«Avevamo chiesto alla magistratura di indagare con accuratezza, come del resto ci aspettavamo che facesse, dando tutta la nostra fiducia, per capire cosa realmente fosse successo a nostro padre.


Troppi sono gli elementi che rendono questo caso difficile. Ci rendiamo conto anche che possa essere scarso l’interesse, perché morire a settantatré anni senza una malattia, senza aver conosciuto la vecchiaia, per qualcuno può essere considerata addirittura una fortuna.
Adesso che la magistratura ha archiviato il caso come suicidio, liquidando le tante inquietanti incongruenze come stranezze non meritevoli di indagine, quello che ci domandiamo è se un’incongruenza possa essere ritenuta, di per sé, un mancato indizio. Se, cioè, ci si possa accontentare di un’ipotesi di suicidio.
Il Gip ha scritto che noi non accettiamo il suicidio di nostro padre perché ci vergogneremmo del gesto, che addirittura getterebbe - testualmente - «un velo sinistro sulla figura di un professionista assai noto nell’ambiente cittadino».
Questa è una considerazione che noi contestiamo con fermezza.
La nostra famiglia non rifiuta pregiudizialmente l’ipotesi del suicidio, ma vorrebbe che questa ipotesi fosse ancorata a dati certi, non a valutazioni moralistiche francamente inaccettabili, e neppure a congetture cui si è arrivati in mancanza di elementi conoscitivi dirimenti.
Eppure, in occasione della nostra richiesta di approfondimento investigativo, avevamo indicato una dozzina e mezzo di “fatti” oggettivi, bisognevoli di verifica, ed altrettanti “fatti” oggettivi, che contrastavano la plausibilità dell’ipotesi suicidiaria, allegando alla articolata memoria difensiva due consulenze tecniche che dimostravano la frettolosità delle conclusioni cui erano pervenuti, sino a quel momento, gli Investigatori.
Ma, siamo costretti ad osservare, come, né le richieste difensive avanzate, né le deduzioni tecniche, né le nostre consulenze, siano state ritenute meritevoli neppure di un cenno da parte del Magistrato: che ha loro disconosciuto finanche il diritto ad essere anagraficamente menzionate tra gli atti del suo fascicolo, limitandosi a riproporre, e non senza imprecisioni, la richiesta di archiviazione formulata dagli Organi Inquirenti.
Non sappiamo, oggi, perché le nostre osservazioni critiche e le nostre richieste di indagine fossero errate o inconducenti; il confronto in contraddittorio svolto in camera di consiglio innanzi al Gip è come non fosse mai avvenuto.
Le nostre richieste di certezza sono rimaste inascoltate. Neppure apparentemente percepite.
Eppure, noi volevamo e vogliamo solo conoscere la verità, disponibili ad accettare l’ipotesi che nostro padre, per sua scelta, si sia tolto la vita: a condizione che tutte le anomalie di questo ipotizzato suicidio vengano prima risolte, non in ossequio alle congetture dei tecnici dell’Ufficio Requirente, peraltro neppure coerenti tra loro, ma secondo razionalità.
A questa verità, a questa serenità frutto della conoscenza, avevamo ed abbiamo diritto».

La famiglia Masucci

 

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