«Il Collegio osserva come le censure dedotte in ricorso - sebbene possano apparire specifiche - si esauriscano in mere affermazioni labiali, basate unicamente su fatti privi di qualsivoglia supporto documentale necessario a suffragarle ed a giustificare l’attivazione dei poteri istruttori richiesti».


Questa la ragione per la quale il collegio presieduto dal giudice Francesco Riccio e composto da Eleonora Monica e Angela Fontana ha ritenuto inammissibile il ricorso per l’annullamento del verbale delle operazioni dell’Ufficio Elettorale Centrale pubblicato il 12 luglio, recante la proclamazione degli eletti alla carica di consigliere comunale di Avellino, presentato dal sindaco Vincenzo Ciampi, dai consiglieri Donatella Buglione, Fabio D’Alessandro, Gianluca Forgione, Ferdinando Picariello, Rita Sciscio (poi nominati in giunta) e Lorenzo Ridente e dei candidati non eletti del Movimento Cinque Stelle Carmela Carullo, Francesco Corbo, Alessandro D’Archi, Jean Pierina D’Argenio, Mara Fiore, Maria Antonietta Gimelli, Stefania Guarino, Vincenzo Spagnuolo e Cinzia Zeccardo.
Le motivazioni del dispositivo emesso lo scorso 3 ottobre dalla Prima Sezione del Tar di Salerno (leggi qui) pubblicate oggi spiegano infatti come, sebbene in materia elettorale la prova che il ricorrente deve fornire sia attenuata, «sia necessario che il ricorrente fornisca un principio di prova circa i fatti dedotti posti a base del ricorso, facendo riferimento a circostanze oggettivamente desumibili dagli atti del procedimento elettorale, quali la sussistenza di contestazioni o dichiarazioni dei rappresentanti di lista contenute nei verbali delle singole sezioni in cui le dedotte irregolarità si sarebbero realizzate, non essendo una seppur precisa descrizione del numero delle schede e delle modalità di voto che formano oggetto della censura sufficiente ad adempiere all’onere probatorio incombente su parte ricorrente laddove non vi sia nemmeno un qualunque valido indizio di natura documentale dei vizi allegati».
I giudici del Tribunale amministrativo sottolineano, quindi, che «l’attenuato rigore dell’onere probatorio non deve, dunque, sfociare nella generica indicazione di elementi avulsi da riscontri oggettivi documentali che inducano a reputare la prospettazione del vizio come mero espediente per provocare un inammissibile riesame ope iudicis delle operazioni dello scrutinio e un’eventuale correzione dei risultati elettorali (in termini, Consiglio di Stato, Sezione V, n. 2539/2010 e T.A.R. Campania, Salerno, Sezione I, n. 6933/2009), anche considerato che l’ammissione di un ricorso sostanzialmente esplorativo finirebbe per trasfigurare totalmente il ruolo del sindacato giurisdizionale in materia elettorale, attribuendo al giudice la funzione di "scrutinatore di secondo livello" col mandato di ripetere le operazioni di spoglio (in termini, T.A.R. Sicilia, Catania, Sezione II, n. 2347/2008)».
Ancora, si legge nelle motivazioni: «Nel caso di specie, nessuna delle contestazioni sollevate dal ricorrente con il ricorso in esame risulta essere stata oggetto di reclamo in sede di scrutinio, non emergendo dai verbali delle rispettive sezioni alcuna specifica osservazione da parte di quei soggetti che hanno il compito di far rappresentare in modo formale e unicamente in tali verbali le eventuali irregolarità delle singole operazioni elettorali».
Insomma, nessun elemento a supporto del ricorso compare in alcun atto tra quelli compilati nelle sezioni elettorali numero 1, 7, 11, 12, 13, 15, 16, 17 18, 19, 22, 23, 24, 25, 26, 30, 31, 33, 35, 36, 37, 39, 40, 41, 42, 43, 45, 46, 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56, 58, 59, 60, 61 e 68, quelle per cui l’amministrazione Cinque Stelle aveva richiesto il riconteggio dei voti: «Ben si comprende come, anche alla luce di tali affermazioni, tutte le censure formulate in ricorso si riducano ad affermazioni sfornite di qualsiasi supporto documentale o altro riscontro attendibile, non risultando dai verbali, né da altri atti o documenti (quali, ad esempio, dichiarazioni dei singoli elettori, rese sotto assunzione di responsabilità penale) che si siano verificate le asserite irregolarità e non avendo parte ricorrente nemmeno indicato da quale fonte abbia appreso l’asserita errata assegnazione dei voti di preferenza».
«In conclusione, per quanto detto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile – chiudono i giudici -, in quanto privo di sufficienti elementi probatori, mal celando, quindi, un mero intento esplorativo, reso, vieppiù, evidente dal numero delle schede che si richiede di scrutinare».

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