«I medici devono essere i primi a schierarsi contro le trivelle in Irpinia. È loro preciso dovere perché conoscono benissimo tutti i rischi ai quali andiamo incontro e sarebbe un’idiozia qualsiasi altra presa di posizione». Antonio Marfella è davvero un fiume in piena. Non a caso è ampiamente conosciuto per la sua posizione in merito alla questione Terra dei Fuochi e per il suo grande impegno a difesa dall’ambiente.

Marfella è un medico, per la precisione è tossicologo oncologo dell’Istituto Pascale di Napoli, componente dell’Osservatorio Ambientale Indipendente di Acerra e membro del direttivo nazionale dell’Isde (Internetional Society of Doctors for Environment, l’associazione internazionale dei medici per l’ambiente). Ed è stato proprio in occasione della recente inaugurazione della sezione Isde avellinese che il professore, tra gli ospiti al taglio del nastro, si è schierato senza se e senza ma contro le trivelle in Irpinia, giudicandole un rischio enorme per la salute della nostra terra e per le riserve d’acqua dell’intera regione.

Non si poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di approfondire la sua analisi e di dare la parola ad una categoria, quella medica, che in materia non si è ancora pronunciata con convinzione, e Marfella non ha indugiato a lanciare un vero e proprio appello ai suoi colleghi di ogni genere e specializzazione, irpini in primis: «Dobbiamo smetterla di parlare “dopo”, di analizzare i danni quando sono avvenuti. Il nostro dovere prioritario è la difesa della salute complessiva e delle leggi naturali che mantengono l’equilibrio dell’ambiente. Permettendo l’azione delle trivelle mettiamo a rischio l’acqua, che non è soltanto una risorsa senza la quale non possiamo sopravvivere, ma che è a tutti gli effetti parte del nostro materiale genetico».

Le convinzioni del dottore non nascono certamente da un pensiero di romantico ambientalismo astratto: «Il nostro pianeta è composto per i 3/4 di acqua, ma quella che permette alle nostre matrici biologiche di essere tali non supera il 2,7% del totale disponibile e si sta riducendo sempre di più. Viene recuperata con enormi costi dove non è predisposta all’uso e noi che cosa facciamo? Decidiamo di inquinare le falde dei pochi bacini di acqua ancora buona con scelte scellerate. Non ci rendiamo conto che, oltre a garantire la nostra sopravvivenza, l’acqua garantisce il mantenimento dell’industria primaria, quella agroalimentare, l’unica che si sta dimostrando efficace per uscire da un sistema finanziario in crisi che si è rivelato fallimentare. È un elemento dal quale non si può prescindere per ripartire. Davvero vogliamo correre il rischio che una trivella si rompa e inquini fin nelle profondità della terra?».

Ma chi è d’accordo alle trivellazioni definisce “apocalittica” questa presa di posizione. Se tutto viene fatto come si deve non ci sono rischi per le falde. «Chi sostiene le trivelle o è un idiota, perché non guarda aldilà del proprio naso, o è un venduto, perché antepone l’interesse di chi lo paga a quelli dell’intero paese. Tertium non datur – è la replica secca di Marfella – Innanzitutto, non si può mettere a rischio la falda dell’unica acqua ancora “tranquilla” della Campania, quella degli Appennini, basandosi sui “se”. Secondo punto: il petrolio che verrebbe estratto è “sporco”, vulcanico. Non si può trasportare per essere raffinato, quindi deve essere lavorato lì dove viene preso. Questo vuol dire che accanto ai pozzi sorgeranno le raffinerie, e non c’è bisogno di avere un’immaginazione troppo forte per rendersi conto dell’inquinamento che ne verrò fuori, e dei danni che causerà a tutto l’indotto agroalimentare, dal terreno, all’aria, alle vigne. E mi chiedo: a pro di che? Quali sono i vantaggi? Per scoprirlo basta farsi un giro in Val D’Agri, in Basilicata, dove gli animali non bevono più dalle sorgenti d’acqua, oppure a Gela, in Sicilia, dove c’è il polo petrolchimico e dove c’è il più alto numero di malformazioni neonatali d’Italia. Siamo onesti: quelli che vogliono trivellare sono i grandi elettori che hanno dato soldi per le campagne elettorali e adesso devono avere qualcosa in cambio».

Parole forti, quelle di Marfella, ma convinte: «Quella del petrolio come soluzione alla crisi, soprattutto nelle zone ad alto rischio sismico, non dovrebbe essere neanche un’ipotesi. Mi si obietta che sono un nemico del progresso? Basta fare l’esempio degli Stati Uniti d’America, che non mi sembra siano dei detrattori dell’energia fossile, eppure hanno una legge che vieta le trivellazioni entro un raggio di 160 km dal limite delle faglie. Al di qua è al di là di una zona sismica, per quasi 200 km, è vietato perfino pensare di fare un buco. E invece noi lo vogliamo fare sulla zona più a rischio terremoti d’Italia».

Il vantaggio dovrebbe risiedere nell’energia prodotta e nella creazione di posti di lavoro che sorgerebbe dagli impianti estrattiferi. «Sciocchezze – chiosa Marfella – I pannelli solari diventeranno sempre più la norma e ormai si è dato il via alla produzione di macchine ad idrogeno. Tra dieci o vent’anni al massimo, neanche il tempo di partire con l’industria petrolifera a pieno regime, già sarà tutto cambiato e il processo è già iniziato. È di questo che hanno paura quelli che sostengono il petrolio e per questo stanno mettendo in atto un palese tentativo di confondere, parlando di “antagonismo politico” mentre i NoTriv dovrebbero semplicemente essere tutti quelli che hanno a cuore la propria terra, a prescindere dal colore politico».

La sintesi della critica di Marfella si può racchiudere così: lo sfruttamento del petrolio non comporta vantaggi di alcun tipo, energetico, economico, medico, ambientare, salutistico.  «Come se non ci fossero bastati i tentativi sbagliati del nucleare. I medici devono parlare prima degli altri, perché spetta a loro preservare le matrici biologiche umane, ma tutti devono fare la loro parte. In Irpinia non ci dovrà essere un solo sindaco, parroco, cittadino, che debba permettere alle trivelle di agire. Gli irpini si sono uniti e fatti sentire contro la munnezza falsamente napoletana, adesso devono dimostrare di essere veri lupi e protestare ancora più forte».

La remora più grande è, infatti, quella che sia tutto inutile, che un semplice cittadino non possa fare nulla per cambiare le decisioni prese dall’alto. Ma per Marfella non è così: «Chi difende il proprio territorio non deve avere nessuna esitazione. La Costituzione è dalla parte di chi vuole agire a tutela della propria patria, e chi ci tiene deve attuare tutte le forme di resistenza possibili. Ormai siamo il paese del “dritto” e non del diritto, perché le leggi le fanno i furbi a favore di chi ha i soldi, ma i nostri avi si sono trovati in condizioni ben peggiori di noi, eppure si sono ribellati e hanno ottenuto dei risultati. Inoltre non consideriamo l’importanza del voto… Compete ad ognuno, ai singoli, prendere una decisione chiara in materia e portarla fino in fondo con ogni mezzo».

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