Un centinaio di persone tra pazienti e familiari occupa la sede dell’Aias di Avellino e interviene il sindaco della città, Paolo Foti, sollecitando un confronto in Prefettura con tutti le parti in causa, dunque i commissari dell’associazione Antonio Maurizio Arci e Remo Del Genio, una rappresentanza dell’Asl; i sindacati e, oltre allo stesso Comune, anche una delegazione delle persone che usufruiscono dei servizi di riabilitazione presso il centro.

È il nuovo capitolo nell’intricata vicenda che sta interessando la struttura di via Morelli e Silvati, dove all’esito dell’ispezione dei Carabinieri del Nas le attività sono sospese, ma le porte rimangono aperte. L’incontro, richiesto telefonicamente al prefetto Maria Tirone dal sindaco Paolo Foti dopo essere stato avvertito dell’occupazione pacifica del centro dal deputato di Sinistra Italiana Giancarlo Giordano, accorso anche lui presso il centro, si terrà domani mattina alle 10.30.
Ma la rabbia dei pazienti e delle loro famiglie non cala. Chiamano a gran voce i commissari Arci e Del Genio di cui criticano l’assenza questa mattina e contestano con decisione la totale assenza anche di comunicazioni ufficiali (sono in mattinata l’Asl ha inviato una nota per informare del trasferimento dei pazienti, in parte al Centro Australia e in parte all’ospedale Landolfi di Solofra, leggi qui) che li lascia in un limbo insopportabile, non potendo fare a meno di prestazioni essenziali e non volendo veder gettati al vento gli sforzi fatti.
«Sono stata contattata ieri dal Centro Australia per portare lì mia figlia – spiega una mamma al sindaco, intervenuto nella vicenda quale massima autorità sanitaria in città -, ma cambierebbe il personale e per una bambina che è abituata da un anno e mezzo ai propri terapisti e ha avuto risultati stupefacenti, cambiarli significa tornare indietro e perdere quanto fatto di buono finora».

Protesta Aias Giordano Foti DAcunto 15022018 2
In questo clima di confusione, in cui le notizie si rincorrono frammentarie e a solo livello di indiscrezioni, il sindaco ha ascoltato le rimostranze di molti dei familiari dei pazienti, rassicurandoli e mettendosi quindi subito in contatto con la Prefettura per rappresentare la loro urgenza.
«Bisogna diradare questi dubbi – afferma Foti - e sapere se vi è un motivo ostativo all’utilizzo di questa struttura di carattere preventivo o sanitario, e in questo caso ovviamente non si può utilizzarla, oppure se c’è una ragione di cautela giudiziaria ai fini delle indagini. Ma d’altra parte non sembra sia accaduto nulla del genere, perché la struttura è aperta e non è stata sequestrata. Diversamente – osserva il primo cittadino - i Nas avrebbero apposto i sigilli. Comunque – continua Foti, parlando alle famiglie e agli assistiti -, questi aspetti non devono pregiudicare la soluzione alternativa che va trovata e deve essere la meno disagevole, innanzitutto per i pazienti e poi anche per i familiari».
«Domani ci saranno tutti gli attori – è la rassicurazione conclusiva di Foti - e si potrà valutare la situazione ed entrare nel merito. Se ho ben capito, il commissario Arci con cui ho parlato a telefono, diceva che potrebbero garantire anche l’attività terapeutica domiciliare».
Tra le varie ipotesi prospettate, questa sembra incontrare al momento il maggior favore delle famiglie, perché implicherebbe un disagio minore rispetto al trasporto degli assistiti e sarebbe preservata una continuità terapeutica che non tralasci l’importanza dei risvolti anche umani dell’attività svolta dal personale Aias, tanto più preoccupato di non vedere interrotto il proprio lavoro, dal momento che questo viene assicurato in maniera del tutto gratuito da mesi, in assenza dell’erogazione delle spettanze da luglio 2017.
Anche stavolta come in tutte le recenti manifestazioni, un fronte comune che vede fianco a fianco gli operatori della riabilitazione e i pazienti nonché i loro familiari, che condividono «una situazione di grandissimo disagio, che non si può chiamare emergenza visto che tutti sapevano», spiega a Foti al suo arrivo presso il centro il segretario generale della Fp Cgil Marco D’Acunto, rappresentandogli le difficoltà e le incertezze di queste ore.

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«Lavoratori, pazienti e famiglie non hanno ricevuto alcuna comunicazione circa l’interruzione del servizio – continua D’Acunto –, per questo un centinaio di persone hanno deciso di occupare la struttura, ritenendo di non dover essere loro ad andare altrove a chiedere spiegazioni, ma che debbano essere le istituzioni a fornirgliene, dopo aver saputo che non era possibile effettuare le terapie. Stamattina si aspettavano che li ricevesse qualcuno per rappresentare quello che sta accadendo, perché nessuno conosce le motivazioni della sospensione delle attività, se a causa di deficit strutturali talmente importanti da non poter essere recuperati per cui bisogna pensare ad altro, oppure recuperabili con un investimento di poche decine di migliaia di euro».
«Solo oggi l’Asl pubblica non una nota ufficiale, ma un comunicato stampa per dire che le prestazioni sono spostate – prosegue il segretario della Funzione Pubblica – e inoltre, le soluzioni individuate dall’Asl pongono un problema molto serio dal punto di vista dei familiari e dei pazienti, per i quali la continuità terapeutica avuta per anni con questo personale, secondo il loro giudizio, ha prodotto risultati enormi. Sentire dall’Asl che i pazienti, oltretutto avvisati a macchia d’olio, saranno mandati altrove e con altri terapisti, crea un notevole sconforto perché significa far ripartire da zero il percorso terapeutico e mettere in grandissima difficoltà soprattutto i ragazzi, per i quali le possibilità di recupero sono maggiori. Senza contare – aggiunge - che sarebbe stata inoltre prospettata loro la sospensione dal trattamento terapeutico, qualora non accettino il nuovo entro 20 giorni».
«Di fronte al disorientamento di pazienti e familiari – commenta D’Acunto - bisognerebbe avere intanto un po’ di riguardo, vista la stretta tempistica dei burocrati di turno, e poi riteniamo che si possano attuare altre soluzioni».
Tra quelle ventilate dallo stesso segretario della Funzione Pubblica, la garanzia che in caso di trasferimento altrove dei servizi «i pazienti vengano trattati da personale Aias, ovviamente a carico dell’associazione che tra l’altro continua a fatturare e che, nonostante la situazione complessiva, ci risulta abbia garantito all’Asl la possibilità di operare, per il tempo necessario a risolvere il problema, anche presso altre strutture, pagando un canone di locazione e con proprio personale».

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Poi lancia anche l’idea di un utilizzo temporaneo dell’ex struttura ospedaliera di via Pennini: «Apprendo dalla stampa che lei sta facendo una meritoria azione di dissenso rispetto all’utilizzo dell’ex Maffucci da parte dell’Asl – dice al sindaco Foti -, e per noi è anche ipotizzabile provare a immaginare di usare il Maffucci, con questo personale – ribadisce e per il tempo necessario per rimettere a norma questa struttura, che è di proprietà comunale, visto che spostare la palestra non dovrebbe richiedere grossi interventi».
Foti, però, frena rispetto a questa eventualità: «Non so se i locali dell’ex ospedale Maffucci possano ospitare le attività riabilitative sia pure temporaneamente. Lo escluderei, salvo verifiche che diano invece esito positivo, perché è abbandonato da troppi anni e la manager dell’Asl parlava di un investimento di oltre un milione di euro per sistemare la struttura che è stata vandalizzata nel tempo».
Circa il trasferimento delle attività a Solofra annunciato a mezzo stampa dall’Asl, D’Acunto invoca invece anche la garanzia dell’attivazione di un adeguato servizio di trasporto, «perché questo aspetto – afferma - non può gravare su persone che già vivono una condizione di forte disagio».
E mentre il segretario generale dell’Ugl Costantino Vassiliadis chiede di «verificare se non si può utilizzare il centro Aias di Avellino, visto che dopo l’ispezione dei Nas la struttura non è stata chiusa», il segretario generale della Cgil Franco Fiordellisi avverte: «Occorre verificare l’ipotesi di spostamento al Centro Australia, perché sappiamo che presso quella struttura le liste di attesa per usufruire dei servizi di riabilitazione sono enormi, per cui non si capisce come possano trovare gli spazi per altri pazienti».

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