Ritrovarsi con la scuola chiusa e dover affrontare i disagi che inevitabilmente comporterà una ricollocazione della scolaresca in altri istituti per due volte in due anni e con lo stesso figlio interessato dalla vicenda è stato veramente troppo per Euro Pierni, papà di un alunno allora della scuola media "E. Cocchia" (chiusa per effetto di un sequestro il 29 ottobre 2016 e poi dissequestrata a fine giugno di quest’anno) e oggi del liceo "P.S. Mancini" (chiuso anche questo in seguito a un sequestro preventivo cinque giorni fa) che si rivolge al prefetto di Avellino Maria Tirone a cui ha inviato una lettera aperta.


Piuttosto avvilito dal remake di un film già visto, Pierni che è inoltre un ingegnere civile denuncia proprio il ripetersi della medesima emergenza e fa appello alla rappresentante del governo sul territorio affinché «sia Lei a prendere con fermezza e risolutezza le redini in mano di questa nuova scellerata vicenda, ne ha il dovere – dice - e tutti i poteri per farlo». «In un contesto così squallidamente privo di valori, di capacità di assunzione di responsabilità, di ragionevolezza, di orientamento al pubblico interesse e alla prioritaria salvaguardia dei diritti fondamentali dei cittadini ed in questa triste circostanza ancor di più del diritto allo studio dei nostri figli, non resta che rivolgersi a Lei – scrive - quale baluardo residuo delle istituzioni democratiche e civili di questa Città, ed in cui ancora riversare quella poca fiducia che ci resta!».
«Riconduca, con tutta la forza che il Suo ruolo Le conferisce, tutti gli attori coinvolti ad assumersi le responsabilità che competono loro nell’esclusivo ed unico interesse del diritto allo studio degli studenti, che va immediatamente ripristinato e garantito, e faccia in modo che in noi genitori e cittadini non prenda il sopravvento il sentimento della rassegnazione e della scelta di dover cambiare vita e città di residenza per provare a inseguire un futuro migliore da riservare ai nostri figli, visto che le istituzioni locali non sono più in grado di garantirne alcuno».
Questa la conclusione della lunga missiva in cui Pierni denuncia incapacità di affrontare il problema della sicurezza delle scuole a tutti i livelli istituzionali e dovendo peraltro ribadire le osservazioni espresse un anno orsono, quando rilevava che sarebbe stato opportuno pianificare e programmare a tempo debito su una materia così delicata e di tale rilevanza (leggi qui).
Se a fine ottobre di un anno fa Pierni commentava che «ad Avellino sembra che si gestisce tutto male e in emergenza», la lettera inviata oggi al prefetto non fa che rincarare la dose, innanzitutto ripercorrendo i fatti relativi alla Cocchia, negli stessi giorni a cavallo della festività di Ognissanti e della commemorazione dei defunti. Tornando al passato, Pierni si domanda come sia possibile che la «sciagurata esperienza» di cui sono stati «vittime solo gli 860 incolpevoli studenti adolescenti "smembrati e deportati", dopo circa un mese di sospensione delle lezioni, in condizioni di assoluta precarietà (logistica, organizzativa e didattica) in tre diversi istituti scolastici sparsi per la città, non sia servita proprio a nulla».
Quindi passa alle difficoltà di questi giorni: «Oggi, come allora, come può un cittadino dotato di un minimo di coscienza civica accettare l’idea che, in presenza di una situazione di presunta precarietà statica di un edificio scolastico che ospita parecchie centinaia di studenti, anche della scuola dell’obbligo, e su un problema di così complesso e delicato approccio, dove ogni decisione assunta può avere ricadute fortemente impattanti sulla comunità locale e sul futuro degli studenti, ci si possa confrontare, tra i soggetti istituzionali coinvolti nella gestione di tale criticità solo con atti formali, assolutamente unilaterali, secretati ed imprevedibili da parte della Procura della Repubblica, ed invece non si possa affrontare e gestire la vicenda con un minimo di coordinamento e responsabile coinvolgimento di tutte parti in causa, finalizzato a perseguire la migliore soluzione per tutti».
«Un provvedimento come quello del sequestro preventivo di una struttura scolastica – commenta -, adottato dalla Procura in maniera del tutto inattesa (quando invece le indagini erano in corso da mesi!), semina non solo panico e disorientamento nei genitori e negli studenti coinvolti, ma impatta anche con la totale impreparazione dei soggetti istituzionali deputati a gestire l’improvvisa chiusura di un plesso scolastico così importante».
Pierni sostiene quindi che «negli interessi della collettività, in questa circostanza, oltre ad essere contemplato il principio di precauzione dell’incolumità fisica degli studenti è altrettanto contemplato il diritto all’istruzione e allo studio degli studenti che lo frequentano». Inoltre, sottolinea che «il diritto all’istruzione e allo studio è uno dei diritti costituzionali fondamentali ed inalienabili della persona e di una comunità, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani dell'ONU, e deve necessariamente avere pari dignità giuridica del principio di precauzione del rischio incolumità. Solo qualora sussistano condizioni assolutamente e oggettivamente tangibili, deterministiche, verificate in campo anche in maniera diffusa e strumentale, può, e anzi deve accadere, che il secondo prevalga sul primo».
Qui il richiamo di Pierni alle osservazioni già fatte un anno fa circa l’istituzione, che avrebbe auspicato fin dalla chiusura dell’anno scolastico, di un tavolo permanente composto da tutti gli enti e i soggetti preposti, per «provare a trovare una sintesi complessiva sull’effettivo stato di presunta criticità statica e di rischio di vulnerabilità sismica del plesso, e dove l’esposizione e l’assunzione di responsabilità di ciascuno potesse essere valutata e misurata collegialmente da tutti i partecipanti. E solo all’esito di tale confronto maturare e adottare la migliore decisione possibile nell’interesse di tutti».
Pierni rimarca, dunque, che confrontarsi sul tema con anticipo, valutando il rischio e prevedendo interventi consequenziali per tempo eviterebbe situazioni emergenziali complicate da gestire quando le attività scolastiche sono in pieno svolgimento. Poi denuncia «una assoluta incapacità di affrontare e gestire tali problematiche da parte di tutti i soggetti istituzionali coinvolti».
«Non sottovaluterei poi il messaggio che da tutta questa vicenda veicola sui nostri figli – aggiunge -. Non sottovaluterei poi il messaggio che da tutta questa vicenda veicola sui nostri figli. Al cospetto di una giovane ed acerba generazione che già vive un difficile rapporto di identità e di ruolo con la scuola e con le istituzioni pubbliche, quali contraccolpi possono comportare nei ragazzi queste vicende di contrapposizioni tra soggetti istituzionali e di relativa inadeguatezza gestionale, se non quelli di alimentare disinteresse, sfiducia ed allontanamento dalle istituzioni stesse. Oramai viviamo in una città dove la deriva del degrado civico, culturale, istituzionale sembra non avere più argini, dove le opere pubbliche, spesso inadeguate alle effettive esigenze dei cittadini, nella migliore delle ipotesi vengono lasciate incompiute e abbandonate a se stesse, con irresponsabile sperpero di denaro pubblico (ma dov’è finta la Corte dei Conti??), dove si lascia chiudere il teatro comunale, unica luce accesa nel contesto culturale avellinese e non solo, per becere questioni di sopraffazioni politiche di basso cabotaggio, e dove l’impunità, l’incompetenza e l’improvvisazione regnano incontrastate nell’assordante silenzio e nella totale latitanza della politica. E tutto ciò – conclude - al cospetto di una cittadinanza sempre più indolente e fatalista, sempre più assuefatta all’immutabile declino del proprio futuro e di quello dei propri figli».

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