Dopo solo cinque mesi il Movimento Cinque Stelle perde la guida del Comune capoluogo. L’opposizione (maggioranza numerica) si compatta e indica la porta d’uscita al Primo cittadino pentastellato.

A nulla sono valsi gli inviti di Ciampi, anche a mezzo stampa e via social network, di portare in aula consiliare prima il dissesto. Per i consiglieri che hanno votato la sfiducia la “misura è colma” e per quanto concerne il dissesto “ci penserà il commissario prefettizio”. Dai consiglieri del Partito democratico ai Popolari, da Mai Più a Si Può e Forza Italia, la discussione consiliare si è tradotta in un “no” corale all’operato all’amministrazione Ciampi.

L’esperienza dei Cinque Stelle alla guida del Comune di Avellino si infrange sui 23 voti favorevoli accordati alla mozione di sfiducia portata in aula con 19 firme e, cinque mesi esatti dopo la vittoria del 24 giugno, cade la prima amministrazione pentastellata di un capoluogo campano.
Contro il sindaco Vincenzo Ciampi i consiglieri dei gruppi Pd (Ambrosone, Capone, La Verde, Montanile, Nargi, Petitto), Davvero Avellino (Gianluca Festa, Maggio, Negrone), Avellino è Popolare (Pizza, Nicola Giordano, Bilotta, Pericolo, Verrengia), Insieme Protagonisti (Gaeta, Luongo), Forza Italia (Fruncillo, Iandolo), Mai Più (Cipriano, Leonardo Festa, Marietta Giordano), Si Può (Arace) e La svolta inizia da te (Preziosi).

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A suo favore invece i consiglieri del M5S Aquino, D'Alessandro, D'Aliasi e Ridente e il consigliere Iacovacci, mentre si sono astenuti Laudonia, Morano e Percopo.
Esito ormai scontato, ma raggiunto dopo circa sei ore di Consiglio, in una seduta già animata di per sé e che si è conclusa in un clima di bagarre, a seguito della richiesta dello stesso sindaco di prendere la parola. Caos anche all’avvio delle operazioni di voto, per appello nominale, poi accompagnate dalle voci di chi nel pubblico teneva il conto dei voti favorevoli alla sfiducia. A segnare il declino dell’amministrazione Ciampi anche la netta differenza di clima rispetto all’acclamazione chiassosa che ne accompagnò l’insediamento e che si è trasformata oggi più di una volta in sonore contestazioni.
Né dai banchi sono stati risparmiati attacchi al primo cittadino che ancora una volta dopo la lettura del testo della mozione da parte del presidente del Consiglio Ugo Maggio, ha sostanzialmente chiesto di non essere sfiduciato appena 120 giorni dall’insediamento, ma soprattutto in relazione alla dichiarazione di dissesto finanziario, «una operazione condotta per il bene della città – ha detto - perché gli avellinesi devono sapere da dover partire e non può essere boicottata per congelare un'amministrazione dopo appena 4 mesi».
Vano anche il tentativo di aprire a una maggiore condivisione con i gruppi consiliari, dicendosi disponibile all’indomani del dissesto, «ad avviare un discorso di gestione del governo cittadino».
A destare particolare scalpore, tanto più per la differenza di tono e contenuti, un post pubblicato, poi scomparso e infine ripubblicato sul profilo Facebook del sindaco in cui, tra le altre accuse, la sfiducia è definita come «il frutto innanzitutto di una ritorsione di chi ha maldigerito l'esito del voto, di chi pensava di sedersi in poltrona per continuare a fare i propri interessi».


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