella stessa agenzia nel 1971.


Ma l’incontro di oggi e la mostra dedicata a Raghu Rai, allestita nel chiostro del Convento Francescano di Zungoli con una serie di scatti scelti dallo stesso fotografo, non sono soltanto una nuova tappa del percorso iniziato dodici anni fa dal Photoclub "Werner Bischof" di Guardia dei Lombardi: «Avere Rai qui è il momento più alto – spiega Fischetti –. Non ci sono premi importanti per la fotografia, se non negli Stati Uniti e appunto qui da noi e avere Rai darà al premio una notevole risonanza».
La scelta di conferire il Flauto d’Argento 2016 a Rai si origina nello spirito che da sempre anima la manifestazione, «nell’impegno sociale di cui è un perfetto interprete – sottolinea Fischetti prima della premiazione –, per cui oggi stiamo celebrando un grande fotografo, ma anche un grande uomo».
«L’umiltà che lo caratterizza e che trasmette a chi gli sta accanto è lo stesso messaggio delle sue fotografie», commenta il sindaco di Zungoli, Paolo Caruso, che da appassionato e conoscitore di fotografia evidenzia come Rai «mette cuore» nel suo lavoro. Non un occhio freddo sul mondo, ma «una carica emotiva sempre forte di fronte sia alla bellezza, sia alla drammaticità, come nelle immagini scattate a Bophal, che fanno anche paura, ma sono un messaggio a difendere l’uomo e il territorio». «Siamo stati un giorno insieme – racconta Caruso – e la sua macchina non si è fermata un attimo. Qualcosa scatterà anche in noi, dopo l’incontro con Rai, che mi auguro non sia l’ultimo».

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Il calore espresso dal sindaco si ritrova nella platea che riempie la sala del Convento in cui si tiene la premiazione e in molti si metteranno in fila al termine della cerimonia per una dedica sul catalogo della mostra realizzato dal Photoclub, dal Comune e da Quaderni di Cinemasud. «La comunità di Zungoli risponde in maniera sempre più partecipe e questa intelligenza, mi si permetta il termine, non si riscontra sempre, anche in contesti apparentemente più importanti – commenta il direttore di Quaderni di Cinemasud Paolo Speranza -. È la prova che i primi agenti del marketing territoriale di cui tanto si parla siamo noi, ma come è importante che la nostra terra sia conosciuta da figure che hanno tanto da trasmetterci, è altrettanto importante che noi conosciamo figure come Rai, che come si evidenzia nella mostra è capace di una grande versatilità. Come pochi rende allo stesso livello tutto l’insieme della realtà, cogliendo sia la tradizione, sia la modernità dell’India; sia i silenzi che sono la saggezza antica del suo Paese, sia il senso di movimento e cambiamento».
«Quello che serve alla fotografia è la presa di posizione e le fotografie di Raghu Rai fanno capire da che parte sta – osserva il fotografo Federico Iadarola -, perché non c’è un estetismo anestetizzante. Ma le sue foto non rappresentano l’India; rappresentano Rai. Il racconto – prosegue – non è altro che la persona che sta dietro e come per Guido Giannini (premiato con il Flauto d’Argento lo scorso anno e presente in sala, ndr.) non c’è bisogno di didascalie. Le sue foto non si prestano al fraintendimento della parola, ma si liberano».

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