Foto di Margherita D'Andrea/Radio Cometa Ross

Corpi in movimento. Musica che avvolge i corpi nello schermo e gli spettatori oltre la quarta parete. Colori marcati che convivono col bianco e nero e si risaltano a vicenda. Sguardi e gesti che chiamano direttamente in causa e non consentono una visione passiva.

Ecco ciò che hanno in comune i quattro cortometraggi di Antonello Matarazzo, artista, regista e video maker avellinese, proiettati ieri sera al Carcere Borbonico di Avellino nell'ambito del Laceno d'Oro.
"Folias para 5", "Your Body Is Your Buddha", "4B Movie", "80 Kg. In mortem Johann Fatzer". Quattro esperienze visive, più che semplici filmati, estremamente intense, che affrontano quattro grandi temi del mondo: l'espressione della follia e il nostro continuo chiederci cosa possa essere definito davvero come tale; la manifestazione delle forme di vita della terra attraverso la comunicazione gestuale umana, perché nonostante tutto conserviamo la primordialità delle origini; che cos'è l'arte teatrale in un continuo scambio di visioni che portano lo spettatore ad essere a sua volta spiato da ciò che guarda; la morte che riduce ad un mucchio di carne, sale ed acqua anche l'uomo che si creda il più forte.
Quattro lavori diversi tra loro, ma assimilabili ad una stessa "firma", ad un comune denominatore che si muove lungo il filo della ricerca multimediale ma parte sempre dalla presenza fisica.
«La danza era già scritta nei tuoi lavori», commenta Aldo Spiniello, caporedattore di Sentieri Selvaggi, nel presentare lo speciale connubio andato in scena su due dei quattro filmati: quello tra le danzatrici del corso di laurea del Teatro Carlo Gesualdo in Coreografia, coordinate da Hilde Grella, e i personaggi di Matarazzo. L'esile fanciulla che non mostra mai il suo volto di "Folias para 5" è sbucata dai giardini (Michela Tartaglia), mentre il soldato Johann Fatzer si è mostrato sul muro di cinta che sovrasta lo schermo (Martina Ferrante).
«Mi piaceva l'idea di rendere un'immagine del film nel contesto reale – dichiara Matarazzo – L'attore dietro la telecamera è un'immagine restituita, mentre in questo modo si raggiunge materialmente lo spettatore, lo si tira dentro».
«Come ci è venuto in mente questo momento performativo? Galeotta fu la sigla», scherza Adriana Borriello, responsabile del corso di studi tersicoreo e protagonista del video che anticipa tutte le proiezioni di quest'edizione del Laceno d'Oro, a cura proprio di Antonello Matarazzo. Un gioco di sguardi e travestimenti, in cui i movimenti della danzatrice attraverso gli accessori che indossa creano il pretesto per lasciare spazio alle immagini di repertorio più belle della storia della kermesse.
Eppure, nonostante i lavori presentati in questo spazio dedicato al film-maker irpino siano tutti muti, è molto forte anche il legame con il linguaggio canonicamente inteso, con le parole. Nei giochi di assonanze dei titoli, in alcune frasi ben visibili nel contesto scenografico, nelle opere letterarie e teatrali a cui sono ispirati. «Non mi piace quell'accezione di arte concettuale che la vuole tanto più interessante quanto più è incomprensibile e lontana dallo spettatore – afferma Matarazzo – A me interessa raggiungere lo spettatore. È un atto d'amore ma anche l'impulso principale di un artista: comunicare. Spesso si parla attraverso l'arte perché c'è una difficoltà di fondo a farlo in altre forme. È una stampella, ma anche una sublimazione della comunicazione perché fare arte non è come dialogare in un bar. Ma lo scopo principale resta quello di comunicare».
Parola, gesto, suono, colore. Qual è la suggestione primaria dalla quale nascono le visioni di Antonello Matarazzo? «Non c'è una metodologia precisa. Sono un autore intuitivo e quindi mi baso su percezioni che a volte neanche io so sviscerare completamente, ma che sono delle partenze. A volte può essere una sensazione data dalla musica, altre volte un'immagine. Qualsiasi cosa».
E dopo il Laceno d'Oro, quali sono gli impegni del futuro prossimo? «Un progetto installativo sul tema della Disfida di Barletta che sarà inaugurato ad ottobre nel castello svevo della cittadina pugliese, ed è finanziato proprio dalla Regione Puglia».

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