«Non c’è un segreto, basta vivere con sobrietà e si arriva lontano». Biagio Capossela non rivela la ricetta che gli ha permesso di compiere 100 anni essendo ancora in buona forma, dovendo rinunciare al sudoku, «per tenere la mente in esercizio» dice, o alla lettura del giornale solo a causa dell’indebolimento della vista. Fino a un paio di anni fa, però, l’ex capostazione avellinese ha sempre tenuto viva la passione per l’informazione, collezionando editoriali e articoli di cultura e apprezzando in particolare i libri di inchiesta.


Attorno a lui, in occasione della visita del sindaco della città Paolo Foti, c’è infatti gran parte della numerosa e affettuosa famiglia che ha condiviso con lui tante esperienze e non gli fa mai mancare la propria presenza.
Al coronamento di cento anni trascorsi sempre con entusiasmo e vitalità, la targa di cui Foti ha voluto omaggiarlo è una piacevole sorpresa e Biagio Capossela se ne dice onorato. «Testimone di un secolo di vita cittadina l’augurio di poter ancora a lungo trasmettere alle giovani generazioni la memoria delle nostre tradizioni», questo l’auspicio riservatogli dall’amministrazione comunale. Il primo cittadino, che si è fermato a scambiare due chiacchiere con lui, gli ha anche raccomodato di non esagerare durante la festa programmata per la sera a Starze di Summonte con tutti i familiari ma, anche a Foti, Biagio spiega: «La mia moderazione è costante e quando mangio cerco solo di nutrirmi».


«L’augurio – dice il sindaco - è che continui con questo sano stile di vita che lo ha portato a un traguardo importantissimo». Tanto più importante dopo una vita intensa, che lo ha visto insieme alle sorelle Maria, Lucia, Gina e Attilia restare orfano di padre ad appena sei anni. Cresciuto nell’Orfanotrofio maschile, ex Monastero delle Suore dell'Ordine delle Carmelitane a Piazza del Popolo, Biagio ha appreso negli anni del collegio oltre alla grammatica e alla matematica, le lezioni di potatura e rudimenti di agricoltura presso la Scuola agraria nella sede dei Platani, le attività del laboratorio di cucito, diretto dal sarto Famiglietti grazie alle quali ha imparato a nove anni a fare a macchina rammendi delle uniformi di cotone degli orfanelli. Ha frequentato anche l’officina di falegnameria dei fratelli Ravallese e il laboratorio di fabbro gestito dal maestro Raffone ed è stato chierichetto nella chiesa di Rione Speranza, al fianco dell’indimenticato don Giovanni Gionfrida.
A diciotto anni comincia a lavorare come fattorino all’Unione Industriali dove resta fino al 1937. Militare durante la Seconda guerra mondiale, nonostante fosse unico figlio maschio di madre vedova, viene mandato ad Alcamo, Sicilia. Dopo lo sbarco alleato, a piedi per 10 giorni fino a Messina (10 luglio 1943), raggiunge Bari col suo reggimento e da lì, con il 24° Autogruppo, Verona, da dove si partiva per il fronte russo. Ma una banale infezione lo tiene ricoverato in ospedale per essere mandato a casa in convalescenza il 6 settembre del 1943. L’armistizio lo trova, quindi, a casa, ad Avellino, ma durante il bombardamento del 14 settembre, viene lievemente ferito alla testa da una scheggia della bomba caduta nei pressi del palazzo adiacente alla chiesa del Rosario. Si era riparato in cantina con la madre e le sorelle, due delle quali sono più gravi (Gina morirà il 9 ottobre), e come altri feriti, riesce ad arrivare all’ospedale, rimasto però a corto di medici e personale. Nei giorni successivi accompagna il dottore Paolucci che girava per la città, la periferia e le campagne dei dintorni, a curare i feriti.

Targa 100 anni capossela
Dal 1946 al 1948 è secondo autista della ditta di trasporti "Giuseppe Argenio" per poi passare “autista di prima” presso il GRA (Gestione Raggruppamenti Autocarri). Preparato dalla nipote, l’insegnante Adalgisa Mediatore, prende il diploma di scuola media e nel 1954 partecipa e vince il concorso nelle Ferrovie dello Stato. Dal 1956 è capotreno di prima classe fino al pensionamento, nel settembre del 1977, lungo le tratte Avellino-Napoli e Avellino-Rocchetta Sant’Antonio.
Nel 1954 sposò Giuseppina Capriolo con cui ha avuto i quattro figli Gina (docente al Liceo "Virgilio Marone" di Avellino), Carmelina (titolare col marito di un laboratorio fotografico), Titti (docente al Geometra "D’Agostino" di Avellino) e Attilio, ragioniere. È vedovo dal 2014, ma non gli manca mai la vicinanza anche dei 10 nipoti diretti Valentina, Francesco, Angelo, Annaletizia, Rossella, Irene, Fabrizio, Angelino, Salvatore e Andrea e dei 9 nipoti collaterali: da Maria: Isa, Anna, Antonio, Attilio e Mino; da Lucia: Filomena, Tonino e Attilio.
Il suo motto ai figli è «Vogliatevi bene, sempre e comunque», mentre ai nipoti ripete spesso «il sapere premia».

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