Anche se il meteo non sembra volerci aiutare sul serio, con l’avvicinarsi della fine di maggio è davvero giunto il momento del tanto temuto “cambio di stagione”. Via dall’armadio maglioni e calosce per fare spazio a canotte e sandali.

Ciò che succederà a chiunque affronti questo “rito di passaggio” che ci impegna almeno due volte all’anno è abbastanza prevedibile: stanze nel caos per ore (se si è fortunati) o giorni (se si è più impegnati), pile di abiti da sistemare e, soprattutto, da riprovare e valutare. Perché ad ogni cambio c’è sempre quel paio di pantaloni che ci va troppo stretto o troppo largo, quella camicia che non ricordavamo di avere, quel foulard che non ci piace più. Il risultato è almeno una scatola di abiti ed accessori che non metteremo e che finirà a prendere polvere in soffitta nell’attesa di fare uno dei due atti che ci promettiamo sempre di compiere ma che in realtà non realizziamo quasi mai: rivendere tutto su internet per acquistare qualcosa di diverso o dare tutto in beneficenza.
Ma quest’anno potremo cogliere l’occasione per tenere fede ai buoni propositi e contemporaneamente passare un piacevole pomeriggio in modo originale. Il 31 Maggio a partire dalle 18.00 presso l’Open Space di Pietrastornina ci sarà il primo Swap Party della provincia di Avellino, nato grazie alla collaborazione della fashion blogger avellinese Donatella Gaeta: «Uno Swap Party un evento nel corso del quale ci si scambia gli abiti ed i vestiti – ci racconta – Una specie di “baratto 2.0”. Si può organizzare in casa, tra amiche. Oppure si può dare la possibilità a più persone di partecipare e allora servono un locale e delle regole più precise. L’Open Space mi ha contattata perché aveva voglia di proporre qualcosa di mai visto prima in Irpinia, e così è nata l’idea».

Come si partecipa ad uno Swap Party?

«Si porta nel luogo dell’evento un numero di indumenti e accessori che stabilisce l’organizzazione, si sceglie il criterio per gli scambi e si comincia. Non c’è una ricetta unica, ma ci sono alcune linee guida che si possono seguire. Noi abbiamo pensato ad un minimo di 3 fino ad un massimo di 5 capi, dei quali uno deve essere un accessorio, in modo che anche i partecipanti con taglie o gusti difficili possano trovare qualcosa da scambiare. Ad ogni capo si assegna un valore in “bollini”, da 1 a 3, ed a chi ha portato i capi verrà fornito un corrispettivo in crediti da poter utilizzare per portare via i capi degli altri. Tutto ciò che non verrà swappato verrà devoluto in beneficenza al Gruppo di Volontariato Vincenziano di Avellino».

Su che base si assegna la valutazione di un capo?

«Parliamo di abiti e accessori usati, quindi non è possibile basarsi sul mero valore monetario. Diciamo che si valuteranno la marca, la fattura, lo stato dell’oggetto, in modo da restituire in crediti il giusto “peso” di quanto si vuole swappare e per evitare che, ad esempio, si scambi senza controllo una borsa di Zara con una di cotone più dozzinale. In nessun caso di usano sold o c’è vendita diretta».

Dove e quando nascono gli swap party?

«Ovviamente negli Stati Uniti, dove hanno origine tutti i maggiori trend perché le novità riescono ad avere subito una grande eco e d un buon seguito. Sono piuttosto recenti, si parla di “swap party” da meno di dieci anni. In Italia sono arrivati da poco e prima al Nord, da Firenze a salire funzionano molto. Con questo primo evento in Irpinia spero di dare il via anche ad altre iniziative dalle nostre parti».

Donatella Gaeta

Ti definisci una fashion blogger. Cosa fa esattamente una fashion blogger e come è nata in te la voglia di diventarlo?

«Una fashion blogger scrive di moda, stile, cerca nuove tendenze, dà consigli. Io sono una ragazza normale, non ho studi di moda alle spalle, e volevo unire la passione per la scrittura a quella del fashion. Ho sempre occupato il mio tempo con piccole attività creative, dal disegno alla realizzazione di gioielli artigianali, e mi è sempre piaciuto il mondo della moda. Do consigli alle amiche, adoro lo shopping. Un giorno mi è venuta quest’idea e così è nato il mio blog, Lo stile di Artemide. All’inizio non sapevo nulla di linguaggi di programmazione, mi sono messa a studiare e mi si è aperto un mondo. Pian piano hanno cominciato a seguirmi, chiedermi consigli, contattarmi, e ormai sono due anni che vado avanti. Mi sento a metà tra i grandi magazine che si occupano dell’argomento e le persone che vogliono più spicciolamente fruire di consigli a riguardo ma che magari non hanno familiarità con la terminologia specifica della moda».

Come mai questo nickname “mitologico”?

«Mi è sempre piaciuta la mitologia greca e volevo giocare col fatto che le iniziali del mio nome completo, Donatella Eleonora Anna, formino la parola “dea”. Ho scelto Artemide perché per me rappresenta uno stile semplice, pulito, forte. E poi era la dea della caccia: lei cacciava animali, e io vado a caccia di tendenze!».

Quello della fashion blogger può essere considerato un lavoro?

«Dal punto di vista dell’impegno lo è perché impiego gran parte del mio tempo, faccio ricerche, mi do delle scadenze. Mi sono imposta di scrivere almeno due post a settimana, programmo le mie uscite. Ma è molto difficile farlo diventare il lavoro da cui guadagnare con stabilità. Per il traffico del blog e i banner pubblicitari ci vogliono numeri enormi. Qualche volta mi contatta un brand e mi chiede un post sponsorizzato, ma il guadagno è limitato alla singola collaborazione, non c’è mai niente di fisso. Inoltre, quando mi contattano per scrivere di prodotti che non riscontrano i miei gusti rifiuto, anche se sono proposte a pagamento, perché mentirei a chi mi segue e anche perché non sarei capace di tirare fuori un post di buona qualità».

Oggigiorno essere una fashion blogger “va di moda”. Siete tantissime. Come scegliere?

«Si arriva sui blog e si comincia a leggere come la fashion blogger scrive, quali sono gli argomenti che tratta e come, e se riscontra il suo gusto si continua a seguirla, le si scrive, le si propongono collaborazioni. Chi è interessato davvero è attento. Di base, io preferisco sempre e comunque realizzare un post che elaboro dopo essermi documentata e non faccio mai mancare un tocco personale. Non mi limito mai alla sola foto, cosa che fanno molte perché grazie a social network che funzionano per immagini, come Instagram, in tante pensano che basti scattarsi una foto per diventare “guru della moda”. Di sicuro chi ha tanti follower diventa una influencer, ma alla lunga per avere i feedback servono i contenuti».

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